L'incontro con Adelisa Selimbašić è uno che mi parla di autenticità fin dal suo inizio. Conosco Daria T. De Amicis su un Freccia Rossa Milano-Roma in un pomeriggio di fine aprile di quest'anno. È lei che, mesi dopo, mi introdurrà alla pittrice italo-bosniaca protagonista di questa puntata di A regola d'arte. Classe 1996, dipinge corpi, o meglio, parti del corpo che parlano di femminilità; direttamente da New York mi terrà incollata, seppur di sabato, per un'ora davanti allo schermo del pc, in una videocall su Whatsapp, lei raffreddata ed io in hangover.
Daria sale su quel treno circa un minuto prima che parta e procede rapidamente a levarsi tutto quello che ha addosso di dosso, accaldata, loud e con il respiro affannato. Mi sta già simpatica. Ha con sé tante cose: sta lasciando la Lombardia per trasferirsi a Napoli e cambiare vita per un po'. Io sto scrivendo un articolo sulla hair evolution di Rihanna; passerò la Festa dei lavoratori al Forte Prenestino, ma prima di andare a ballare devo finire questo pezzo. Non parliamo molto – io sto lavorando e lei mi guarda mettere attentamente in ordine cronologico le foto delle diverse acconciature della cantante di Anti su Cosmopolitan Italia –; ma alla prima sosta possibile, mi chiede di scendere a fumare insieme. Non so quanto tempo sia che non faccio amicizia così rapidamente, ma soprattutto con così poche parole. Ci basta dirci che io scrivo e che lei è una curatrice indipendente per cliccare; ma non tanto perché ci valutiamo per ciò che facciamo – che chissenefrega –, più che altro, in realtà, per il modo che abbiamo di dircelo. Ci sembriamo simili. Ci scambiamo i numeri di telefono e qualche tempo dopo me la ritrovo in chat a chiedermi consigli su un ragazzo matchato su Hinge (ha visto che io e lui ci seguiamo su Instagram). Le dico: "Amo, scappa", e poi, dopo ancora un altro po' di tempo, mi ritrovo io a domandarle quali siano gli artisti da intervistare per capire il significato dell'arte nel 2024, per questa rubrica che vuole indagare le figure emergenti nelle arti visive e comprenderne i motori, i sogni.
È da una connection così genuina e disinteressata, così pura e benefica nel suo essere, da un sentimento di sorellanza autentico, che entra in gioco, o forse nella mia vita, Adelisa Selimbašić. Non sono stupita che quella che ci lega per un pomeriggio (per lei una mattina), sia una delle chiacchierate più intense e più stimolanti del mio ultimo periodo, ma ne sono immensamente grata. Una vibe immediata, che parte da Daria, passa da Adelisa e arriva a me. Con Selimbašić discutiamo a lungo di arte e politica, di identità e collettività, di norme sociali e di standard di bellezza, di sessualità e di generi, di scrittura e di disegni, di patriarcato e di libertà. Di quanto siamo arrabbiate per alcune cose del mondo; di quanto invece ci sentiamo vive per altre cose del mondo. Ma soprattutto, mi racconta la poetica dei suoi lavori, cosa ci sta davanti e cosa ci sta dietro a questi corpi, a questa femminilità, che con colori così caldi e liquidi, con pennellate così strofinate, prende vita, soffice e potente, sulle sue tele interamente auto prodotte. Non vedo l'ora che dipinga la mia pancia, ma intanto questo è una parte di tutto quello che ci siamo dette quel sabato di raffreddori e mal di testa.
Come hai iniziato a dipingere corpi?
«Da bambina disegnavo sempre: ho da poco ritrovato i miei vecchi disegni ed è stato interessante vedere come, già all'epoca, mi interessava raffigurare i corpi. Usavo le Barbie e le Bratz come modelle e, come oggi in fondo, riproducevo tutto ciò che era relegato alla femminilità. Ho frequentato il liceo artistico e poi mi sono iscritta all'accademia di Belle Arti di Venezia. Lì ho iniziato a dipingere; man mano, il focus delle mie opere si è spostato sempre di più verso questi corpi, tendenzialmente di donne, che giocavano e facevano sport, e che potevano assumere una connotazione anche erotica. Poi, si è zoommato intensamente sulle diverse parti o punti del corpo, finché non è diventato il lavoro che è adesso e che non parla tanto di femmine, quanto più di femminilità. Secondo me sono due cose diverse».
Che cosa intendi per femminilità?
«Due anni fa ho raggiunto la consapevolezza del fatto che io, in realtà, non rappresentassi corpi di donne, ma la femminilità. La femminilità abbraccia chiunque, anche ragazzi hanno posato per me infatti. L'idea è allora quella del corpo come relazione e come tensione: corpi che si abbracciano, che si che si toccano, la nudità e l'identità come presenza e assenza allo stesso tempo, cioè che sono presenti ma non direttamente. È interessante sapere che una rappresentazione di un dipinto si possa reinventare ogni volta che una persona diversa vi si ferma davanti, per questo i quadri sono intrisi di ambiguità: non ci sono né espressioni né ritratti; il corpo non è lì come presenza ritrattistica di chi sto rappresentando, ma come identità che si riconosce e si mostra attraverso l'azione, attraverso semplicemente la sua posizione, oppure tramite scelte apparentemente ordinarie ma che racchiudono in sé un valore e una forza unici. Il colore dello smalto o la forma delle unghie, a mandorla o quadrate, la pettinatura, i cappelli raccolti o meno. Sono tutte forti rappresentazioni di chi siamo, del carattere che abbiamo e della nostra personalità, in cui lo spettatore si può rivedere e riconoscere pensando: "Oddio ma quello smalto rosso è proprio quello che uso io; oddio ma questa sono io". L'identità è quindi percepibile attraverso questi dettagli personalissimi, e non tramite il volto: sulla tela, c'è solo una persona rappresentata per come è seduta e per queste altre piccole grandi scelte più o meno consapevoli. Non importa di che tipo di corpo sia, della sua provenienza, della sua fede, del sesso o della sua sessualità, di come siano le sue forme o i suoi fianchi, le sue tette o il suo culo. Nei miei dipinti il corpo è un canale che si spoglia di tutti quei connotati e stereotipi che la società ci impone come linee guida di pensiero e di gusto estetico; infatti, ritraggo corpi veri in cui chiunque si può immedesimare: ci sono la cellulite, le cicatrici, i tatuaggi, lo smalto ammaccato. Secondo me queste azioni fanno capire come il concetto di identità, di corpo e di comfort possano veramente assumere una valenza caleidoscopica, che noi e la nostra società stiamo limitando purtroppo tantissimo».
A primo impatto, culturalmente, potrebbero essere percepiti tutti come corpi di donne...
«Spesso le persone che vengono in studio me lo dicono, e io allora chiedo sempre: "Cosa significa essere donna oggi? E cosa significa essere uomo? Cosa significa avere le tette? Cosa significa portare i capelli lunghi e cosa significa indossare lo smalto?". Cioè, sono tutti elementi che possono essere abbracciati dal controllo. In generale, se io decido di non voler più le tette, posso rimuoverle, se decido di volerle da zero o di volerle più grosse, posso ottenerle, se decido di far crescere i capelli, posso farlo… È come il colore rosa, che io utilizzo molto: gli archetipi del pensiero ci fanno pensare che sia prettamente da donna, ma non è così. Mi interessa porre lo spettatore in una condizione per cui anche quando pensa che i miei corpi sembrino tutte donne, possa prendere atto del fatto che, in realtà, potrebbero anche non esserlo. Mi interessa avviare tutta una serie di ragionamenti e relazioni per superare la comodità del pensiero ordinario. Proprio per questo, il sesso femminile non è mai espresso in maniera diretta, non ci sono vagine evidenti».
Quindi cosa vuoi comunicare con la tua arte?
«Quello che per me è davvero importante è che chi guarda un mio lavoro si possa sentire abbracciato dalla rappresentazione. Che possa sentire che, se vuole, può essere partecipe di quella cosa che sta guardando. È fondamentale che non ci sia una gerarchia, per questo nei miei quadri non c'è la prospettiva: tutti i corpi sono della stessa grandezza, non c'è qualcuno che è più in primo piano di qualcun altro perché non voglio che qualcuno si possa sentire eventualmente in secondo. Per me poi si è trattato anche di un percorso di healing personale: vengo da un background di estrema insicurezza riguardo al mio corpo. Non mi ci sentivo a mio agio. Dipingere i corpi delle altre persone, parlarci insieme, capire che proviamo tutti le stesse cose, mi ha fatto prendere consapevolezza che era una cosa che non riguardava solo me, ma un qualcosa di più grande, una dimensione collettiva. Quando smetti di chiederti: "Perché io?" e inizi a pensare: "Perché noi?" è interessante. Io credo molto che la collettività possa portare benessere o malessere all'individuo; è per questo che anche nel mio lavoro, cerco di attrarre le persone, di creare un cerchio in cui tutti si prendono per mano e si guardano in faccia».
Qual è il tuo processo creativo? Hai delle idee che trasformi in arte o dipingi e poi capisci cosa hai voluto comunicare?
«Io prima lavoro e poi rifletto su quello che faccio, perché è una cosa viscerale. Quando ho iniziato a dipingere sono stata tre mesi, un'estate, a disegnare e basta. Facevo all'incirca una trentina di disegni al giorno per capire verso dove virasse il mio interesse, quale fosse la mia ossessione. Ho notato che più le giornate passavano più mi interessavo ai corpi, allora ho cercato di spiegarmi questa mia esigenza. Soprattutto anche grazie agli studio visit – è quando la gente vede le tue opere e dialoga con te che inizi a riflettere –, ho cominciato a farmi delle domande; così piano piano sono arrivate anche le risposte. Ho approfondito le questioni che mi interessavano leggendo determinati libri (cita Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés, nda) e mi sono ritrovata a rivedere come certe simbologie, certi archetipi comportamentali, soprattutto relativi alla sfera femminile, si ripetano nella storia. E questa è stata una cosa potentissima.
Poi sì, la consapevolezza di ciò in cui credo c'era già prima dentro di me. Sono cresciuta come una bambina incazzata perché spesso mi sentivo dire: "Tu non puoi fare questa cosa" e quando ne chiedevo la motivazione la risposta era sempre: "Perché sei una ragazza, se lo fai tu è diverso rispetto a se lo fa un ragazzo". Non capivo perché l'azione di una femmina potesse portare più vergogna o imbarazzo rispetto a quella di un maschio. Non capivo perché per un'azione potessi venire considerata più stupida o meno intelligente solo per il fatto che quella determinata azione era stata fatta da una donna. Mentre poi quelle degli uomini scorrono indisturbate, senza giudizio. Ero arrabbiata e lo sono anche oggi: mi fa arrabbiare vedere che ci interessa troppo della vita degli altri, soprattutto di stabilire come gli altri dovrebbero vivere la propria vita; mi fa arrabbiare sapere che molti miei amici non possano amarsi per strada e con libertà, mentre io sì, semplicemente perché rientro all'interno di un di un disegno che piace alla società e alla politica. Non sopporto questo privilegio del gusto. Odio i privilegi, anche di nascita: odio vedere altra gente che fa più fatica di me per il fatto di avere un certo colore della pelle, quando magari si tratta di persone anche migliori di me. Tutte queste cose mi fanno incazzare. Nessuno si chiede che tipo di persona sei; se hai una serie di requisiti e se superi una selezione ben specifica, rientri in una categoria che ha più diritti, possibilità e attenzione degli altri. Basta vedere quello che sta succedendo nel mondo oggi, è l'esempio più lampante di tutto ciò. Tutte queste cose io le buttò sulla tela perché quando ero piccolina facevo fatica a esprimere il mio pensiero a voce, mentre con la pittura ho sempre avuto molto coraggio. Questo mi ha fatto anche capire la responsabilità che ho in quanto artista, che non significa solo andare in studio, dipingere, fare la propria mostra – mi viene da dire, in questo momento, del cazzo, perché veramente è una cosa piccolissima rispetto alle problematiche del mondo. Se un'immagine mia diventa di qualcun altro, anche in una piccolissima percentuale, allora la mia arte ha senso».
A livello tecnico come si traducono femminilità e collettività nella tua arte?
«Dipingo con olio su tela e faccio quadri molto piccoli. Per me è fondamentale il colore, anche se ne ho pochissimi a disposizione. Avrò infatti dieci tubetti di colore molto basic, primari. Li mescolo tra di loro per creare le altre sfumature; mi voglio mettere in una condizione di discomfort, non mi piace l'idea di prendere un colore già fatto, spremerlo e avercelo lì già pronto. Mi piace l'idea di dover continuamente ricreare colori, vedere come cambiano con l'interazione con gli altri: questo mi permette di rappresentare nel modo più verosimile possibile la realtà, per esempio, dipingendo i diversi colore della pelle. Tutti i colori, infatti, nella realtà sono diversi ed è difficile trovare un tubetto che matchi alla perfezione con una tonalità esistente in natura. I miei sono colori molto fluidi, liquidi , sembrano fragili e polverosi perché mentre dipingo non penso al corpo in quanto corpo, ma come superficie toccata dalla luce, che quindi può cambiare in continuazione in ogni istante, anche a seconda della sua posizione. Il corpo non è un contenitore che ha solo una sua unica forma, ma è qualcosa di organico che continua a mutare. Con il pennello, poi, mescolo e tiro il colore sulla superficie, infatti la mia non è una pittura grossa, ma sottile, costituita da un estremo strofinamento del colore (i miei pennelli durano pochissimo, si consumano in fretta). Un'altra cosa che faccio è preparare la tela in base al tipo di risposta che voglio avere dalla sua superficie. Anche qui non mi piace acquistarle già pronte.
In realtà, soprattutto nell'ultimo periodo, sto affrontando un nuovo percorso della mia ricerca artistica che mi porta a pensare alla pittura anche come installazione; quindi ho realizzato anche delle opere molto grandi, una, in acrilico proprio a causa delle sue dimensioni, costituita da tre tele attraversabili in uno spazio. Il mio lavoro sta anche infatti assumendo delle connotazioni in cui questi corpi intrisi di femminilità iniziano a vivere lo spazio: il corpo può assumere la forma dello spazio che vive, e questo diventa quindi una nuova tela. Sto cominciando a fare questo discorso secondo cui è il corpo e il suo movimento a creare lo spazio. Certo, lo spazio è una cosa ferma, però la situazione cambia se è abitato da una, da due o da cinque persone; cambia in base ai diversi tipi di movimento di queste persone, di come muovono il corpo. E con loro cambiano completamente anche la nostra visione, oltre che il nostro modo di assorbire le energie di ciò che sta succedendo intorno. Sono molto attratta da questo tipo di pensiero».
Ma quindi secondo te che cos'è l'arte nel 2024?
«Secondo me, l'arte, a 360 gradi, quindi ogni tipo di arte, è la cura del mondo. Io quando faccio arte mi sento molto libera: mi interessa mostrare questa libertà anche a chi non la fa, voglio far vedere che veramente si può essere liberi in un mondo in cui in realtà non lo siamo per niente. Noi non siamo liberi, siamo super controllati, ma non tanto dagli altri quanto più da noi stessi, proprio a causa di tutta la merda che c'è fuori. A me piace tanto anche andare a ballare, per esempio. Il clubbing. Quando sono nel dancefloor, vedere qualcuno, che magari fino a un attimo prima era in ambulatorio a operare una persona, è lì a petto nudo, con dei pantaloni stretti di pelle, a strusciarsi contro un'altra persona, mi infonde questa sensazione di libertà. In questi momenti in cui siamo profondamente accomunati dall'arte, ci viene più semplice piangere, ci viene più semplice ridere. Ci sentiamo più vulnerabili, ci viene facile discutere, tirare fuori le opinioni, anche se sono diverse: l'arte è uno strumento che permette la parola, anche quelle più importanti, indirettamente. E noi dobbiamo parlare di cose importanti, è così che avviene il cambiamento. Io penso quindi che l'arte sia quello che rende la vita umana infinita: io dipingo perché tutte le generazioni passate di artisti mi hanno lasciato un contributo visuale e, se non ci fosse stata la loro memoria, non sarei qui. Io dipingo per le generazioni future. L'arte, la scrittura, la musica sono tutto quello che resta alle persone che vengono dopo. Sono i nostri punti di partenza per crescere come generazione. Io la vedo proprio come una staffetta: l'arte non deve farti comprare le borse da mille euro, non deve diventare il tappeto rosso dell'artista più figo; è un'eredità culturale che plasma il pensiero collettivo e cambia le politiche».




















