Crescendo ho sempre pensato di non adattarmi pienamente a quello che era lo standard delle persone nella letteratura. Baudelaire con I fiori del male è ciò che mi ha spinto a studiarla all'università – erano troppo forti le emozioni che provavo al liceo ascoltando i deliri della mia prof di letteratura francese –; ho consumato una ad una, bagnandole di lacrime, le pagine di Cime Tempestose di Emily Brontë, arrovellandomi sulla caratterizzazione psicologica del personaggio di Heathcliff, perdendo le ore, e standoci fisicamente male, a rimuginare su quanto la sua profonda cattiveria me lo facesse piacere decisamente troppo (non sono tossica io, è Emily Brontë che è brava a scrivere e ad indagare le complessità della natura umana). Ho riletto i capitoli de Il maestro e Margherita di Bulgakov fino a che non ne ho memorizzato anche la punteggiatura; ho studiato tutta la critica possibile e immaginabile per conoscerne il sottotesto, i significati politici nascosti per eludere la censura di regime, quello staliniano. Ho sentito di essere viva leggendo, ho capito che avrei continuato a vivere scrivendo. Eppure, ho sempre avvertito la necessità di pensare a nuove categorie che potessero includere persone come me, persone diverse da quelle tradizionalmente letterarie; quelle esistenti, infatti, non mi bastavano, o comunque le percepivo escludenti, non mi rappresentavano.
Le persone letterarie sono sofisticate, bevono tè caldo, ascoltano Bob Dylan e Simon & Garfunkel, vestono il Barbour. Non credo sappiano cosa sia la Brat Summer, però conoscono tutti gli scrittori esistenti. Proprio tutti: passati, presenti e futuri. Non sono loud ma sono morning people. Ho sempre pensato di non essere abbastanza per fittare in questo schema edulcorato. Non leggo tanto quanto loro – la maggior parte dei libri che inizio, non li finisco, testimone la mia imbarazzante sezione "currently reading" su Goodreads –, cito ancora a 13 anni dalla sua uscita King del rap di Marracash, non possiedo un capo di abbigliamento uno, che non sia rotto o sfilacciato, ma desidero un paio di Tabi boots più di un tetto sopra la testa (sono drammatica). Sono drammatica e performativa come un'attrice, sono molto disordinata e di sicuro non bevo tè. Mi sveglio il più tardi possibile, bevo quello che beve una rockstar e fumo tutte le varianti di sigarette in commercio. Per via della mia professione, nella cassetta della mia posta aspetto un mega pacco di Charlotte Tilbury e Questo lavoro non è vita. La lotta di classe nel XXI secolo. Il caso GKN di Dario Salvetti (Fuoriscena, 2024).
Quando qualche anno fa ho letto Tea Hačić-Vlahović, autrice de L'anima della festa (2021) e Una sigaretta accesa al contrario (2023) – entrambi Fandango Libri –, oltre che del podcast Troie Radicali, ho capito che poteva esistere un altro modo di essere una persona letteraria. Potevi scrivere ed essere cool allo stesso tempo (un po' mi torna in mente la puntata di Annalena Benini su Dorothy Parker nel podcast Giornaliste). Potevi fare schifo di notte, conoscore tutti e dedicarti al tuo libro la mattina dopo in hangover. Potevi essere una scrittrice e una stand-up comedian insieme, soprattutto ben vestita. Poco dopo, Nylon ha acceso il dibattito culturale attorno al fenomeno contemporaneo delle literary it-girl, Julia Fox ha pubblicato Down The Drain, il primo libro autobiografico di "una delle più grandi figure pop di tutti i tempi", secondo le parole del New York magazine, e nel 2024 è uscito Didion and Babitz di Lili Anolik, volume che ripercorre le vite di Eve Babitz e Joan Didion, scrittrici e icone di stile nella secondo metà del Novecento e nei primi vent'anni dei Duemila, che le rappresenta come amiche, rivali, anime gemelle e opposti (un po' allo stesso modo di Charlie XCX e Lorde in Girl, so confusing).
Per me e per tantissime altre ragazze cool, che leggono e scrivono i libri, diventare la Chloë Sevigny della letteratura ha iniziato a essere, molto semplicemente, una questione di vita o di morte. Non so se lo sarò mai, o se sarebbe davvero il sottoinsieme più adatto a me: in certi casi è tanto, forse troppo, concentrato sul marketing e sulla presenza social, oltre che sull'indossare degli effettivi vestiti belli. Secondo Nylon si tratta di scrittrici esperte che stanno ridefinendo il significato di commercializzare un libro; secondo me si tratta anche di persone, nella fattispecie di donne, che cercano di riscrivere i confini del panorama intellettuale, spesso prepotentemente maschio, snob, elitista e per questo noioso, ampliandoli nell'attesa di rovesciarli. Alcune con una spinta autodeterminante, femminista e ironica, proprio come Tea Hacic-Vlahovic.
La videochiamo su Whatsapp, mentre si trova negli Stati Uniti (adesso è in North Carolina dai suoi, ma di base vive a Los Angeles). Lei è la mia literary it-girl di riferimento e del cuore: mi risponde chiedendomi scusa per il suo aspetto e io le faccio vedere attraverso la camera frontale del pc i miei capelli non lavati da quattro giorni. «Meno male che siamo tutte e due in tuta», mi dice sorridendo. Poi iniziamo.
Chi sono le literary it-girl?
«Sono ragazze che scrivono, donne e scrittrici che hanno anche una personalità, un qualcosa oltre alla scrittura che che le rende più appetibili. La prima literary it-girl è stata Eve Babitz: è famosissima la sua fotografia nuda, con le tette giganti mentre gioca a scacchi. Sia lei che Joan Didion, sebbene con stili e modi diversissimi, hanno capito che dovevano aggiungere un quid al fatto di essere donne e di scrivere. Il modo di essere una literary it-girl può variare. O scegli di essere tipo: "Oh you know, mi vesto solo Rick Owens and I'm like a fucking bitch", oppure può essere, come nel mio caso: "Sono una scrittrice e sono anche troia, sono anche un clown". Se parliamo per immagini, la literary it-girl è quella con un Martini sempre in mano, che sta avendo delle conversazioni brutali solo per poterle utilizzare successivamente in un suo prossimo libro. Una che si butta nel buio per poi avere il racconto, però lo fa sempre vestita in modo da essere pronta per affrontare i fotografi, per finire su Page Six. Perché anche lei fa parte della storia. Lei fa sia la musa che l'artista».
Mi sembra una cosa più figa di essere semplicemente scrittrici o scrittori. Ma perché esistono le literary it-girl?
«A New York c'è anche chi si incazza se la chiami così. Per alcune è svilente. Tutto il mio stile è naturale, tutto quello che faccio anche su Instagram viene naturalmente, non è una cosa per accompagnare quello che scrivo, però in generale questo fenomeno può aiutare anche a vendere. Le literary it-girl esistono perché una donna che scrive non può essere solo una scrittrice; deve per forza essere anche qualcos'altro. Devi essere tipo: "Ooooh, it's a thing". Agli uomini basta essere scrittori, possono scrivere un bel libro e andare a nascondersi. Una donna, invece, deve fare ogni cosa aggiungendo una certa dose di performance, deve essere carina, bella pure dal vivo. Se da un lato essere una scrittrice ed una it-girl insieme può aiutare a raggiungere una fama più ampia, dall'altro il fatto stesso diventa subito il pretesto per prendere quel lavoro meno seriamente. Spesso ci dicono che non possiamo lamentarci perché è anche la cosa che ci fa guadagnare, ma la verità è che se sei donna, il tuo modo di apparire aiuterà o punirà sempre il lavoro che fai, in un modo che a un uomo non accade».
In pratica la cultura patriarcale richiede alle donne di essere in un certo modo, per poi sminuirle proprio per la stessa cosa che gli ha chiesto di essere.
«Sì. Quando va bene, c'è chi capisce che una literary it-girl è semplicemente una donna che può essere mille cose insieme, può uscire e anche scrivere. Quando va male, c'è chi invece pensa che in una donna, in una literary it-girl, non possa esistere l'una senza l'altra cosa».
Ma quindi a te fa piacere essere definita una lit it-girl?
«Per quello che vale, se io potessi scegliere di essere presa più seriamente, ma non essere considerata cool, non essere definita una it-girl, non lo farei mai».
E non è un po' contraddittorio per una femminista recitare una parte, quella della performance, che in qualche modo inevitabilmente si concretizza nel male gaze?
«Sono tante le cose contraddittorie che le femministe devono fare per vivere in questo mondo. Questa cosa della performance, tuttavia, secondo me è proprio un nostro potere del femminile. Questo modo di essere un'entertainer, di vivere la vita in un modo artistico, è un lato del femminile che appartiene, per esempio, anche a tanti uomini gay. La trovo comunque una cosa molto utile e bella, anche se ci sono persone nell'industria letteraria, di solito uomini non più giovani, che la vedono come una debolezza sia nelle donne che nella comunità queer. Ma secondo me non lo è».
Le presentazioni dei nuovi libri sono spesso noiose. Ai release party dei dischi vogliono andare tutti; a sentire parlare gli scrittori e le scrittrici non vengono né le mie amiche né i ragazzi interessanti… Voi invece fate i Book launch party.
«Sì cazzo. Quando stava per uscire il mio primo libro, Life of the Party, aspettavo solo di poter fare, appunto, una festa. Ma c'è stato il Covid, quindi ho dato solo un piccolo party privato a Beverly Hills. Se gli artisti musicali fanno i listening party e gli after party dei concerti, perché noi non possiamo festeggiare? Secondo me un book launch fatto bene è la cosa più figa che possa esistere. Io investo più di quello che guadagno nei party: per il secondo libro, A Cigarette Lit Backwards, ne ho fatto uno all'Ace Hotel di Los Angeles e uno all'Home Sweet Home Bar di New York. Bisognerebbe farne di più. Adesso al KGB Bar (nyc) fanno i readings con gli scrittori e i ragazzi che vogliono scrivere, perché hanno capito che è più sexy. Non è cool prendere tutto troppo seriamente. E poi gli scrittori erano le original rockstar, quindi festeggiare come loro ha molto senso. Con Nicolò Michielin, che ha scritto Midlle class heroes (Sandro Teti Editore, 2022) di cui ho curato la prefazione, abbiamo fatto un evento per il suo libro alla Soho House di Roma. Ci hanno sbattuto fuori da lì e non possiamo tornarci mai più; non siamo i benvenuti perché abbiamo fatto una vera festa. A Torino, invece, ho fatto un book event dove abbiamo bevuto Tavernello e mangiato cetriolini. A Venezia ci sono state occasioni con alcol, letteratura, poesia, kids getting crazy, dj, eccetera. Alcune ragazze che hanno partecipato hanno anche rubato i miei profumi (ho lanciato una fragranza che si chiama Eau de troia), ma non mi sono arrabbiata: hanno solo fatto bene. Dobbiamo infilare la letteratura nelle feste e le feste nella letteratura».
Ci dici qualche nome di literary it-girl che dovremmo conoscere?
«Allie Rowbottom, Rachel Rabbit White (lei fa poetry) e Nada Alic. Abbiamo una groupchat su Whatsapp divertentissima, ed è bello quando chi fa un certo stile di vita poi è in grado di raccontarlo in letteratura».










