Stando a quanto dicono i miei genitori, ho imparato a leggere poco prima di compiere cinque anni perché volevo sapere cosa ci fosse scritto sulle etichette delle bottiglie che mi trovavo davanti durante i pasti. È una di quelle leggende familiari a cui si sceglie di credere perché ci sembra che riflettano qualcosa di noi stessi: nel mio caso, che sono sempre stata straordinariamente attratta dai libri. Ero il genere di bambina che leggeva fino a notte fonda con la torcia nascosta sotto le coperte. Tenevo un'ordinata lista scritta a mano dei romanzi che avevo letto e quelli che avevo sul comodino ad aspettarmi. Dovevo essere tenuta quanto più lontana possibile da librerie e biblioteche, pena la perdita di varie ore del tempo dei miei genitori, nonché dei loro soldi. Ero convinta che ci fossero solo tre lavori che valesse la pena fare da grande: l’archeologa, la scrittrice o la fotografa del National Geographic, di quelle che vengono mandate lontano, a cercare gli animali in via d’estinzione.

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Cosmopolitan / Art work Rosetta Bono Lin

Se fossi nata due o tre anni dopo, il tempo necessario per essere senza ombra di dubbio parte della genZ piuttosto che dei millennial, magari avrei voluto essere una book blogger, di quelle che fanno milioni di visualizzazioni consigliando o meno le proprie ultime letture su TikTok. Negli ultimi anni, grazie ai social network, si sono moltiplicate a dismisura le maniere per trasformare la propria passione in un revenue stream. È una speranza, quella di trasformare ciò che si ama nel proprio lavoro, che è tornata più volte nelle vostre risposte alla Grande Inchiesta di Cosmopolitan sulle passioni, a cui hanno partecipato 1330 persone. «Mi piace molto seguire tutorial di make-up», risponde una ragazza. «Mi piacerebbe fare un corso al riguardo, ma il costo mi ferma parecchio, e d’altro canto non vorrei spendere tutti quei soldi per una passione che potrebbe rimanere solo mia, senza trarne guadagno».

Altre rispondono che per loro avere una grande passione «vuol dire fare numerosi sacrifici, soprattutto se vuoi trasformarla nel tuo lavoro», «combattere per riuscire a farla diventare il mio lavoro, o quello per cui vivo». Alla domanda "Hai mai pensato che un giorno la tua passione possa diventare un lavoro?", un fortunato 6.7% degli under 30 ha risposto che è già così. «La mia più grande passione, che ora è un lavoro, è la fotografia: mi permette di rendere qualsiasi cosa un'opera d'arte», dice una delle risposte al questionario. Un'altra dice che la sua passione è la biologia, che le permette di essere curiosa, scoprire, ragionare, capire: «ne sto facendo un lavoro e sono molto fiera di questo». Il 21.6% ha detto che trasformare la propria passione in un lavoro è il suo sogno e «farà in modo di realizzarlo», il 34.2% che spera che sarà così, ma non sa se sarà possibile. Per il 24.5%, invece, rimane un hobby extra-lavorativo.

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Cosmopolitan / Art work Rosetta Bono Lin

Dalle vostre risposte, però, emerge che per tantissimi una passione non è un semplice hobby: è «qualcosa a cui dedichi tempo senza sentirti in colpa perché ami farla, studiarla, viverla», la cosa che dà «un motivo per alzarsi dal letto». Una lettrice scrive che vivere una passione per lei vuol dire esserne «totalmente rapita, "ossessionata"», sentire che «dalla passione si trae quasi lo stesso tipo di soddisfazione, eccitazione e fiducia in se stessi che solitamente si provano quando si è in una relazione amorosa stabile, a livello di intensità». Per altri è invece piuttosto «una via d'uscita dallo stress quotidiano», una valvola di sfogo che permetta di «liberare il mio io autentico e la mia energia», «un luogo sicuro dove posso essere me stessa». Una ragazza che ama scrivere e disegnare, «anche se non sono davvero brava in nessuna di queste cose», dice che è qualcosa che nasce da una sua esigenza espressiva, «che prescinde dal creare qualcosa di artisticamente valido e perfetto».

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Cosmopolitan / Art work Rosetta Bono Lin

Vari studi concordano sul fatto che, per molte persone, la passione è questione di genetica: lo psicologo Scott Barry Kaufman spiega che «i geni possono aiutare molto nel determinare quanto velocemente impari a fare qualcosa». Accorgersi di essere particolarmente dotati in un determinato campo non è ovviamente sufficiente, ma dà soddisfazione, e quella soddisfazione può dare una spinta in più nel decidere di allenarsi più a lungo, dedicare più tempo alla propria passione, cercarne altre da cui imparare. Ricavare insomma uno spazio in cui quella passione può crescere e fiorire. Non è facile per tutti: certe passioni sono più costose di altre, e quindi inaccessibili anche a chi sarebbe molto portato. Quasi ogni passione, a un certo punto, richiede una spesa: binocoli per il birdwatching, macchine fotografiche vintage o d’ultima generazione, equipaggiamento, corsi, concorsi, treni per andare all’ultima conferenza, alla convention, al concerto della tua artista preferita o alla partita della squadra del cuore.

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Cosmopolitan / Art work Rosetta Bono Lin

Molte, poi, richiedono di essere perseguite con una costanza che non viene facile a tutti: c’è chi non ha mai avuto dei genitori che avessero il tempo o i soldi di portarli a seguire un corso extra scolastico di qualsiasi tipo, chi semplicemente vive in una zona che non offre molte opportunità, chi ha grossi problemi di salute mentale che gli rendono particolarmente difficile seguire la propria passione o anche solo individuarne una. Dall’inchiesta di Cosmopolitan emerge che il 3% degli under 30 non riescono ad appassionarsi a nulla. Tanti Gen Z dicono che sono stanchi, non hanno tempo, si sentono bloccati da circostanze da cui è difficile uscire. Può avere conseguenze anche pesanti: sui social network capita spesso di leggere ventenni sconsolate che dicono di sentire di avere una vita noiosa e poco emozionante, di fare fatica ad avvicinarsi a persone nuove perché sentono di non avere nulla di cui parlare con slancio.

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Cosmopolitan / Art work Rosetta Bono Lin

È una cosa a cui pensavo di recente, mentre leggevo (te pareva) un romanzo: Doveva essere il nostro momento, di Eleonora C. Caruso. Racconta di una sorta di setta dove millennial e gen Z si rifugiano alla ricerca di un nuovo senso della vita lontano dai social network. A un certo punto il capo della setta, Zan, chiede all’ultimo arrivato, Leo, se tra i vari lavori che aveva fatto ce ne fosse uno che fosse piaciuto. Leo, un social media manager trentenne sconfitto dalla vita, gli risponde un po’ sulla difensiva: «a parte che per me sono ossimori, lavorare e piacere, ma poi un lavoro che ti piace può essere solo il frutto del privilegio, no? Se hai avuto tutto il tempo e le risorse per capire cosati piace e perseguirlo, e magari farlo in situazioni sfavorevoli, tipo pagato una miseria, allora certo, sì, è possibile».

Non è stata questa frase, per quanto vera, che mi ha colpita. È stata quella dopo. «E poi c’è pure un altro privilegio, che non c’entra con i soldi, ma secondo me è ancora più stronzo: il privilegio di scoprire presto nella vita una passione per qualcosa. Una specie di fissa che ti guidi». Non è necessario che quella specie di fissa diventi il vostro lavoro – spesso, anzi, rimane più sano se non lo diventa. Auguro però a tutti di trovarla, qualsiasi cosa sia.