Gli stock ittici mondiali, in particolare quelli del Mediterraneo, attualmente sono sovrasfruttati. secondo la FAO (Food and Agricolture Organization of the United Nations), infatti, solo nel Mare Nostrum circa il 62,5% è altamente impoverito. Da questi dati emerge quindi la necessità di una miglior gestione della pesca, che non produca sprechi e che non causi effetti negativi sugli ecosistemi. Esiste una differenza sostanziale tra pesca industriale e pesca artigianale. La pesca industriale utilizza grandi imbarcazioni e metodi di cattura non selettivi, mentre la piccola pesca artigianale impiega imbarcazioni più piccole che operano entro le 12 miglia dalla costa. Quest’ultima è una realtà in cui si cerca di evitare il più possibile sprechi, rigetti e catture accidentali, mediante l’utilizzo di attrezzi che consentono la cattura delle sole specie target, nel rispetto dei limiti del mare e degli ecosistemi.
Nella pesca industriale, invece, l’uso di reti a strascico, di reti a circuizione e di draghe determina la cattura di pesci sotto taglia e di altri animali marini. Si calcola che solo il 20% del bottino di una battuta di pesca realizzata con queste tecniche viene poi messo in commercio; il rimanente 80% è costituito da specie non commerciali, tra cui anche squali, delfini e tartarughe, che vengono rigettate in mare già morte o morenti. Inoltre, la pesca a strascico è devastante per i fondali: la rete, trainata sul fondo, distrugge intere comunità, solleva il sedimento e intorbidisce l’acqua.
Nel nostro Paese la pesca artigianale è molto diffusa: rappresenta circa il 70% della flotta totale e crea lavoro per quasi la metà dei pescatori italiani. Purtroppo, però, i metodi industriali sono ampiamente impiegati in altre parti del mondo e, anche in Italia, non sono rare le notizie di pescherecci che strascicano impunemente in zone vietate, come le aree marine protette (AMP). Le misure adottate in Italia e in Europa rimangono comunque timide rispetto ad un’azione più mirata, simile ad alcuni altri paesi, come l’Islanda, che ha provveduto a regolamentare a dovere la gestione della pesca.
Il consumatore, nel proprio piccolo, può fare la differenza sensibilizzando e coinvolgendo chi ci è più vicino, come amici e parenti, ad un consumo consapevole e responsabile delle risorse ittiche, acquistando, ad esempio, “pesce povero” (come cefali, acciughe, pagelli, mormore, tombarelli…), valido sia dal punto di vista nutrizionale che ambientale, e assicurandosi che sia un pesce di stagione pescato con metodi di pesca sostenibili chiedendo al proprio pescivendolo di fiducia. La convivenza tra protezione delle risorse naturali e la loro corretta gestione è possibile. Proprio per questo l’associazione Worldrise ha lanciato l’Alleanza 30×30 Italia, un’iniziativa nazionale che contribuisce ad uno sforzo internazionale indirizzato alla protezione di almeno il 30% dei mari italiani entro il 2030, attraverso l’istituzione di Aree Marine Protette (AMP).












