Nel numero di Cosmopolitan The Creativity Issue siamo entrati con delicatezza dentro le stanze di Eleonora Sabet, autrice, fotografa e documentarista di origini siriane-palestinesi, nata a Milano nel 1995. Con il suo progetto Have you ever dreamed a day like this?, la fotografa ci racconta la nostalgia che si prova quando finisce un incontro. Ma anche la bellezza del non sapere come una persona sconosciuta riempirà il silenzio della tua stessa casa per qualche ora.
«Un progetto sulla lentezza dei giorni camere piene delle cose che lasciamo. In questo portfolio, le fotografie accompagnano e documentano un pomeriggio a casa mia, luogo in cui raramente ho scattato persone sconosciute. Il processo si è ripetuto in maniera naturale: loro arrivano a casa, ci conosciamo, accendo la musica, sempre la stessa playlist, scattiamo, ci salutiamo e inizio subito a lavorare le fotografie. Lo shooting terminava nel momento in cui sentivo di aver realizzato uno scatto preciso, dovevo avvertire una sensazione di serenità. Le scritte a mano sono citazioni di canzoni o testi che ho chiesto a chi avevo davanti in quel preciso momento, senza una richiesta specifica di tema o lingua».
«Il progetto è iniziato a gennaio 2022 e terminato a maggio. Non avendo particolari limiti ed essendo caratterizzato dall’ascolto emotivo, le fotografie mutano nel corso dei mesi in base al mio stato d’animo. La necessità di portarlo avanti è cessata nel momento in cui ho iniziato a vivere quella serenità auspicata, di cui sopra. L’attimo che cercavo di rappresentare durante la sua assenza. Come posso raccontare una mancanza? Ho sempre vissuto il mio rapporto con il vuoto cercando di riempire il silenzio. Col tempo, ho compreso che era proprio la presenza delle cose che non c’erano a concedermi la necessità di voler vivere uno scambio con me soltanto, e spesso accadeva e accade per merito dell’altr*».
«La mia ricerca personale inizia istintivamente attraverso l’autoritratto che, per motivi che ancora non ho compreso, è poi diventato il mio principale mezzo d’ascolto. Ricordo ancora di quando, anni fa, durante un momento di scambio di opinioni sul mio processo creativo, dissi apertamente: vorrei poter riuscire a fotografare le persone come fotografo me. Quando oggi a quasi un anno di distanza racconto dell’evoluzione di Have you ever dreamed a day like this?, mi rendo conto da dove è iniziato tutto questo, quando ancora non sapevo di stare lentamente realizzando un progetto, non volevo darmi regole, mi sentivo particolarmente vulnerabile e sola. E proprio il senso di fragilità provato in quel periodo è stato motore e al tempo stesso motivo della nascita del portfolio, che è diventato un delicato gioco di bilanciamento fra ciò che sentivo essere un limite personale e la necessità di scattare. Per rassicurarmi in questo nuovo percorso, che sapevo sarebbe durato mesi, prima degli incontri ripetevo tra me e me, “usa sempre la stessa playlist musicale”. “Non importa quante foto scatti e con quali supporti, sai quando fermarti e cosa stai cercando”. “Se ne hai bisogno, scrivi sulle foto parole che riempiano quel vuoto tangibile, ma chiedi loro che testo vogliono”. “Non avere paura di aprirti”».
«Le persone che ritrovate qui sono e rappresentano entità diverse, ma sono tutte in qualche modo riconducibili a me. In alcuni casi avevo bisogno di rapportarmi con chi avevo già nella mia vita, in altri no, ma una persona in particolare ha fin dall’inizio, inconsciamente, preso parte a questa storia: la seconda ragazza che ho fotografato, la prima della lista di chi non conoscevo. Nel momento in cui meno me lo aspettavo, ho incontrato la ragazza di cui oggi sono innamorata. In maniera naturale, la nostra storia è presente in molte delle foto che ho realizzato nel progetto».
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