La plastica è un materiale straordinario: versatile, durevole e poco costoso, ha permesso all’umanità di compiere progressi scientifici e tecnologici straordinari. D’altro canto, a causa di un uso sconsiderato che ne viene fatto, ha anche creato gravi danni agli ecosistemi terrestri e marini. E’ un materiale ideato per durare per sempre che, però, viene impiegato nell’industria a titolo monouso: il problema è dunque il suo impiego, non il materiale in sé e per sé. Di tutta la plastica prodotta ogni anno, il 40% viene utilizzato una volta e poi gettato via.
La plastica, inoltre, è un materiale che non si biodegrada mai: affinché ciò accada è necessario che esistano microrganismi in grado di decomporla. Essa si limita a degradarsi ovvero frammentarsi in microscopici pezzettini (microplastiche e nanoplastiche) ancor più pericolose poiché quasi impossibili da recuperare.
I rifiuti plastici scorrettamente smaltiti ad oggi stanno letteralmente soffocando i nostri mari: basti pensare che ogni anno più di 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare e che tutta la plastica fino ad ora mai prodotta è ancora presente sul Pianeta. L’aspetto più grave è che la produzione di plastica è in esponenziale aumento, anno dopo anno: Dal 2000, il mondo ha prodotto tanta plastica come tutti gli anni precedenti messi insieme, un terzo della quale è disperso in natura (Fonte: De Souza Machado et al. Microplastics as an Emerging Threat to Terrestrial Ecosystems. 2018).
Per offrire un’idea più chiara, è come se ogni minuto, due camion della spazzatura di plastica venissero scaricati nei nostri oceani. La quantità di rifiuti di plastica che fluisce negli oceani ogni anno dovrebbe quasi triplicare entro il 2040, raggiungendo i 29 milioni di tonnellate.
Dove finisce la plastica dispersa negli oceani?
Secondo una ricerca svolta dal Sintef nel 2018, le microplastiche in mare affondano molto velocemente (il 90% dopo cinque mesi). Solo l’8% rimane in superficie e viene spesso scambiato per cibo da centinaia di specie marine. La confusione è dovuta al fatto che la plastica assomiglia alle sostanze di cui i pesci si nutrono e ne assorbe anche gli odori. È così che le microplastiche iniziano il loro viaggio nella catena alimentare, oltre a ledere la fauna marina, fino ad arrivare alle nostre tavole (Libro Pianeta Oceano di Mariasole Bianco, Rizzoli, 2020).
Di tutta la plastica che entra nell’oceano - ovvero circa 8 milioni di tonnellate ogni anno - il 94% finisce sul fondo del mare, rilasciando sostanze chimiche, microplastiche e nanoplastiche (di dimensioni comprese tra 0,1 e 5.000 μm), dannose sia per la vita marina che per l’equilibrio dell’ecosistema. Con un aumento previsto del 33-36% nella produzione di plastica entro il 2025, si stima che le emissioni di metano saliranno a 101-103 milioni di tonnellate se non verranno attuati sforzi di mitigazione.
La plastica è stata trovata a circa 11 km di profondità nel mare, in corrispondenza della Fossa delle Marianne, il che significa che nemmeno la parte più profonda degli oceani del mondo può sfuggire alla contaminazione. É stato inoltre calcolato che tra il 21% e il 54% di tutte le microplastiche globali si trova nel Mar Mediterraneo: ed è proprio il Mare Nostrum l’oggetto di tutela della Campagna 30x30 Italia lanciata da Worldrise Onlus, che intende proteggere almeno il 30% dei nostri mari entro il 2030 attraverso la promozione e il supporto all’istituzione di Aree Marine Protette (AMP).
Articolo a cura di 30x30 Italia












