Tra una ruvida e grintosa attitudine rock e un desiderio di espressione intimo e spietato, c'è il talento di Giorgia D'Eraclea, front-woman del progetto musicale Giorgieness, che dal 2011 arricchisce il panorama musicale italiano con le sue sonorità indie-rock.

Giorgia scrive le sue canzoni per poi cantarle sul palco, a volte urlando altre bisbigliando, con l'atteggiamento di una che se ne frega abbastanza delle cose per dirti come stanno, senza la paura di raccontare come peccati ed errori possano rinascere dalle proprie ceneri e trasformarsi in punti di forza. Canta di amore, di convivenza, della sua crescita e della sua generazione, che racconta attraverso uno sguardo personale critico e provocatorio.

E se è vero che cambia in continuazione il colore dei suoi capelli, l'incisività e la forza con cui si racconta attraverso la musica restano i tratti distintivi della sua identità e uno dei motivi per cui ci piace così tanto.

Lo scorso ottobre è uscito Nuove Regole, un EP che comprende ∫ di brani contenuti nel suo secondo disco Siamo tutti stanchi e un inedito, Questa città. In questa intervista ci parla del suo percorso, delle sue esperienze e della sua ossessione per l'hair dying.

Front-woman di una band rock. È così che ti vedevi da bambina? Raccontaci un po' il tuo percorso.

"La musica si è configurata nel tempo come unica via percorribile. Da bambina volevo fare l’attrice drammatica, cosa che in effetti faccio lo stesso, ma quando si parla della mia vita privata. Scherzi a parte, in qualche modo sì, anche se avevo insieme altri sogni come tutti i bambini, ma sicuramente quando inizi a suonare in saletta a quindici anni e subito cerchi di fare live, scrivere canzoni tue e cose del genere senza smettere più di farlo, ti ritrovi a ventisette anni che è davvero l’unica cosa che sai di aver scelto e senza la quale non riesci più nemmeno ad immaginarti di vivere. Ha spazzato via tutto, dall’università che ho lasciato, alle altre carriere possibili, a volte anche feste comandate, affetti, viaggi, pasti e quant’altro. Ma al netto delle cose che non ho avuto, penso di poter dire che sono felice che sia finita così. Ho davvero cominciato prestissimo, le prime canzoni le ho scritte a sei, sette anni, appena sono stata capace di fare un giro di do, e dopo le esperienze adolescenziali ho iniziato subito con Giorgieness a diciotto anni da sola, senza saper realmente suonare la chitarra ma con una gran voglia di raccontare quello che avevo da dire. Dopo un anno si sono aggiunte due persone alla parte live, poi è andata via, nel mentre abbiamo fatto un centinaio di live, è arrivato il primo manager, poi il primo produttore, il primo booking, il primo disco, il primo tour, un insieme di prime volte che vanno avanti fino adesso, sono sette anni che non mi fermo un secondo e forse anche per scelta, come dicevo non saprei proprio cosa fare senza scrivere e suonare. Da qualche mese ho anche iniziato a collaborare come autrice con Sony Atv ed è stata una nuova prima volta. Se mi vedevo come la front-woman di un progetto rock non lo so, ma sicuramente mi ci vedo adesso."

Ascoltando il tuo progetto, Giorgieness, arriva chiaro il lavoro che hai fatto insieme alla band per mantenere un costante equilibrio tra sonorità di chiara matrice rock e atmosfere più intime e confidenziali legate al cantautorato. Quanto senti vicini entrambi i generi e perché questa necessità espressiva?

"Per la verità, senza togliere meriti a nessuno, il lavoro è stato fatto principalmente da me e dal produttore. Ogni pezzo di Giorgieness si occupa di qualcosa, dalla logistica alle fatture, e sono tutti indispensabili, soprattutto poi se parliamo di live. Ma la parte artistica è una cosa che ho sempre cercato e fortemente voluto gestire da sola. Nelle canzoni ci sono io, nuda a volte in modo imbarazzante, e ci tengo che ogni dettaglio mi rappresenti. Sicuramente questi due dischi sono frutto di un lavoro ragionato tra me e Davide Lasala, che col primo disco è riuscito a tirare fuori tutta la rabbia dei vent’anni e nel secondo la voglia di reagire a un periodo tremendo che ho passato. Il suono è volutamente sporco e ruvido, ma lascia sul finale intravedere quello che sarà. Si è volutamente evitato di definire il progetto band o non band fino adesso, perché io reputo davvero il collettivo di persone che mi circondano come parte integrante e fondamentale del percorso, ma più vado avanti più sento l’esigenza di mettere al centro di tutto quello che sto andando ad esprimere e di conseguenza Giorgia, ovvero io. Credo sia anche parte della crescita fisiologica che sta accadendo avvicinandomi ai trenta. Il rock è e sarà sempre dentro di me come attitudine, ma a livello sonoro mi sto avvinando ad altro, che ne mantenga l’energia ma con soluzioni nuove e più moderne. Il pop è il genere più difficile da fare se vuoi farlo bene, e in questi termini mi farebbe solo piacere riuscire a trovare un linguaggio più semplice ma che allo stesso tempo riesca a cucirmisi addosso come hanno fatto i chitarroni fino adesso".

Nel corso degli anni hai avuto l'occasione di condividere il palco con nomi di altissimo livello sia a livello nazionale e che internazionale come Cristina Donà, Morgan, Savages e The Kooks. Chi manca nella tua wishlist?

"Allora sicuramente Pj Harvey, Bjork e Nick Cave se vogliamo sognare in grande. Sono artisti molto diversi che mi hanno insegnato molto di quello che so. Per quanto riguarda l’Italia mi farebbe un piacere immenso condividere il palco con Nada, che reputo una delle donne più in gamba che ho avuto la fortuna di incrociare sulla mai strada e allo stesso tempo la musicista più coraggiosa che abbiamo in Italia".

Tre artiste che coincidono con tre momenti diversi della tua vita?

"Amy Lee, Evanscence mi ha avvicinata al canto verso i tredici anni. Non riuscivo ad arrivare in basso come lei e dovevo concentrarmi tantissimo per raggiungere certe vette che mi sembravano impossibile. Pare che la mia migliore amica detenga delle registrazioni di tutto questo che secondo lei è meglio io non senta mai più. Brody Dalle, Distillers invece mi ha messo la chitarra elettrica in braccio e la rabbia nella gola, per tutta l’adolescenza. E Bjork, che non lo sa ma mi ha insegnato ad essere vocalmente libera da quando l’ho scoperta in una notte bellissima che ha cambiato tante cose della mia vita".

Essere una donna nel panorama musicale è più facile di quel che si crede o c'è ancora molto da migliorare in termini di parità dei sessi? Quali pregiudizi hai dovuto affrontare?

"Questa domanda è sempre strana, perché so che dovrei avere molto da dire ma la realtà dei fatti è che non mi sono mai posta il problema e ho sempre lavorato come se non avessi sesso, e forse per questo nessuno mi ha praticamente mai fatto vivere male questa cosa. Quantomeno le persone con cui ho scelto di lavorare. Forse è stato più difficile capire cosa volesse dire realmente essere una donna per me. E accettare la bellezza della differenza. Parlo più di animo, di sensibilità, non della forma con cui siamo nati. Potrei citarti sicuramente degli episodi tristi, imbarazzanti o fastidiosi, ma non mi interessa. Mi sento solo di dire a tutte noi di pensarci di meno e fare di più quando ci sentiamo schiacciate da questo pensiero, che tanto alla fine contano solo le cose che fai, il punto è farle meglio degli altri a prescindere tutto. Quantomeno provarci, ecco".

Biondi, celesti, rosa. I tuoi capelli continuano a cambiare (e questo ci piace moltissimo). C'è un motivo o è per puro divertimento?

"Questa è una domanda che mi aspettavo prima o poi, nel senso più positivo, e la risposta è che semplicemente non riesco ad essere la stessa ogni giorno. Adesso, per la cronaca, sono mogano/castano cioccolato perché mi sono svegliata di nuovo con la fissa per Audrey di Twin Peaks. La moda in generale mi diverte molto, l’idea di potersi in qualche modo travestire ogni giorno come fosse carnevale, esprimere esattamente come ti senti, cosa stai ascoltando, in che epoca ti sei svegliato quel giorno è incredibile. Una delle cose che non dovrei dire mai è che ho anche una parte Bradshaw che spesso salta fuori, ho traslocato da poco e avrei dovuto buttare dei vestiti che non uso da anni ma non ce l’ho fatta. Con i capelli è lo stesso, cambio colore da quando ho tredici anni e incredibilmente ne ho ancora e sono anche discretamente sani. Non so se tutto questo sia un motivo, ma non ci ho mai ragionato troppo, è una cosa più legata all’istinto e al momento. Come si dice, quando una donna taglia o cambia colore ai capelli è in atto una rivoluzione. Ecco la mia è un work in progress".

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