Il suono delle notifiche dello smartphone non ci abbandona mai, neanche in questo momento mentre stai leggendo. In un’epoca in cui siamo costantemente bombardati da chiamate, messaggi, riunioni e feed infiniti da scorrere, una parte della Generazione Z ha deciso di ribellarsi in un modo inatteso: fermandosi del tutto. Niente telefono, niente musica, niente distrazioni. Solo silenzio, tempo che scorre e un gran voglia di restare impassibili a tutto ciò che succede. Nasce così il fenomeno dei "raw dogging marathons", una tendenza che trasforma il "non fare nulla" in un gesto del tutto consapevole di resistenza alla digital overstimulation.



Cos’è una "raw dogging marathon"

Fermi tutti: il termine "maratona" in questo caso potrebbe fregare. Al contrario di quanto utilizzato nell'uso comune, qui non si va a svolgere qualcosa per molto tempo. Per una volta, strano ma vero, non bisogna fare nulla per un bel po'. Il termine nasce in realtà come slang provocatorio, ma tra i giovani è diventato sinonimo di stare immobili per un periodo prolungato senza alcuno stimolo esterno: niente telefono, musica, libri o social. In pratica, si tratta di una sfida mentale: osservare il tempo che passa, affrontare la noia e lasciare che la mente vaghi senza interferenze. Originariamente il termine "raw dogging" veniva utilizzato esclusivamente per indicare un rapporto sessuale senza preservativo. Nel corso degli anni però il significato si è esteso fino ad indicare un qualsiasi tipo di attività senza preparazione e distrazione. C’è chi pratica questa forma di immobilità per trenta minuti, chi per ore intere, come una sorta di meditazione spontanea (TikTok è stato il precursore di questo modo di vivere) o di "digital detox" estremo.

Perché piace: i benefici percepiti offline

I giovani che praticano già il "raw dogging" raccontano che bastano pochi tentativi per sentire un cambiamento tangibile.

Tra i benefici più citati:

  • Reset mentale: stare senza schermi per un’ora è come "resettare" la mente, riportando calma e concentrazione (soprattutto nel labirinto dei "problemi" che attanagliano la GenZ).
  • Creatività: il vuoto diventa spazio fertile per nuove idee. La noia, dicono, "fa nascere pensieri che prima non avevano voce".
  • Riduzione dello stress: interrompere per un momento il flusso di notifiche e stimoli dà un sollievo immediato, una sorta di yoga 2.0?
  • Consapevolezza del tempo: senza distrazioni, si percepisce quanto un’ora possa essere ricca diventando un arco temporale utile e lungo per sé stessi.

Le criticità , i paradossi e i limiti a portata di click

  • L’ironia della condivisione: molti "raw doggers" documentano la loro immobilità sui social, con video e post che trasformano il silenzio in contenuti talvolta virali. Una contraddizione, dunque, che riporta l’esperienza dentro lo stesso circuito di visibilità da cui si voleva inizialmente uscire.
  • Un privilegio per pochi: non tutti possono permettersi ore di disconnessione totale: chi studia, lavora o vive in spazi condivisi (Milano è la città per antonomasia) difficilmente riesce a ritagliarsi momenti di isolamento.
  • Rischio di ansia: per alcune persone (ad esempio il sottoscritto), la noia estrema o il silenzio prolungato possono generare inquietudine invece che serenità.
  • Effetto moda: come ogni trend virale, c’è il rischio che la pratica perda il suo significato e diventi solo un gesto da filmare.
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