«Ci sono giorni in cui mi sento soffocare perché vivo quello che succede nel mondo con grande preoccupazione».

«Collasso ambientale tra massimo 5 anni, lasciate perdere la pensione».

«Che se ci fossimo impegnati abbastanza sarebbe andato tutto bene è la più grande e imperdonabile menzogna raccontata alla nostra generazione».

«Ma come se ne esce?».

«Già, me lo chiedo spesso mentre affronto la vita (perché si, ormai l'affronto da anni, non la vivo)».

Sotto i post dell'illustratore Valerio Amilcare, noto sui social come Mangiasogni, sono questi i commenti che si leggono. La sua pagina è un racconto digitale a più voci - la sua e quella di chi lascia un'osservazione, una testimonianza. Risponde alla domanda che, alternativamente, cerchiamo di non farci o ci poniamo in continuazione in loop: «Come stiamo?». «Dopo la laurea in Giurisprudenza e l’impiego in una multinazionale», racconta Amilcare di se stesso, «ho preso tutto il bagaglio immaginifico raccolto nella mia vita e l’ho inserito nel progetto Mangiasogni, che coltivo con passione dal gennaio 2019». È una parabola comune a molti: studi tradizionali per assicurarsi un buon impiego, iperlavoro in un sistema che ti schiaccia, la scelta di lasciare un sentiero tracciato e creare uno spazio per esprimersi online. Nei suoi disegni si ritrovano pezzi di una generazione dai sogni mangiucchiati, masticati e sputati fuori malconci e irriconoscibili. Il nodo è lì, tra il presente senza sbocchi e il futuro non più immaginabile.

«Dico spesso che il tema per le generazioni attuali non è come stiamo oggi, in cui comunque godiamo del benessere riflesso di una delle generazioni più prospere della storia occidentale, ma come staremo in futuro», mi racconta Mangiasogni, «Il domani ha smesso di essere un luogo abitabile e desiderato, venendo assorbito da un eterno presente che strizza l’occhio al passato, alla nostalgia. Il futuro ha smesso di essere la forza trainante del nostro impegno quotidiano, la risposta alla domanda “ma chi me lo fa fare”, e questo penso crei un senso di smarrimento e alienazione peggiorato dal rapporto ormai simbiotico con i social media».

10 ottobre Giornata Internazionale della Salute Mentale

Nel raccogliere i disagi di oggi sulla sua pagina Instagram da oltre 150.000 follower, Mangiasogni si ispira alla sua esperienza personale, parla con i suoi coetanei, con amici psicoterapeuti, legge, osserva il malessere della generazione che ha saputo mettere al centro la salute mentale, ponendo il problema. «Anche le statistiche sono di grande aiuto», dice, «raccontano un Paese e un Occidente in difficoltà sotto tanti aspetti, e dentro quelle statistiche ci sono storie, persone, vite». I numeri, in occasione della Giornata Internazionale della Salute Mentale, parlano chiaro. Oggi la prima causa di morte tra i giovani in Europa è il suicidio, rappresentando la ragione del 18,9% dei decessi tra gli under 30. Circa 300 persone al giorno chiedono aiuto a Telefono Amico l'organizzazione di volontariato che da quasi 60 anni in Italia offre supporto in forma anonima alle persone che vivono una situazione di disagio. La maggior parte delle persone (60%) chiama per problematiche legate all’area del sé: solitudine, disagio psicologico, tematiche esistenziali.

I giovani, in particolare, non stanno bene. Secondo il report OCSE Promoting good mental health in children and young adults, sono oltre 700.000 i giovani italiani che convivono con problemi di salute mentale, soprattutto ansia e depressione. Nei Paesi UE circa 11,2 milioni di bambini e adolescenti fino a 19 anni riportano problemi di salute mentale: tra gli adolescenti tra i 15 e i 19 anni, circa l’8% soffre di ansia e il 4% di depressione. Si parla di più di salute mentale, ma i fondi destinati alla prevenzione e alla cura sono ancora pochi: il Mental health atlas 2024 mostra come la spesa pubblica per la salute mentale sia ferma al 2% dei bilanci sanitari dal 2017 con differenze evidenti tra Paesi ad alto e basso reddito.

Come stiamo nel 2025?

Chiederci come stiamo apre un vaso di Pandora dove le fratture personali si intersecano con quelle sociali e geopolitiche. Tra i temi più sentiti sulla pagina di Mangiasogni ci sono «la solitudine, le preoccupazioni economiche e, in generale, la percezione del futuro». Le nuove generazioni sembrano doversi muovere secondo le regole di un gioco truccato. Sui social ti chiedono di trovare la tua voce, di essere autentico, di monetizzare la tua unicità, ma a dettare chi sei e sarai c'è un algoritmo, uno schema prestabilito controllato da poteri forti. Anche il lavoro non segue l'andamento lineare che ci era stato indicato come orizzonte, si impara piuttosto a stare al ritmo di carriere instabili che procedono a singhiozzo, tra periodi di disoccupazione, contratti deboli o inesistenti, l'impossibilità di accendere un mutuo e comprare casa.

«In Italia si diventa adulti tardi e male», osserva Mangiasogni, «È come se ci fossero due forze che tirano in direzione opposta: da una parte sentiamo le tappe obbligate della vita – diploma, laurea, lavoro, matrimonio, figli – sempre più pressanti man mano che il tempo passa, dall’altra parte però c’è uno scenario che quasi costringe a una lunghissima adolescenza. Il lavoro precario, la dilagante povertà, la disoccupazione, il lavoro povero, che per me è un fenomeno terribile, perché un tempo si lavorava per avere un sostentamento economico, e ora nemmeno il lavoro garantisce più i mezzi per vivere. In più c’è anche una difficoltà, più diffusa di quanto si pensi, ad accettare il peso che una vita adulta comporta, anche proprio nel senso di prendersi in carico la propria comunità, il proprio Paese, determinarne il corso degli eventi». Chiederci chi siamo senza sapere dove stiamo andando è come guardare giù e non vedere il fondo. È più facile specchiarsi nei social e nelle vite di chi ha ottenuto fama e ricchezza in pochi click, mentre qualche corso promette di insegnarti a fare lo stesso.

Nei disegni di Amilcare c'è spesso un senso di nostalgia, ormai caratteristico di Millennial e Gen Z. «Stiamo vivendo lo spaesamento di vedere il mondo con cui siamo cresciuti sgretolarsi, e fare i conti con l’idea che probabilmente moriremo in un mondo radicalmente diverso da quello in cui siamo nati». Se non si può guardare al futuro, ci si aggrappa alla confortevole sicurezza del passato. «Vediamo di continuo richiami a tempi passati nella moda, nei remake cinematografici, nei sequel e prequel, nei feed social ormai pieni di pagine nostalgiche, spezzoni di cartoni animati o programmi TV di un tempo, come se ci stessimo legando a un luogo rassicurante, perché quello in cui siamo costretti a vivere ci terrorizza».

Permacrisi, perché non ne usciamo più

Pensare al futuro e progettarlo è anche una questione di responsabilità, ma come possiamo impegnarci a costruirlo se crisi sempre nuove si susseguono a cadenza ravvicinata? «Molti di noi sono cresciuti o stanno crescendo in un contesto di permacrisi», spiega ancora Mangiasogni, «Dal 2008 in poi si sono susseguite crisi quasi senza soluzione di continuità, in alcuni casi sommandosi e influenzandosi tra loro. Abbiamo avuto il COVID, l’iperinflazione, la guerra in Ucraina e il genocidio a Gaza, un contesto politico a dir poco magmatico, dominato da estremismi e dichiarazioni sempre più forti, dove nemmeno le garanzie di base come il Diritto sembrano più valere. C’è poi lo spettro dell’emergenza climatica, costante fonte di angoscia per chi in questo pianeta ci deve vivere per diversi decenni, l’intelligenza artificiale, che promette di rivoluzionare il mondo ma nelle mani di pochissime persone. Il fatto poi che abbiamo accesso immediato e costante a un sovraccarico di informazioni, opinioni, reazioni e contro opinioni non aiuta, in quanto ogni fenomeno continua a risuonare nella nostra testa».

È sempre più difficile, quindi, separare il come stiamo da come sta il mondo e come stanno gli altri. Eppure il malessere che proviamo ci viene presentato come individuale: sta a noi farci carico del nostro benessere. La sofferenza è stata privatizzata e resa responsabilità dei singoli, se sei infelice non è perché il mondo brucia, erodono i diritti e non c'è lavoro, ma perché non stai assumendo i giusti integratori per il sonno, facendo abbastanza terapia, pagando un mental coach e non hai ancora scaricato quell'app che ti aiuterebbe a rilassarti. Per quanto sia fondamentale prendersi cura della propria salute mentale, la cura di sé dovrebbe ritrovare uno sbocco anche politico: il dolore, se vissuto insieme, può portare a chiedere che le cose cambino. A volte il malessere è personale, a volte è impossibile scinderlo sa un problema strutturale, sociale, perché felicità e infelicità hanno a che fare anche con i sistemi di potere.

In questo senso anche Mangiasogni crede nel potere di scoprirsi parte della stessa storia. «Questo era un po’ il tema anche del mio romanzo d’esordio, Niente come prima, in cui i personaggi si chiudono nelle loro camere, nelle loro menti, e un mostro prende forma, trascinandoli verso l’autodistruzione», ricorda, «Ciascuno di loro si sente sbagliato, sconfitto, ma poi parlando con gli altri capirà di essere sulla stessa barca, e quella che era una difficoltà solo individuale diventa un fenomeno collettivo, da leggere anche con altri strumenti». «Mi piacerebbe che i social non fossero più un fine ma un mezzo», conclude, «che ciò che impariamo e sentiamo online servisse per costruire un dialogo dal vivo, nei bar, nelle assemblee, nei consigli comunali».