Piano piano si parla di più di Disturbi del comportamento alimentare. Se ne parla il 15 marzo, la Giornata nazionale del fiocchetto lilla, dedicata ai disturbi della nutrizione e dell'alimentazione, ma finalmente se ne parla anche durante l'anno, con report, numeri e testimonianze che sottolineano l'emergenza di un problema che, nel 2024, riguarda 3 milioni di persone in Italia. Eppure forse ci diciamo sempre le stesse cose. Scorrono immagini sempre uguali e si rischia di ripetere narrazioni standardizzate che non partono più dalle sfumature variegate e contraddittorie dell'esperienza umana.
Per questo abbiamo parlato con Aurora Caporossi, Founder e Presidente di Animenta, associazione non-profit che si occupa di disturbi alimentari e di Comestai, startup che offre servizi clinico terapeutici per i disturbi alimentari. Le abbiamo chiesto di fare con noi il punto su quello che ancora sbagliamo quando parliamo di Dca, sui falsi miti che ci nascondono pezzi preziosi del quadro di insieme.
I Dca non hanno genere
«Spesso si parla di disturbi del comportamento alimentare solo al femminile quando in realtà sono malattie democratiche che possono riguardare tutte le persone. È vero che la popolazione che ne soffre è circa all'80% femminile e al 20% maschile, ma è mancata parte della narrazione. A livello sociale il corpo della donna riceve una maggior pressione ed è sempre stato così storicamente. Ora, però, si comincia a vedere una pressione anche sui corpi maschili. Anche i ragazzi possono soffrire di anoressia, bulimia, binge eating. Poi c'è la cosiddetta anoressia inversa o vigoressia per cui si sviluppa una vera e propria ossessione per un corpo troppo esile, per tutto ciò che riguarda il mondo della palestra e anche un abuso di tutti quei prodotti per aumentare la massa muscolare.
In generale è importante sottolineare come non sia corretto utilizzare il binarismo di genere nel parlare di disturbi alimentari. Ci sono molte persone che affrontano i disturbi alimentari e che appartengono alla comunità LGBT+ e su di loro può esserci un'elevata pressione per quanto riguarda il corpo».
I Dca non hanno età
«Siccome i Dca sono malattie democratiche lo stesso discorso vale per l'età. È importante notare che, dopo il Covid in particolare, è stato evidenziato un abbassamento dell'età di insorgenza di Dca anche ai 7-8 anni. I bambini sono predisposti soprattutto all'AFRID, il disturbo evitante-restrittivo dell'assunzione di cibo. Ma c'è un altro dato interessante che viene da Comestai, che è una startup e un centro clinico online per i Dca che ho fondato parallelamente ad Animenta. Il 53% delle persone che è in cura da noi è over 40 e ieri ci ha mandato la richiesta un signore di 68 anni. Di questo si parla poco e molti centri si concentrano sulle persone giovani e prendono in carico persone solo fino ai 25 anni, anche perché mettere all'interno di uno stesso gruppo una ragazza di 15 anni e una signora di 50 a livello terapeutico magari non è ottimale.
Capita che i disturbi alimentari insorgano in un momento di transizione della propria vita e forse la fase di transizione per eccellenza è proprio l'adolescenza, dove i cambiamenti sono tanti. Ma anche gli adulti possono vivere fasi di transizione, oppure capita che vengano in cura perché hanno un Dca sviluppato in età adolescenziale che però non è mai stato diagnosticato, non è mai stato visto, e se lo sono portati dietro per tutta la vita».
I Dca possono abitare qualsiasi tipo di corpo
«Spesso ci si è focalizzati solo sui disturbi alimentari in senso restrittivo raccontandoli anche attraverso foto di corpi molto emaciati. È una narrazione reale, ma solo il 6% delle persone che soffre di disturbi alimentari (ed è un dato mondiale) riceve una diagnosi di sottopeso. Ci siamo concentrati troppo sul corpo, ma la verità è che non possiamo dire se una persona soffre o meno di Dca da come appare: è importante far capire come un disturbo alimentare possa abitare qualsiasi tipo di corpo. Non c'è un corpo che identifica la malattia e il rischio di vederla così è che molte persone, anche io stessa in realtà, si ritrovano a pensare "Non sono abbastanza malata perché non sono abbastanza sottopeso da poter chiedere aiuto".
Ci sono altri fattori a cui guardare al di là del corpo, come il comportamento che una persona assume, un profondo isolamento sociale quando magari evita tutte quelle che sono le occasioni di convivialità, in generale il modo in cui una persona sta e si sente. Ma il punto è che non sempre un disturbo alimentare è visibile e forse questo è una degli aspetti più più importanti da raccontare».
Non è solo una questione estetica
«I disturbi alimentari non sono solo una questione estetica. Chi affronta un disturbo alimentare vive un profondo disagio nei confronti del proprio corpo, ma non è una persona che un giorno si alza e decide che vuole dimagrire perché si vede brutta, o almeno non sempre è così. Sicuramente dietro c'è una percezione di se stessi come mai abbastanza, come un corpo che è sempre troppo o troppo poco, che va sempre modificato perché così non va bene. Ma i disturbi alimentari sono malattie multifattoriali, nascondono un malessere profondo e nascono come risposta, hanno una funzione nella vita di chi ne soffre. Naturalmente nel momento in cui vivi in una società che ti dice che il tuo corpo non va mai bene è un po' più semplice ammalarsi di un disturbo alimentare. Le pressioni sul corpo creano un terreno fertile e giustificano dei comportamenti che si legano ai Dca».
Non è solo una questione di cibo
«I disturbi alimentari non sono solo questione di cibo, nel senso che il cibo diventa un meccanismo attraverso il quale si vuole raccontare un qualcosa di più complesso. Una persona che soffre di binge eating, ad esempio, non è una persona che è pigra e mangiona o ha poca forza di volontà. Il problema non è il cibo, è il perché la persona non mangia o mangia troppo, cosa ci sta dicendo attraverso quel comportamento? È per questo che serve anche un percorso di riabilitazione nutrizionale dove si lavora sul rifamiliarizzare con il cibo: la dieta intesa come regime alimentare restrittivo non è la soluzione.
Ovviamente vivere accanto a chi affronta un disturbo alimentare è difficilissimo, ma focalizzarsi sul cibo, su quanto una persona mangia o meno non aiuta a superare il disturbo alimentare. Il problema non sta nel piatto di per sé, ma in tutto quello che che poi accade prima dello sviluppo di un Dca».










