Mentre entriamo dalla porta a vetri del ristorante, sento il bottone dei jeans grattarmi la pancia. Sapevo che avrei dovuto indossare qualcos’altro. Questa è la "serata sgarro" e posso mangiare tutto quello che voglio. Ho già letto le pizze del menù, valutato quella più bilanciata con proteine e verdure. Birra no, ma dolce sì, a qualsiasi condizione. Non mi interessa se poi starò male. Domani farò a meno dei biscotti.

Tutto è iniziato per colpa di un ragazzo. Non pensavo a niente se non al perché mi avesse lasciata. Era estate e non uscivo di casa. Di quel periodo ricordo soltanto il piangere. Non mangiavo, ero sempre sdraiata e mi sedevo solo per studiare.

Nel giro di due settimane ho perso sette chili, però mi sentivo meglio, mi vedevo meglio. Avevo il corpo di qualcuno che ritenevo più bello di me. Finalmente riuscivo a classificarmi nella categoria delle ragazze più leggere e divertenti. Anche l’altro sesso se n’era accorto: piacevo di più. Però i miei genitori si erano spaventati e mi mandarono da qualcuno che potesse aiutarmi. La nutrizionista era gentile, mi aveva scritto un foglio con tutta una serie di formule alternative per comporre i miei pasti e spiegato cosa funziona e cosa no, che non esiste niente di sbagliato. Così iniziai la sua dieta, che non prevedeva alcun tipo di restrizione, senza calorie, senza grammature. Erano indicazioni semplici. In fondo, non avevo niente che non andava.

Ero invidiosa di quell’equilibrio che a me era sfuggito di mano.

Presi peso e mi accorsi che tutto quello che avevo comprato non mi entrava più, nemmeno i vestiti che mettevo prima di dimagrire. Non mi ero mai vista così grassa. Le smagliature rosse aumentavano fra le gambe e non potevo accettarlo.

All’università avevo un’amica che seguiva un’alimentazione bilanciata per perdere peso e ne parlava sempre. Il suo nuovo modo di mangiare la faceva sentire meglio. Ero invidiosa di quell’equilibrio che a me era sfuggito di mano.

Decisi che non potevo più fidarmi di quel piano alimentare e ne iniziai uno mio, da autodidatta, leggendo articoli online e scaricando app per monitorare le porzioni. Facevo tutto a metà: quello che cucinavo per cena il giorno prima diventava anche il pranzo del giorno dopo. Niente sale, tantissima acqua e nessun dolce. Rivolevo il corpo di prima e nasceva la mia ossessione per il cibo.

Al mattino un litro d’acqua, caffè, latte e due fette biscottate, poi un frutto. Mi girava la testa tutto il giorno e ogni volta che mi alzavo avevo paura di cadere. All’una gli avanzi della sera prima, poi dritta fino alle sette. Camminavo quarantacinque minuti per bruciare più grasso possibile, a seguire: tè con un pacchetto di cracker. La sera mangiavo da sola con accanto il tapper per il giorno dopo. Dormivo con i crampi e le mestruazioni non arrivavano più.

Sono stati mesi silenziosi. Tutte le persone a me più care erano diventate nemiche, intralciavano il mio progetto e non capivano quanto fosse importante per me. Sui social facevo finta di esistere e al telefono con i miei era tutto nero. Aspettavo solo il pasto successivo.

Avevo l’obiettivo di asciugarmi e strizzarmi, come si fa con gli asciugamani. Giusto per qualche tempo. Non volevo davvero vivere così. Ero determinata a riuscirci e avevo tutte le bilance del caso per dimostrarlo.

A Natale torno a casa e mangio tutto quello che trovo. Ordino più degli altri, non dico mai di no a un drink. In quei giorni mi accorgo di non aver fatto progressi, anzi, di essere peggiorata. La mia faccia è gonfia, le persone non mi riconoscono. Io non mi riconosco.

Lei lo prenderà, il dolce? Se lo mangio oggi, il prossimo posso mangiarlo la settimana prossima. Magari potrei non fare colazione domani, oppure dire a nonna che la pasta non la mangio. E se mi chiede perché?

La mia faccia è gonfia, le persone non mi riconoscono. Io non mi riconosco.

Alternavo più la morte alla vita, che la vita alla morte. Non credevo più a niente, non mi fidavo delle mie amiche, non pensavo al mio futuro. Tutto quello che ricordavo di me si era sgretolato. Stavo diventando qualcosa di simile alle briciole, il resto spariva. Rincorrevo l’immagine di una me esistita soltanto per qualche mese, e pure infelice. Ci mettevo grande impegno, ma i risultati non arrivavano mai.

Dall’interno del mio corpo sentivo un grande rimbombo. Ero piccolissima e tutto era più rumoroso. La mia voce non era più squillante e la percezione che avevo del mondo mi spaventava talmente tanto che avevo smesso di desiderarla. Dicevo sì alle cose solo quando sapevo che potevo controllarle, dall’inizio alla fine. Le attività che prevedevano il cibo dovevano essere programmate con grande anticipo.

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Oleksandr Sharkov//Getty Images

Il cinema in questo mi ha aiutata: al buio, in una sala piena di sconosciuti, vedevo uno spettacolo lontano dalla mia vita rinsecchita e insapore. Quella era l’unica cosa che riuscivo a fare.

Per questo scelsi di festeggiare il mio compleanno lì. Quella mattina, appena sveglia, non mi aspettavo niente da nessuno. In cucina trovo una torta monoporzione con una candelina da soffiare. Mi ci siedo di fronte, aspetto la fine di "Tanti auguri a te" e mi accorgo che mi fanno male le guance mentre sorrido. Avevo risvegliato quei muscoli dormienti e facevo una fatica tremenda ad attivarli.

A distanza di qualche giorno continuavo a ripensare a quella smorfia sorridente e avevo paura di svegliarmi altre volte così. Nessuno aveva capito. Ero troppo lontana da tutti, mi ero infilata in un bozzolo repellente alla vita, alla giovinezza che avrei potuto vivere.

Non so cosa mi abbia fatto dire basta, ancora oggi me lo chiedo. Ho trovato il coraggio di chiamare qualcuno che potesse aiutarmi e ho iniziato un percorso di terapia psicologica.

Il cibo diventa lo strumento d’eccellenza: affidiamo a lui il potere e l’ansia sparisce.

Questa storia l’ho raccontata al passato perché è una storia finita. Quella persona non esiste più, o meglio: quella versione stretta di me ha ritrovato il suo spazio e il suo tempo. Desiderare di guarire è una scelta, ammalarsi no.

E sì, sarebbe stato bello essere presi per mano, ma non sempre abbiamo questa possibilità. Chi soffre di disturbi alimentari non cerca di attirare attenzione, cerca di scomparire dai traumi, dalle delusioni che sta vivendo e prova a mantenere il controllo dove riesce. Il cibo diventa lo strumento d’eccellenza: affidiamo a lui il potere e l’ansia sparisce per qualche istante.

Non esiste una ricetta per uscirne uguale per tutti, esistono solo le persone. Almeno durante la Giornata Nazionale dedicata ai disturbi del comportamento alimentare, cerchiamo di osservare chi ci sta intorno e proviamo a sentirci meno soli. Con le parole o con gli abbracci, non importa. Ma stringiamoci, per evitare di sbiadirci nel tempo.


In copertina trovate uno scatto che per noi è molto importante. Fa parte della mostra Fino a farmi scomparire, della RI-SCATTI Onlus che ogni anno anima il PAC con una rassegna dedicata a un tema. Il 2021 era stato l'anno del focus sui disturbi del comportamento alimentare. Ecco la sinossi della mostra.

Nove ragazze e un ragazzo affetti dalle malattie dei disturbi del comportamento alimentare sono i protagonisti del nuovo progetto di RI-SCATTI dal titolo Fino a farmi scomparire, una mostra, in programma dal 15 al 24 ottobre 2021, ideata e organizzata dal PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano e da RISCATTI Onlus - l’associazione di volontariato che dal 2014 realizza progetti di riscatto sociale attraverso la fotografia - e promossa dal Comune di Milano con il sostegno di Tod’s. L’edizione di quest’anno, la settima, è realizzata in collaborazione con l’Ospedale Niguarda di Milano e l’Associazione ERIKA, e con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale. È inoltre arricchita da una performance, frutto di un laboratorio teatrale sulla stessa tematica, realizzato in collaborazione con ASL Roma 1 e Associazione La Fenice.

Cento fotografie restituiscono le esperienze di Alessandra, Alessia, Anna, Emanuela, Emanuele, Federica, Giulia, Sofia, Silvia e Teresa che, dopo un workshop di tre mesi realizzato sotto la guida di Amedeo Novelli – anima di Ri-scatti insieme a Stefano Corso e Federica Balestrieri – hanno trovato il coraggio e la forza di raccontare le loro storie di sofferenza, disagio, paura, nelle quali l’idea di poter controllare lo stimolo della fame e di poter vivere senza il cibo diventano obiettivi da perseguire per annullare la propria fisicità e limitare la propria presenza, in un disperato tentativo di voler scomparire.


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