A volte crediamo di non farcela. Le proiezioni del futuro che immaginiamo sono meno belle della vita presente degli altri. Tutti camminano spediti, come fossero su binari di un treno, con le loro curve e i loro bivi, ma proseguono indisturbati verso una strada che noi non riusciamo nemmeno a vedere. La vista è offuscata e camminiamo a tentoni.
Spesso ho pensato a quello che avrei potuto essere per sentirmi migliore, per sentirmi al pari di quelli che mi circondavano. Avrei potuto studiare qualcos’altro, scegliere un lavoro diverso, indossare quel vestito anziché la camicia, essere meno donna, più audace, alzare la voce, spingermi in avanti. Invece resto in silenzio, faccio crescere le idee nel mio nascondiglio preferito – la mia testa – e le lascio stagnare lì. Se le raccontassi, chissà cosa penserebbero di me, chissà cosa direbbero.
Allora i pensieri corrono intorno alle cose senza raggiungerle. Si fermano alle mura di una fortezza incantata che sembra inaccessibile e cercano di sbirciare fra una porta e l’altra per osservare la vita perfetta degli altri. Quello che desidero resta bloccato nella paura di non essere abbastanza. Così smetto di avvicinarmi alla visione, e i binari su cui sono si trasformano in un cerchio perfetto: anche se mi muovo, sono sempre allo stesso punto.
Perché gli altri ci riescono? Come sono arrivati lì in cima?
Mi immagino ogni possibile strategia. Avranno sacrificato tutto, si saranno messi in discussione su ogni aspetto. Magari hanno perfino rinunciato a essere delle brave persone, hanno iniziato a correre e non si sono più voltati. Oppure sono semplicemente intelligenti: con studio e costanza hanno raggiunto quello che io mai potrei fare. Mi direi qualsiasi cosa pur di sfuggire alla più tremenda verità: non sono capace e gli altri se ne sono accorti. Il disagio che provo è diventato spettacolo, e chiunque può riderci su.
Continuiamo a fare le cose in silenzio, a nasconderci, a raccontarci che chiunque può farcela, tranne noi. Ma se provassimo a fingere? Se mentissimo a tutti e, prima di tutti, a noi stessi? Procediamo senza sentire lo sguardo di chi sta più in alto, e nemmeno quello di chi ci sta accanto. Un passo dopo l’altro, fingiamo di non ascoltare la voce di chi si aspetta qualcosa da noi. Non guardiamo il nostro riflesso nello specchio, smettiamo di analizzare le nostre imperfezioni e di pensare che gli altri siano più belli. Stiamo il più possibile lontani dal nostro giudizio e andiamo avanti, dimenticando che non siamo nessuno.
Può succedere che il cerchio si rompa e che i binari si raddrizzino. Non si vede l’orizzonte, ma mi accorgo di non girare in tondo. Ho paura di proseguire, ho paura di allontanarmi da me stessa. Eppure, non sono mai stata così bene. Vorrei mollare la presa, consentire al mio corpo di incontrare un imprevisto, ammettere di poter sbagliare.
Il mio treno arriva a un bivio. Mi giro e vedo che altre migliaia di treni accanto a me si sono fermati. Stanno pensando. Devono decidere anche loro cosa fare, e io non penso che siano più stupidi di me solo perché si sono presi una pausa. Qualcuno mi sorride e mi dice che posso farcela, che non è così spaventoso come sembra, anche se nemmeno lui lo sa.
Andiamo avanti tutti, a ritmi diversi, con partenze più o meno accelerate, ma andiamo avanti. Mi accorgo che nessuno mi sta guardando: qualcuno mi lancia un’occhiata, giusto per vedere a che punto sono arrivata, poi tira dritto. Stanno tutti cercando la loro strada. C’è chi controlla di continuo le mappe, chi mette il pilota automatico, chi si attacca a qualcun altro, chi guarda gli specchietti retrovisori e chi va a occhi chiusi. Non sento nessuna voce, solo il rumore dei motori accesi. Anche il mio, adesso, risuona.
Sembra che nessuno si stia chiedendo che ci fa qui, se può meritarsi di essere entrato nella fortezza. Smetto anche io di chiedermelo, perché la risposta è sempre sì.








