Ci sono personaggi di film e serie tv che ci rimangono impressi nella mente per sempre: Fleabag che torna a casa all'alba col mascara colato, Max di Stranger Things che corre fuggendo da Vecna, la Regina Carlotta distesa sotto il letto a parlare con suo marito che sembra non riconoscerla. Spesso sono scene che parlano a una parte di noi a cui è difficile accedere e, anche se non è facile trasporre sullo schermo certi dolori, attimi di buio e tumulti interiori, quando un personaggio ci fa sentire capiti difficilmente ce lo scordiamo. Succede anche con Charlie, protagonista di Heartstopper che, nella terza stagione, si trova a dover fare i conti con un disturbo alimentare.
Ancora una volta la serie Netflix basata sulle graphic novel di Alice Oseman riesce a dipingere con estrema delicatezza un tema complesso. La narrazione dell'esperienza di Charlie non è mai scontata, mai stereotipata, lo sguardo è sulle emozioni, positive e negative, e non si tratta mai solo di lui e del suo percorso, ma anche dei suoi amici, di sua sorella, di Nick, il suo ragazzo, e della sua famiglia. Assieme alla dottoressa Giorgia Gamberini, psicologa cognitivo costruttivista, abbiamo provato ad analizzare la serie per provare a rispondere alle domande che ne derivano. Una tra tutte quella che si pone Nick nel corso degli episodi: come possiamo stare vicino a una persona con un disturbo dell'alimentazione?
Gran parte della terza stagione di Heartstopper è dedicata al disturbo alimentare di Charlie. La rappresentazione del suo malessere è accurata?
I sintomi che si vedono sono ben descritti e penso ci sia stato molto rispetto nel descrivere la sofferenza del personaggio (e quindi della persona). Si vede il protagonista avere difficoltà nel mangiare particolari cibi in un ambiente di gruppo e in famiglia, vediamo la sua sensazione di stanchezza, la difficoltà legata al proprio aspetto fisico specie nelle scene al mare e in quelle più intime verso gli ultimi episodi. Credo anche che la serie abbia fatto un ottimo lavoro nel mostrare come spesso questi disturbi - come anche altri, del resto - diano alla persona un senso di isolamento e solitudine. In queste situazioni vediamo Charlie circondato da un alone nero che oscura tutto intorno a lui e lo separa dagli altri. Rimane vero il fatto che i disturbi si possono presentare in modo diverso in ogni persona, sia a livello di sintomi che di cause scatenanti.
La diagnosi di Anoressia e Disturbo Ossessivo Compulsivo che riceve Charlie è credibile?
Mi sembra che abbiano trattato la diagnosi con grande serietà. Ho notato un elemento importante quando Charlie dice al professor Ajayi: «Ci sono tante regole nella mia testa». Questo si collega alla diagnosi di Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) e capita spesso che i DCA, quando sono in comorbidità al DOC (ossia quando le due diagnosi si presentano insieme), siano caratterizzati da pensieri rigidi sull’alimentazione: queste regole vanno seguite altrimenti si ha la convinzione che possa succedere qualcosa di catastrofico, esattamente quello che Charlie dice in seguito allo psicologo, dando l’idea di cercare una sensazione di controllo.
Quando Nick nota che Charlie sta male, fa delle ricerche su Internet, è rischioso?
Capita spesso di ricorrere a Internet quando si incontra qualcosa di nuovo con il quale non si ha confidenza o conoscenza, questo si vede nella serie, ma succede anche nel mondo reale. Il punto è che non tutto quello che troviamo online ci è veramente utile, quindi è fondamentale il pensiero critico e non fidarsi di fonti che non hanno una valenza scientifica o che non sono curate da professionisti. Qui in Italia un sito utile è quello di AnimentaDCA.
Charlie all’inizio nega di avere un disturbo alimentare, succede spesso?
Può capitare, e ci sono diverse motivazioni alla base che non sono uguali per tutti. Prima di tutto c’è la possibilità di non sentirsi pronti ad ammettere di avere un problema (o dei sintomi particolari): dirlo ad alta voce e a qualcun altro lo rende vero e questo può spaventare. Spesso, poi, c’è la paura del giudizio: Charlie stesso quando deve parlare con i genitori esprime la paura che possano arrabbiarsi con lui o pensare che lo faccia per attirare l’attenzione. Può succedere anche di avere paura di non essere capiti o di vergognarsi di avere qualcosa di “diverso”.
Come conviene comportarsi in questi casi?
Nick fa una cosa fondamentale: lascia passare del tempo e garantisce a Charlie uno spazio sicuro per quando se la sentirà. Si rende conto che Charlie ha una sofferenza, si informa e cerca di capire come avvicinarlo, senza mai forzarlo troppo ma rispettando i suoi tempi. È Charlie che, nel momento in cui sente di non riuscire più a farcela da solo, si rivolge a Nick per aiutarlo a parlare con i genitori. Nick fa anche un'altra cosa: nell’episodio del suo compleanno, chiede a Tao di non insistere nello spingere Charlie a dirgli cosa c'è che non va. È molto importante non forzare l’altro a parlare di aspetti dolorosi del suo vissuto attuale.
Che cos'altro possiamo fare quando una persona a cui vogliamo bene soffre di un disturbo alimentare e vogliamo starle vicino?
Come spiega la zia di Nick non possiamo essere noi a guarire una persona che soffre di DCA, servono le cure degli specialisti. Questo, però, non significa non ci sia nulla che possiamo fare. La cosa più importante è chiedere alla persona come vorrebbe che le stessimo vicino e in quale parte del percorso preferirebbe essere sostenuta. Tutti i consigli che la zia psichiatra di Nick gli dà (scegli un posto dove entrambi vi sentiate safe, parla delle tue preoccupazioni, fagli sapere che ci tieni, cerca di non concentrare la conversazione su cibo e peso) sono utilissimi. In particolare è importante che il cibo, il peso e il corpo non diventino centrali nei discorsi che vengono fatti. Questo aspetto riguarda anche il commentare quanto o cosa una persona mangia e i cambiamenti fisici (sia che la persona stia riprendendo il peso o lo stia perdendo nel caso di Bulimia o Binge Eating, ad esempio), in particolare nel periodo della guarigione o nel pieno della terapia.
Molto importante è anche non svalutare il sentire della persona e non colpevolizzarla. È possibile, come si vede in alcune conversazioni tra Charlie e la madre, che la persona che sta male si senta frustrata o arrabbiata: è normale e saperlo aiuta a gestire e regolare al meglio questa emozione. Infine è importante ricordarsi che di fronte non si ha solo una diagnosi, ma la stessa persona di prima che sta affrontando un processo di terapia e guarigione.
A proposito della madre di Charlie, è comune che i ragazzi con DCA fatichino a parlarne con i genitori?
Assolutamente. È comune che i ragazzi e le ragazze in età adolescenziale non riescano o non vogliano parlare con i genitori di queste tematiche: si fa fatica a parlare di ciò che di bello succede, figuriamoci della sofferenza. Ma è del tutto normale, l’adolescente non vuole parlare con la famiglia d’origine, ma piuttosto con quella che si sceglie: gli amici.
E gli amici cosa possono fare in questo senso?
Esattamente quello che hanno fatto gli amici di Charlie: essere aperti, accoglienti e fargli capire che nel momento in cui si sente pronto loro sono lì per lui. Come dicevamo prima, una delle caratteristiche del DCA può essere la sensazione di isolamento, soprattutto quando le situazioni sociali hanno al centro il cibo. Ciò che gli amici possono provare a fare è continuare a coinvolgere la persona, magari cercando di trovare attività che non siano necessariamente legate all’andare al ristorante o al bar.
Quali sono le principali difficoltà per chi sta vicino a una persona con un DCA?
Prendiamo di nuovo ad esempio la madre di Charlie: io ci vedo molto senso di impotenza. Nella puntata di Natale la madre afferma di star provando ad aiutare il figlio, ma ogni volta le sembra di dire la cosa sbagliata. Gestire la possibile frustrazione che deriva dal vedere che spesso non possiamo fare nulla per aiutare chi amiamo, è sicuramente una delle difficoltà principali. Come scrivevo anche prima, colpevolizzare sé stessi o gli altri non serve a nulla: la diagnosi di DCA non è colpa di nessuno. I DCA spesso vengono definiti come disturbi “familiari” perché appunto riguardano tutti i membri del nucleo familiare e non solo chi manifesta i sintomi. Per questo molti centri o servizi di trattamento offrono sostegno psicologico anche ai familiari, proprio per offrire un ascolto in un periodo di cambiamento attraverso la terapia. Non c’è niente di cui vergognarsi se anche i genitori sentono di aver bisogno di essere accompagnati durante il percorso.
Nick, nel momento di maggior difficoltà, inizia a tenere un diario e prova a distrarsi...
Tenere un diario può essere utile come metodo per capire e sentire ciò che ci succede in quel determinato momento. Questo proprio perché avere i nostri pensieri ed emozioni nero su bianco ci aiuta a processarli in modo diverso. Inoltre, anche cercare di mantenere la propria vita e individualità può aiutare. Quando tutto sembra "troppo" è importante rivolgersi a uno specialista.
Quanto è importante che i prodotti mediatici forniscano una buona rappresentazione dei DCA? Heartstopper ci riesce?
È necessario che i media, soprattutto quando sono indirizzati ad un pubblico giovane, cerchino di rendere la narrazione sui disturbi mentali più verosimile possibile. Rappresentare la sofferenza senza renderla uno spettacolo o qualcosa di appetibile, è molto difficile, ma credo che Heartstopper lo faccia in modo esemplare. Mostra con rispetto le difficoltà di Charlie e delle persone che lo circondano, senza mai sminuire ma facendo vedere che di DCA si può guarire anche se richiede impegno e motivazione.










