Che fare dopo le Olimpiadi? Ce lo siamo chiesti noi che dal divano di casa ormai eravamo abituati ad accendere la Tv a tutte le ore seguendo le gare per combattere la noia di agosto. Ma se lo sentiamo noi lo smarrimento, cosa dev'essere per gli atleti? I preparativi, gli allenamenti, le aspettative, anni passati con un solo obiettivo davanti e poi di colpo l'euforia, l'arrivo nel villaggio olimpico, l'apertura dei Giochi e quel preciso momento in cui scendere in campo e dare tutto in pochi minuti, a volte secondi. In un attimo il volume si abbassa e non è facile tornare a ritmi e prospettive più dilatati. C'è una tristezza che avvolge gli atleti dopo le Olimpiadi, è il fenomeno del post-Olympic blues che può trasformarsi anche in un vero e proprio stato depressivo.

Da un po' di anni la maggiore attenzione alla salute mentale degli sportivi ha portato a far luce sulle difficoltà di riprendere la vita quotidiana dopo lo stress e le emozioni dei Giochi Olimpici. «Il 2004 è stato il mio primo assaggio di depressione post-olimpica», ha raccontato Michael Phelps, «ti ritrovi sull'orlo di un precipizio, del tipo "E adesso che succede? Dovrò aspettare altri quattro anni per avere la possibilità di farlo di nuovo"». Nel 2008 il nuotatore ha vissuto nuovamente la stessa esperienza, il calo di umore fisiologico quando sei costretto ad «uscire da quella fase di euforia dopo aver fatto qualcosa che ti eri prefissato da tutta la vita».

Anche Simone Biles, che negli anni ha contribuito notevolmente a sensibilizzare sull'importanza di tutelare la salute mentale nello sport, ha raccontato nel documentario su di lei uscito da poco del senso di smarrimento che l'ha invasa dopo le Olimpiadi di Tokyo. Lo stesso vale per la judoka tedesca Anna-Maria Wagner che, nel 2021, dopo aver vinto due medaglie di bronzo, ha raccontato di aver perso di colpo ogni desiderio di allenarsi: «volevo solo stare a casa, non uscivo e piangevo molto per nessun motivo». La nuotatrice britannica Cassie Patten dopo le Olimpiadi di Pechino ha detto allo stesso modo di essersi «sentita persa: andavo a nuotare e mi sedevo a bordo piscina a piangere». «Molti atleti cadono in una profonda depressione dopo le Olimpiadi», ha spiegato a NPR Holly Brooks ex fondista olimpica statunitense oggi psicoterapeuta, «hanno bisogno di molto supporto, di molte persone che gli ricordino il loro valore, al di là dei successi e dei risultati sportivi».

C'è un aspetto fisiologico: il corpo reagisce all'adrenalina, ai continui allenamenti e, quando il ritmo cala bruscamente, riadattarsi non è immediato. Allo stesso tempo c'è da mettere in conto lo stress, la delusione quando non si arriva sul podio, l'ansia per il futuro (specie per chi deve valutare se ritirarsi o meno) e una fortissima e improvvisa pressione mediatica a cui gli atleti non sono necessariamente preparati. Non ci sono ancora studi sufficienti per una comprensione approfondita del fenomeno, ma gli esperti suggeriscono di lavorare in anticipo per una maggiore consapevolezza. Briana Scurry, ex calciatrice e due volte medaglia d'oro olimpica ha dato qualche suggerimento parlando con Scientific American: fare un piano di vita per i mesi dopo le Olimpiadi, tenersi occupati con un viaggio o un workshop, restare in contatto con i compagni di squadra e mantenere una certa attività fisica di routine per non interrompere improvvisamente l'esercizio fisico. Certo non è facile preoccuparsi della propria salute mentale quando tutte le energie sono concentrate a vincere una medaglia, ma il punto è trovare il modo per ricordarsi che la vita continua, anche dopo i Giochi.