«Comunque nella vita si può parlare anche di altre cose oltre che di se stessi», scrive una ragazza su TikTok sotto a uno degli ultimi video di Alberto Ravagnani, ex prete influencer che ha da poco lasciato il sacerdozio con una decisione chiacchieratissima. A leggere il commento viene un po' da ridere dopo aver scrollato video su video in cui si parla: delle difficoltà di Ravagnani ora che non è più prete, delle nuove sfide di Ravagnani ora che deva capire di nuovo chi è e cosa vuole fare, dell'odio che riceve Ravagnani dopo la sua decisione, del libro scritto da Ravagnani sulle scelte di vita di Ravagnani. Del resto, però, non è lo stesso anche per gli altri influencer?
Nel suo caso la polarizzazione è maggiore perché, fino a qualche tempo fa, i suoi profili social seguitissimi (più di 300.000 su Instagram, più di 260.000 su TikTok) erano pieni di video di lui che, vestito da prete e con un'acconciatura da prete (il potere di un nuovo taglio di capelli dirà qualcuno), parlava di questioni religiose, del suo lavoro con i ragazzi della parrocchia, delle curiosità legate al sacerdozio, dei ritrovi di giovani cattolici che organizzava. Non è certo il primo prete influencer a costruirsi un seguito notevole. Lui, però, a un certo punto (e dopo alcune tensioni con la Chiesa, pare anche per via di una sponsorizzata su degli integratori), ha iniziato una trasformazione. Se prima potevamo credere che i suoi contenuti fossero mossi unicamente dal desiderio di raccontare il cattolicesimo in modo moderno, ora risulta chiaro che servivano a quello a cui servono a tutti: per mostrare una certa immagine di noi stessi.
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Alberto Ravagnani: ex prete
Qualcuno l'ha criticato per aver annunciato la decisione di lasciare il sacerdozio proprio in concomitanza con l'uscita del suo libro "La scelta", in cui racconta la sua vita e il suo percorso tra seminario e parrocchia e soprattutto i suoi dubbi e le sue riflessioni. Classe 1993, Ravagnani è stato ordinato prete nel 2018 ed è rimasto per cinque anni come responsabile dell’oratorio San Filippo della parrocchia di San Michele per poi spostarsi nella parrocchia di San Gottardo al Corso a Milano. Si è dedicato ai ragazzi e, durante il Covid, ha iniziato a fare video su YouTube. Ha tentato, come molti altri preti online, di accorciare le distanze tra un'istituzione sempre più distante dalle persone e il mondo moderno. L'ha fatto parlando di argomenti spesso tabù, partecipando a podcast (è stato anche a Muschio Selvaggio) e programmi tv, creando una comunità online e offline.
L'evoluzione è stata graduale: «Da quando ho iniziato la mia attività sui social, di fatto io mi sono smontato e poi ricostruito», ha raccontato, «non perché lo volessi, ma perché la realtà mi ha contaminato, stare in mezzo ai ragazzi, uscire dalla bolla del mio oratorio e anche dall'immagine stereotipata del mio ruolo, un po' alla volta mi ha permesso di riappropriarmi di tante cose che all'inizio invece spingevo in maniera spiritualeggiante e forse anche un po' ideologica». Con il tempo ha iniziato a mettere in dubbio gli stereotipi sull'essere preti e i loro stile di vita: la palestra («Nell'ambiente della palestra», ha detto, «ho trovato persone che grazie allo sport hanno saputo sviluppare parti della loro umanità, virtù umane, qualità esistenziali che poi possono essere usate anche per la vita spirituale»), l'abbigliamento, il colletto bianco, le feste. «A me non pare», ha detto intervistato da VDnews, «che il messaggio di Gesù nel suo insieme sia un messaggio che chiede alle persone di sacrificarsi o di rinunciare a se stessi o di eliminare parti della vita e quindi non credo che sia giusto chiedere alle persone innanzitutto di sacrificarsi. Innanzitutto bisogna amare, trovare i modi migliori che possiamo avere per amare. Poi l'amore a volte chiede sacrificio, però innanzitutto bisogna concentrarsi su questo, sul dare, più che sul togliere».
Delle posizioni della Chiesa nell'epoca contemporanea Ravagnani parla lucidamente: il potere che deriva dal diventare preti e i pericoli che possono nascere da un ruolo assunto senza la giusta preparazione, le difficoltà del celibato, il ruolo marginale delle donne nella Chiesa. «Io non so la Chiesa come cambierà, però so che inevitabilmente cambierà», spiega, «È non dico "deve cambiare", dico "cambierà" perché è sempre cambiata nel corso di secoli, anche adesso, soprattutto adesso che il mondo è diverso». «Io ho fatto la mia parte in tanti modi», dice senza rinnegare nulla del suo percorso anche online, «facendo i video, creando una community, buttandomi nel mondo, quello di oggi, quello scolarizzato, e anche facendo promozioni di integratori. Bisognerà fare dell'altro? Sicuramente sì».
Eppure anche le perplessità non sono mancate e non mancano. Quando Ravagnani parla di seminario e sacerdozio, c'è spazio per critiche e contraddizioni, lo stesso vale quando parla di corpo ma a patto che si tratti del proprio corpo, del proprio benessere, della palestra, dell'allenarsi, del scegliere come vestirsi. Eppure, quando gli chiedevano (in passato almeno, ora potrebbe aver cambiato idea: ce lo auguriamo visto che è intenzionato a entrare nel mondo del dating) della libertà delle donne di abortire diceva «Il corpo non è nostro, il corpo non è un oggetto di cui noi possiamo disporre come e quando vogliamo».
Una nuova vita
«Il mio cuore sarà sempre lo stesso, anzi adesso forse persino più libero...e più vero», assicura l'ex Don nell'annunciare il cambio di vita che ha suscitato scalpore, polemiche, commenti d'odio e analisi disparate. La trasformazione è evidente: nuovi vestiti, nuovi occhiali, nuove tipologie di video. Mentre parla di dover imparare come flirtare con le ragazze, la componente femminile della sua fanbase ipotizza che la crisi mistica sia nata dai meme sull'hot priest di Fleabag che fioccano puntuali nei commenti a tutti i suoi video.
A oggi è impossibile dire se Ravagnani diventerà un guru della mindfulness, un mental coach, un predicatore laico, un gymbro che pubblicizza integratori o qualcosa di diverso. È un nuovo inizio ed è questo, forse, quello che più ci piace: vedere come si riempie la pagina bianca. Del resto, nel mondo online non conta tanto la coerenza, ma il modo in cui racconti l'evoluzione. Risulta chiaro dai suoi video qualcosa che già sappiamo: oggi se trovi un metodo, se hai un buono storytelling, se navighi il giusto grado di scalpore e indignazione online, se il tuo marketing funziona, allora non importa che il tuo registro cambi insieme al tuo taglio di capelli e al tuo stile di vita. Anzi, l'evoluzione del personaggio può generare audience come i programmi di makeover in tv: vogliamo vedere cosa succede.
Quando Ravagnani sostiene che «la Chiesa ha sempre fatto marketing attraverso la spiritualità» e che anche la fede è stata spesso trattata come un prodotto, sembra dire: ammettiamolo, la vita è una performance, anche la religione è una performance, seguiamo tutti i trend, le mode, vogliamo tutti essere qualcuno, vogliamo mettere noi stessi al centro, ci mostriamo e curiamo il nostro personal branding. Lui ora pare aver semplicemente scelto di performare in un nuovo modo: allora però non è una rivoluzione, ma un adattamento a nuovi codici. Oltre le frasi motivazionali e le verità che Ravagnani ci ha proposto e ci propone (per poi, forse, contraddirle), oggi emerge però una maggiore vulnerabilità, ed è lì che ci riconosciamo: nel non avere idea di dove stiamo andando, nel desiderio di voler fare qualcosa di noi stessi, nel bisogno di attenzioni, nella trappola della continua costruzione dell'identità, che è la più grande ossessione (e forse l'unico credo) dei nostri tempi.











