«Se l’obiettivo immediato della flottiglia è rompere l’assedio di Gaza e portare attenzione su quello che accade lì, c’è anche un altro lavoro che facciamo ogni giorno: mettere in connessione attivisti e giovani da tutto il mondo. Non esistono molti spazi reali per costruire reti internazionali. Abbiamo i social, certo, ma non basta. La flottiglia invece crea un luogo concreto di incontro: ci sono persone da tutti i continenti coinvolte nel progetto. E questo è fondamentale, perché se la pressione è globale, allora anche la resistenza deve esserlo».
A raccontarlo è Esther Le Cordier, membro della delegazione francese della Thousand Madleens to Gaza, movimento internazionale nato nel 2024 e rilanciato con la mobilitazione del 4 marzo a Marsiglia, dove centinaia di persone hanno contribuito all’organizzazione della partenza. Qui lo vedete raccontato dalle immagini raccolte per Cosmopolitan Italia dalla fotografa Giulia Frigieri ha raccontato da vicino.
«Fin dall’inizio volevamo essere un movimento cittadino», dice Le Cordier. «Dare spazio a chiunque volesse contribuire. Ogni ruolo è importante». È questa dimensione comunitaria che emerge con più forza: una struttura fluida in cui ciascuno trova un posto, dal lavoro organizzativo alla preparazione dei pasti, fino alla navigazione».
Le Cordier ha poco più di vent’anni, come gran parte delle persone coinvolte. «Se guardiamo agli ultimi anni, tra il 2019 e il 2021, il grande movimento che ha coinvolto i giovani in politica è stato quello ecologista, come Fridays for Future. Dopo, a livello europeo, non c’è stato qualcosa di altrettanto forte. Oggi invece le lotte decoloniali, e in particolare la questione palestinese, stanno riattivando una nuova partecipazione giovanile».
Tommaso Astazi, fra i fondatori del collettivo Let’s Talk Palestine Italia, canale educativo che mira a promuovere una cultura della liberazione, fornendo strumenti per comprendere e orientarsi tra le questioni storiche e contemporanee legate alla Palestina, è arrivato a Marsiglia nei giorni della preparazione. «Quello che è successo lì», racconta, «è stato vedere una mobilitazione reale. È stato molto emozionante».
«All’inizio», dice, «molti si avvicinano per una singola causa, poi capiscono che è tutto collegato. La Palestina non è una questione isolata: ha a che fare con il clima, con le disuguaglianze, con le dinamiche globali. È così che si passa da una mobilitazione a un percorso politico». In questo senso, la flottiglia diventa anche un sistema di educazione: azione, ma anche costruzione di consapevolezza.
All’interno di questa rete, Let’s Talk Palestine ha scelto di intervenire in modo diretto, finanziando una propria imbarcazione, dedicata ai giornalisti palestinesi uccisi durante il conflitto. Racconta Astazi: «lavorando sui media e sull’educazione, per noi il tema centrale è quello della memoria e della speranza. Il fatto che queste persone abbiano continuato a raccontare fino all’ultimo quello che stava succedendo è parte del messaggio che vogliamo portare».
Poco prima di salutare Esther Le Cordier, se c'è qualcosa che mi avrebbe ancora voluto dire. «Sì: Mille Madleen sta arrivando a Napoli». Qui si organizzeranno incontri pubblici, momenti di formazione, scambio con le realtà locali. «Non significa abbandonare Gaza», chiarisce Astazi, «ma capire come costruire qualcosa di ancora più efficace intorno». L’idea è che la flottiglia non sia solo una traversata, ma un processo: fermarsi, creare connessioni, condividere strumenti. Perché, se l’obiettivo resta quello di rompere l’assedio, il modo per arrivarci passa anche dall’educazione, dalla presenza nei territori, dalla capacità di trasformare ogni porto in uno spazio politico.























