È passato ormai più di un mese da quando il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno iniziato a bombardare l'Iran. Eppure, nonostante i giorni passino, lo scenario rimane incerto e lontano da una risoluzione nel breve periodo. I bombardamenti continuano, sono stati uccisi diversi leader del regime iraniano che, però, non è caduto e ha risposto agli attacchi ampliando il conflitto e colpendo diversi Paesi tra cui quelli del Golfo, Cipro e Azerbaijan. Nel frattempo Israele ha cominciato ad attaccare il Libano sia con bombardamenti che via terra per colpire le milizie di Hezbollah alleate dell’Iran.
Sembra ormai chiaro che quella che doveva essere una guerra rapida per far cadere il regime, si è trasformata in una lunga crisi con ripercussioni sull'economia mondiale. A oggi si parla da un lato della possibilità di un accordo (anche se attualmente ci sono ancora molte incognite in proposito), e dall'altro di una eventuale operazione da terra da parte degli Stati Uniti.
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I negoziati
Uno scenario possibile per chiudere il conflitto sarebbe un accordo diplomatico. Trump ha detto di aver avviato dei negoziati tramite paesi come il Pakistan e la Turchia che stanno facendo da mediatori, ma attualmente l'Iran non sembra disposto a piegarsi. Come spiega il Guardian, infatti, il Paese vorrebbe non solo la conclusione definitiva della guerra ma anche il controllo almeno parziale dello stretto di Hormuz, cruciale per il commercio mondiale di petrolio e gas, in modo da poter applicare dei pedaggi alle navi.
Trump, da un lato sente la pressione del malcontento nei sondaggi a causa dell'aumento del prezzo del carburante e ha già dichiarato che gli Stati Uniti hanno vinto perché hanno sferrato un duro colpo al regime e alle capacità militari iraniane. Dall'altro lato difficilmente vorrà piegarsi alle condizioni dell'Iran sul petrolio. Anche Israele e i Paesi del Golfo sembrano voler continuare la guerra ritenendo che il regime non sia stato indebolito a sufficienza.
L'operazione da terra
Una possibilità di cui si discute in questi giorni è che gli Stati Uniti inizino un'operazione da terra. Migliaia di marines stanno venendo inviati in Medio Oriente probabilmente per una missione speciale sbarcando dal mare. Si discute di un attacco allo scopo di impossessarsi di più di 450 chilogrammi di uranio arricchito in Iran, come ha scritto il Wall Street Journal, ma si tratterebbe di un'operazione complessa e lunga all'interno del territorio iraniano. Si parla anche di un attacco più mirato all’isola di Kharg, che si trova a 25 chilometri dalle coste iraniane e a 500 chilometri dallo Stretto di Hormuz e da dove passa circa il 90% del petrolio esportato dal Paese.
A queste possibilità l'Iran ha risposto duramente: "Il nemico, in pubblico, manda messaggi di negoziati e in segreto trama per un attacco di terra", ha dichiarato il presidente del Parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf. Anche il portavoce del comando militare, Ebrahim Zolfaqari, ha tenuto toni intimidatori sostenendo che qualsiasi tentativo di invasione via terra avrà "conseguenze catastrofiche" e che le truppe americane diverranno "ottimo cibo per gli squali del Golfo".
La crisi energetica
Nel frattempo la crisi energetica legata alla guerra riguarda tutto il mondo. Nei paesi del Golfo si trova circa il 35% delle riserve di petrolio a livello mondiale e questi hanno dovuto sospendere in parte la produzione dopo degli attacchi iraniani. Anche le esportazioni di petrolio e gas naturale sono estremamente rallentate per via della chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran.
Tutto questo ha e avrà gravi conseguenze sull'economia globale, compresa l'Europa. «Se la guerra con l'Iran si sviluppasse in un grande conflitto regionale, potrebbe gravare ancora di più sulla Germania e sull'Europa, tanto quanto abbiamo recentemente sperimentato durante la pandemia di COVID o all'inizio della guerra in Ucraina», ha dichiarato il cancelliere tedesco Friedrich Merz. D'altra parte i Paesi europei non sembrano intenzionati a seguire gli Stati Uniti in questa guerra. Il più duro è stato Pedro Sánchez che ha negato agli USA le basi militari di Rota e Morón, in Andalusia e ha chiuso il proprio spazio aereo ai mezzi coinvolti nella guerra. Anche l'Italia in questi giorni ha negato l’uso della base di Sigonella ai bombardieri degli Stati Uniti. La decisione sarebbe stata presa dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, perché gli USA non avrebbero chiesto la necessaria autorizzazione preventiva al governo italiano.














