«Mi sembra un sabotaggio. Mi sta incatenando a questa vita di difficoltà solo perché non le piaccio. Avendo solo 13 anni, sono completamente impotente in questa situazione e non posso fare molto per cambiare il percorso che è stato scelto per me. La mia vita è dettata da adulti a cui non importa di me». Scrive così lo studente tredicenne che, qualche giorno fa, è andato a scuola, la scuola media Leonardo da Vinci di Trescore Balneario in provincia di Bergamo, con un piano preciso: uccidere la sua insegnante di francese. Ha indossato una maglia con scritto «Vendetta» e dei pantaloni mimetici e ha ripreso tutto con lo smartphone appeso al collo. Ha accoltellato l'insegnante, ora ricoverata in terapia intensiva.
È difficile capire che cosa spinga un ragazzo così giovane a compiere un gesto del genere. Lui, nel testo che ha lasciato scritto il giorno prima, ha parlato di ingiustizie subite dall'insegnante, della noia di seguire le regole e la routine, di volersi mostrare superiore. «Sono giunto alla conclusione», ha scritto, «che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità, ne sono stanco, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese». Di fronte a tutto questo tante domande rimangono senza risposte. Secondo la dottoressa Anna Chiara Franquillo, psicologa e psicoterapeuta con un dottorato di ricerca, «la connotazione psicologica di un gesto criminoso va compresa nella sua totalità e può avere una spiegazione esaustiva solo se si ha avuto modo di ricostruire il significato insieme a chi quel gesto l’ha commesso». Senza conoscere il vissuto di questo ragazzo è possibile solo guardare al fenomeno più ampio. La violenza giovanile, infatti, è in aumento: secondo i dati del ministero della Giustizia, nel 2024 i minori tra i 14 e i 17 anni segnalati o arrestati sono stati più di 38.000, con un aumento del 16% rispetto all’anno precedente. Nel 2025 gli adolescenti indagati e seguiti dai Servizi sociali per i minorenni sono stati 23.862 con età sempre più bassa. Negli ultimi sei anni, gli illeciti di cui sono accusati gli adolescenti sono aumentati: rissa +93%; rapina +54%; lesioni +53%; violenze sessuali +29%; omicidio +28%; minacce +26%. Inoltre i ragazzi trovati in possesso di una spranga o di un coltello sono aumentati del 93,5%.
- Metal detector a scuola? I presidi dicono no
- Le scritte a scuola "Viva Turetta"
- Armi negli zaini e chat con foto di coltelli
Di fronte a casi simili viene da chiedersi: come arriva un ragazzo così giovane a valutare, preparare e mettere in atto un gesto così estremo?
«Dobbiamo fare una premessa: la mente di un’adolescente è una mente che non si è ancora del tutto strutturata, che si trova ad affrontare una piena trasformazione biologica. Infatti, durante l’adolescenza il cervello si prepara a cambiare e a rivoluzionarsi; l’adolescenza è la fase in cui la corteccia prefrontale che è deputata all’organizzazione e pianificazione del comportamento sociale, e quindi a quel comportamento anche di natura empatica e altruistica, non è ancora del tutto formata. Al contrario, il sistema limbico che possiamo in un certo senso chiamare sistema emotivo, perché in questo sistema si trova l’amigdala fondamentale per la gestione delle emozioni, è in grande attività».
Questo cosa comporta?
«Che per un adolescente regolare gli impulsi, le emozioni, le reazioni istintuali è molto complesso. D’altra parte, però, ci sono alcuni tratti definiti “callous unemotional” che si riferiscono sostanzialmente a una profonda mancanza di rimorso e senso di colpa, oltre che di empatia, e una scarsa affettività o anche anaffettività totale. Questi tratti sono stati inseriti nel Disturbo della Condotta all’interno del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali nella sua quinta versione (DSM-5). Quindi, visto tutto questo si può dire, parlando in generale, che un giovane adolescente è in grado di organizzare e pianificare un comportamento criminoso, se alla base di questo comportamento c’è una motivazione profonda che lo sostiene, insieme ad alcune caratteristiche riconducibili ad un disturbo specifico».
Molti sono rimasti colpiti dalla scritta «vendetta» sulla maglia e dal senso di impotenza e ingiustizia che ha riportato il ragazzo.
«Possiamo considerare la vendetta come una sorta di strategia, ovviamente di natura disfunzionale, atta a modulare e gestire la rabbia. La rabbia è un’emozione che si lega alla percezione di aver subito un torto, danno o ingiustizia. Quando la rabbia viene elaborata positivamente, trova un suo spazio di definizione e contenimento. Ci sono alcuni casi, però, in cui ruminare rabbiosamente su ciò che è successo diventa una strategia cognitiva che può fare da trigger di comportamenti criminosi. Nel caso della vendetta, questa assolve una funzione punitiva verso chi quella rabbia e ciò che viene percepito come ingiustizia la ha attivata.
Queste sensazioni di ingiustizia le proviamo tutti noi, sia in adolescenza che in età adulta (e ovviamente persino da bambini): la differenza la fa la capacità di saper rielaborare questi vissuti, di essere in grado di contenerli e di trasformarli. Sembra esserci un’idea di fondo per cui esprimere e padroneggiare la rabbia attraverso agiti violenti sia l’unica forma per saperla modulare, elaborarla e dare un senso a ciò che si è vissuto».
Come si arriva, quindi, ad estremizzarle? C’è un problema nella gestione delle emozioni?
«Esatto. La difficoltà a gestire stati emotivi e di rabbia e frustrazione porta molto spesso alla disregolazione emotiva, che altro non è che l’incapacità di gestire e modulare delle risposte e dei comportamenti in maniera adattiva. La disregolazione si lega fortemente all’incapacità di riconoscere ed elaborare cosa succede dentro di sé e chiaramente questo ricade nella messa in atto di comportamenti impulsivi e anche a rischio, fino ad arrivare a condotte estreme come quella di cui stiamo parlando. Chiaramente in una fase adolescenziale questo aspetto è comune per ciò che abbiamo detto prima. La difficoltà a regolare le emozioni non ha una sola origine ma ve ne sono molteplici; e queste si legano al temperamento innato, allo sviluppo di una certa personalità, alla capacità del contesto di intercettare e modulare determinate difficoltà. Insomma, i fattori eziologici, cioè di origine, di una determinata difficoltà riguardano più fattori».
La scelta di curare una certa estetica e poi filmarsi durante il gesto, fa pensare in parte a una sorta di performance, i social hanno un impatto da questo punto di vista?
«Nei contesti attuali, i social media sicuramente rappresentano uno strumento attraverso il quale costruire la propria identità anche attraverso il rispecchiamento di ciò che l’altro fa. In caso come questo, i social potrebbero rappresentare uno strumento attraverso il quale manifestare il proprio gesto di vendetta. Se, come abbiamo detto, alla base della vendetta c’è la necessità di gestire la frustrazione dell’ingiustizia e quindi ristabilire un riscatto rispetto al torto subito, allora farlo platealmente significa ripristinare una certa immagine di sé. In questo senso, essere visti e riconosciuti dai pari può diventare una componente significativa delle proprie azioni. In situazioni in cui c’è una fragilità psicologica, questa dimensione social può diventare una cassa di risonanza attraverso la quale meglio manifestare sé stessi».
C'è qualcosa che si può fare a livello di prevenzione pensando ai ragazzi più giovani?
«Fare prevenzione significa mettere insieme interventi su più livelli. Avere uno spazio di confronto in contesti come la scuola o la famiglia dove rielaborare vissuti ed emozioni dolorose è sicuramente fare prevenzione: parlare di affettività, fallimento, frustrazione è un fattore protettivo rispetto alla messa in atto di comportamenti a rischio. Creare contesti in cui si possano accogliere vissuti e desideri in una fase delicata e complessa come quella dell’adolescenza significa proteggere. C’è da dire, però, che ci sono casi in cui alcune fragilità sono evidenti, ma su esse si innestano situazioni di grande imprevedibilità, e il tutto rimane complesso perché in tali situazioni si intrecciano molte variabili. Condividere spazi di ascolto e fermarsi insieme ai giovani a riflettere significa mettere un faro di luce nella mente misteriosa e complessa dell’adolescente nella sua unicità».













