«Quando avevo undici anni ho cercato su Google», scrive Honor Levy nel racconto "Internet Girl" parte della sua (attualmente chiacchieratissima) raccolta Il mio primo libro, «com'è fatto internet? Hai mai visto un'immagine di internet? È bellissima. È la migliore. È fatta di ragnatele al neon. È facile rimanerci incastrati come una mosca stupida. È facile fissarla». Ogni tanto mi chiedo se esista ancora, incastrato nella ragnatela, il mio vecchio blog su MSN. Non sono convinta che vorrei mai rileggere quello che ci scrivevo: per quanto Joan Didion suggerisca di rimanere in buoni rapporti con tutte le versioni passate di noi stesse, credo che non reggerei il livello di cringe.
Era un mondo strano quello di Windows Live Messenger, una fase di passaggio prima dei social che oggi sembra preistoria: c’era lo stato per segnalare se eri offline o potevano scriverti, c’erano i trilli e c’erano le emoji, si chattava, si flirtava e così passavano i pomeriggi. «Internet mi affascinava perché mi offriva una sorta di stampella sociale che mi permetteva di scegliere con cura come mostrarmi agli altri», scrive la sociologa digitale e attivista femminista Silvia Semenzin nel suo nuovo libro Internet non è un posto per femmine, «Passavo ore a decorare il mio nickname con asterischi, stelline e cuoricini, o a selezionare meticolosamente le frasi più struggenti delle mie canzoni preferite per il mio “stato” su MSN nella speranza di catturare almeno un po’ l’attenzione di quel compagno di classe che mi piaceva tanto, ma che non mi scriveva mai». Già allora essere ragazze passava anche per la propria identità online. Chi eravamo e chi volevamo essere si esprimeva sempre di più anche attraverso il digitale.
Oggi è tutto più complesso, l’identità femminile sul web si è frantumata in mille pezzi: clean girl, hot girl, sad girl, that girl, chronically online girl, girl dinner, girl math, literally just a girl. Internet sembra apparentemente infarcito di contenuti femminili, di get ready with me e di influencer che fanno adv. Nel capitolo “Donne sotto gli algoritmi” Semenzin cita Charli XCX: «It’s so confusing sometimes to be a girl» prima di osservare che «Le donne imparano a ottimizzare sé stesse come si ottimizzano i contenuti per la SEO, aderendo a ciò che piace all’algoritmo, conformandosi alla cultura patriarcale dominante e obbedendo alle richieste imposte dal capitalismo digitale». E se da una parte ci sono i trend e i modelli femminili irraggiungibili e standardizzati con cui misurarsi, dall’altro, c’è qualcosa di ben più inquietante e oscuro. Qualche tempo fa leggevo, senza riuscire a smettere, i commenti sotto i post di una ragazza, giornalista femminista: una sequela di commenti violenti generati da bot e profili fake che le auguravano a ripetizione morte, stupri e cose orribili. Quando è stato rieletto Donald Trump, su TikTok c’erano commenti di uomini che esultavano all’idea dell’oppressione femminile con frasi come «Your body, my choice», «La mia cucina, il tuo luogo di lavoro», «Minacciate uno sciopero del sesso? Come se poteste scegliere!». Secondo la Mappa dell’Intolleranza di Vox - Osservatorio italiano sui diritti che monitora l’hate speech online, su oltre un milione di tweet negativi analizzati nel 2025, il 50% contiene affermazioni di odio verso le donne. «Io penso», mi dice Silvia Semenzin, «che purtroppo in questo momento storico la rete sia soprattutto un luogo di oppressione per le donne e per il femminismo».
Il primo capitolo del libro si intitola “Follow the power: storia di un Internet maschile”. La rete nasce come spazio maschile o lo diventa col tempo?
«Le donne in realtà sono sempre state molto protagoniste dell'innovazione digitale ed è una cosa che tendenzialmente non si sa. Ricordiamo sempre i nomi dei grandi geni maschili ma non sappiamo che il primo algoritmo l'ha scritto Ada Lovelace, che i primi codici sono stati fatti da Grace Hopper, i primi grandi computer per calcoli dei missili balistici sono stati fatti dalle Eniac Girls, informatiche che sono state oscurate anche dalle foto storiche. Le donne sono sempre state protagoniste dell’innovazione digitale, sono state escluse dalla storia». tecnologica nel momento in cui la tecnologia è iniziata a diventare appetibile per il mercato sostanzialmente».
Com’è avvenuto questo processo?
«Gli uomini sono sempre stati più presenti nel mondo del lavoro, ma una cosa poco conosciuta è, ad esempio, come sia stata costruita a tavolino la figura dell'informatico e dell’hacker tramite un processo di maschilizzazione anche dal punto di vista culturale. Lo stereotipo dell’informatico ha attratto molti più uomini nella tecnologia, mentre le donne sono rimaste relegate ai lavori più ripetitivi da segretarie. ll marketing dipingeva l'esperto di tecnologia come una persona profondamente razionale, eccellente nella matematica, ma allergico alle relazioni sociali, imbranato con le donne, anche un po' trasandato. E questo tipo di figura ha iniziato a popolare il mercato e piano piano si è espansa poi nei college dove iniziavano a esserci le prime facoltà di informatica. Si sono diffusi i cosiddetti computer boys, ragazzi molto giovani che si avvicinavano a questo mondo e già coltivavano un certo pensiero misogino come collante».
C’è stato, però, fin da subito anche un tentativo di reagire a questa maschilizzazione.
«La rete è un campo di desiderio. Anche se c'è sempre stata una prevalenza del pensiero maschile, c'è stato anche spazio per l'esplorazione di alternative e di resistenze. Per questo fin dagli inizi internet ha portato anche un certo grado di ottimismo, anche nelle stesse femministe e persone appartenenti al movimento LGBTQ+ che già a partire dal primo internet rudimentale, dai primi forum, dalle prime mail, potevano o accedere a informazioni rispetto sulla propria sessualità o fare coming out in maniera più sicura, magari venendo dai luoghi del mondo in cui non lo potevano fare. Inizialmente la tecnologia è stata accolta come una possibilità di superare il binarismo di genere, superare le pressioni, le costrizioni, perché si poteva giocare con l'identità di genere online, ci si poteva nascondere dietro all'anonimato.
È innegabile che per tantissimi aspetti internet abbia liberato molte persone, che le abbia avvicinate, anche tramite i social network, ma questo purtroppo non ha evitato che prevalesse quella parte di potere maschile egemonico e disciplinante, per cui poi è dilagata anche la violenza di genere».
Internet e violenza di genere si sono intrecciati da sempre?
«Quando è nato il World Wide Web è iniziata anche la violenza digitale in rete. Le giornaliste che si occupavano di femminismo, le attiviste o le politiche, raccontano che già negli anni ‘90 ricevevano le mail di minacce. Proliferavano già siti per votare le donne, categorizzarle e inserire le loro foto senza consenso ben prima di Telegram, ben prima dei siti porno, eccetera».
Oggi, però, sembra che la misoginia online abbia raggiunto livelli nuovi. «La manosfera è ovunque», dici nel libro.
«Prima, tutto questo veniva normalizzato. Faceva parte di una cultura molto misogina che si tendeva a sottovalutare e banalizzare. Oggi oltre alla normalizzazione siamo passati a una vera e propria rivendicazione delle pratiche misogine».
Spesso si dice che è una reazione al femminismo della quarta ondata, è così secondo te?
«Il femminismo, tramite internet, è riuscito ad espandersi, è riuscito a portare avanti delle battaglie importanti e mettere sul tavolo alcuni concetti come il consenso. Pensiamo al #MeToo che nasce sui social network. Il tentativo oggi è proprio quello di escludere, silenziare, marginalizzare, anche proprio tramite gli stessi algoritmi e le regole delle piattaforme. L'idea é: vi togliamo questo spazio che vi siete ritagliate».
Ci sono, però, come racconti nel libro, contenuti più “femminili” che continuano a venire premiati dall’algoritmo.
«Sì, io nel libro cerco di analizzare quali sono le estetiche che diventano dominanti, che piacciono agli algoritmi e diventano visibili e virali online. Per la componente femminile, emerge una femminilità stereotipata: le sad girl, le hot girl, estetiche girly molto delicate, non disturbanti. Spesso parlano di makeup o di uomini e sono comportamenti che non risultano uguali se fatti da una donna bianca, magra o da una donna nera, una donna grassa, una donna con disabilità. Questi stereotipi vengono anche portati all’estremo e allora troviamo le trad wife, donne che rifiutano il femminismo e lo vedono nemico della libertà individuale femminile che toglie loro la possibilità di scegliere di stare a casa, fare la mamma, fare la casalinga. In questo senso impariamo a gestire la nostra performance di genere anche tramite l’algoritmo perché se vuoi ottenere visibilità devi attenerti a certe regole.
Esiste o può esistere un internet non tanto femminile quando femminista?
«Ci sono un sacco di sperimentazioni in questo senso, il punto è che non ce lo lasciano fare. Ci sono, ad esempio, sperimentazioni rispetto all'intelligenza artificiale femminista, come il progetto Afroféminas. Ci sono idee di social network alternativi, come per esempio UpScaled che viene usato anche per evitare la censura sulla Palestina. C’è da dire che navighiamo in ambienti molto controllati, molto centralizzati, per cui è molto difficile pensare di riuscire a ottenere spazio se prima non frammentiamo i monopoli. Però la tecnologia femminista esiste e anche se oggi c’è molto pessimismo, dobbiamo riappropriarci della possibilità di creare. È importante partire anche dall’offline, dalle assemblee e dalle piazze, ma poi reclamare il digitale e non lasciare sole le attiviste femministe, non lasciare tutti gli spazi in mano ai cryptobro della Manosfera. A volte, a partire dall'oppressione, si riesce a trovare il modo di allenare l’immaginazione, questo muscolo utopico. Abbiamo del lavoro da fare ma sono convinta che in questa oscurità a un certo punto vedremo la luce e sono sicura che lo faremo grazie al femminismo».















