Il successo, la maggior parte delle volte, arriva insieme a una sensazione difficile da spiegare. Oltre alla felicità per il traguardo raggiunto si mescolala nostalgia per qualcuno che non può più esserci. È una delle dimensioni più intime del lutto, quella che emerge proprio nei momenti più importanti della nostra vita. Vi avevo già parlato qui di come è possibile elaborare un lutto. Un passaggio purtroppo inevitabile della vita di ognuno di noi che ci rende del tutto invulnerabili. Non ci sono regole da seguire: ognuno gestisce e prende il suo tempo per superare un momento che, nella vita, sarà possibile attutire ma mai risolvere. Io capisco Gianluca Gazzoli e Serena Brancale. Li capisco bene. Quando ho perso mio padre, ad esempio, ho trovato nel lavoro il mio porto sicuro: quella valvola di sfogo pronta a comprendermi e farmi svagare. E anche loro, seppur sul palco del Festival di Sanremo, hanno portato non solo il proprio percorso professionale, ma anche la memoria delle loro mamme che non ci sono più. Un gesto dolce e necessario, spesso silenzioso, di condividere i propri successi con chi ha contribuito a costruirli. Ecco perché quest’anno, il palco dell’Ariston, è diventato qualcosa di più di una vetrina artistica: uno spazio pubblico in cui la memoria privata ha trovato la propria voce. Ed è bellissimo, no?
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Serena Brancale e Gianluca Gazzoli, un ricordo nel futuro
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Ogni artista arriva a Sanremo con una storia. Non solo musicale, ma anche personale. Nel caso di Serena Brancale (che ha voluto indossare anche l'abito della madre sul palco) e Gianluca Gazzoli, la dimensione familiare fa parte di quella narrazione che accompagna il loro percorso. Ed è proprio questo elemento che rende il palco del Festival una sorta di passaggio simbolico. Come i brani (che da individuali si sono trasformati in collettivi), anche qui molti di noi si sono ritrovati nella loro solitudine apparente. Parlare di chi non c’è più davanti a milioni di persone significa, in qualche modo, trasformare il ricordo di chi (con orgoglio) sarebbe stato ad applaudirli in prima fila. Legami che, seppur in un’altra dimensione, continueranno a influenzare il presente. Per molti figli, infatti, la relazione con i genitori non si interrompe con la loro scomparsa. È anche per questo che momenti pubblici come Sanremo possono assumere un significato simbolico molto forte nel processo di elaborazione del lutto. «Se ci pensi, portare il tuo genitore che non c’è più e la tua relazione con lui su un palco come Sanremo (che per un italiano è un luogo pubblico) è una ritualità», osserva la psicoterapeuta Elisa Ratti. Il Festival, spiega, diventa quasi un rito collettivo: «Un palco in cui tu, di fronte alla comunità, porti la memoria del tuo genitore». In casi come quelli di Brancale e Gazzoli, aggiunge, sembra emergere un elemento comune nonostante le differenze artistiche tra i due: la sensazione che il percorso professionale sia stato costruito anche dentro quella relazione familiare. «Ciò che accomuna forse questi due artisti, molto differenti tra loro, è che sembra che il percorso sia stato costruito insieme al genitore», spiega Ratti. Come se il successo non fosse poi soltanto individuale, ma il risultato di un cammino condiviso che continua simbolicamente anche dopo la perdita.
L'elaborazione del lutto che non conosce regole
Dal punto di vista psicologico, la perdita di una persona cara è uno degli eventi più complessi da elaborare. Non riguarda soltanto il dolore per l’assenza, ma anche il modo in cui la vita quotidiana cambia dopo quella perdita. «L’elaborazione del lutto di una persona cara è molto complessa e dipende da più fattori», spiega la psicoterapeuta Elisa Valdastri. Tra questi c’è innanzitutto il tipo di legame che si aveva con la persona scomparsa e quanto fosse presente nella quotidianità. «Questo incide nel senso di vuoto e anche nella difficoltà di assimilare la perdita», sottolinea. Quando qualcuno che faceva parte della routine quotidiana viene a mancare, infatti, la persona che resta deve riorganizzare non solo le proprie emozioni ma anche la propria vita. Tuttavia, le teorie psicologiche più recenti hanno cambiato il modo di guardare a questo processo. «I concetti attuali dell’elaborazione del lutto non puntano più solo sul lasciare andare», spiega Valdastri, «ma sulla rielaborazione». Significa integrare quella perdita nella propria storia personale, darle un significato nuovo dentro la propria identità e trasformarla, in alcuni casi, anche in una motivazione. È quello che può accadere quando il ricordo di una persona amata diventa una spinta a portare avanti ciò che si è costruito insieme.
In questo senso, dedicare una canzone o semplicemente nominare un genitore su un palco come quello di Sanremo può avere un valore profondo. Non cancella il dolore, ma lo colloca dentro una narrazione che continua. «Tutti i lutti che viviamo sono traumi, ferite emotive e personali», aggiunge, ma dare un significato alla perdita può aiutare a trasformarla in qualcosa di arricchimento nella propria vita. Siamo tutto ciò che abbiamo perso, mi verrebbe da dire. Tempo condiviso che, quasi sicuramente, è passato anche attraverso la musica (la nostra principale valvola di sfogo dove rifugiare i nostri sentimenti). Il palco diventa così uno spazio in cui la memoria si intreccia con il futuro. Grazie Serena, grazie Gianluca: in questo festival ci avete fatto sentire meno soli. "Sono fiero/a di te", è la frase che sarebbe riecheggiata dal fondo sala prima di un’ennesima pausa pubblicitaria, che non è nient’altro che l’attesa per ripartire nella vita.





