Sono circa 200 gli studenti minorenni rimasti bloccati a Dubai quando il 28 febbraio l'Iran ha iniziato a bombardare i Paesi del Golfo in risposta all'attacco di Stati Uniti e Israele. Teheran ha colpito non solo obiettivi militari, ma anche zone turistiche, alberghi a cinque stelle e l’aeroporto internazionale. Sono stati giorni di paura, con le sirene che suonavano in piena notte e i boati dei missili. «Saremmo dovuti partire il giorno in cui è iniziato l'attacco», mi racconta Martina Teja, 17 anni, studentessa del quarto anno del liceo classico Tito Livio di Milano che a partire dal 22 febbraio ha partecipato a WEMUN, la più grande conferenza di simulazione delle Nazioni Unite al mondo, a Dubai. «Non eravamo preparati», dice, «ci hanno comunicato che non saremmo potuti partire, ma non ci aspettavamo che gli attacchi sarebbero arrivati così vicini. Quando abbiamo avuto la notizia del bombardamento alla base americana ad Abu Dhabi, che si trova ad un'ora e mezza circa da Dubai, ci siamo allarmati». L'espansione del conflitto da parte di Teheran, del resto, è arrivata piuttosto inaspettata: il presidente Trump ha detto alla CNN che «la più grande sorpresa» è stata proprio la decisione dell’Iran di colpire gli altri Paesi della regione, mentre gli Emirati hanno condannato duramente l'attacco: «La vostra guerra non è contro i vostri vicini».

Oggi, come ha fatto sapere il ministro degli Esteri Antonio Tajani, i ragazzi italiani dovrebbero rientrare con un volo in arrivo a Milano da Abu Dhabi. Evacuare le persone bloccate nella regione con voli di linea è impossibile, ma le ambasciate hanno lavorato per convogliare le persone verso gli aeroporti ancora operativi. Quando parlo con Martina Teja, si trova ancora a Dubai in attesa. È tesa, ma rassicurata dall'alta sicurezza dell'albergo in cui alloggiano, che è dotato di un bunker. «È molto ampio perché in realtà è un parcheggio sotterraneo utilizzato come bunker. L'hanno ben organizzato con tante sedie e bottigliette d'acqua per chi ne ha bisogno». Nella giornata di lunedì la situazione si è un po' calmata: «Si sentono meno boati e meno aerei militari sopra le nostre teste. Stamattina, però, quando abbiamo aperto la finestra il cielo era completamente bianco, non vedevamo più i grattacieli e c'era un forte odore di fumo. Nella notte era successo qualcosa lontano da noi».



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Foto di Thomas Haas su Unsplash

Dove eravate quando c'è stato il primo attacco?

«La mattina del 28 febbraio eravamo alla cerimonia di chiusura del programma WEMUN, dopo giorni in cui avevamo lavorato alla simulazione di come avviene un'assemblea delle Nazioni Unite e visitato Dubai e Abu Dhabi. Quando sono arrivate le prime notizie degli attacchi agli Emirati ci hanno spostato in un altro hotel rispetto a quello dove avevamo alloggiato e dove adesso siamo tornati. Eravamo in questo nuovo albergo (tra l'altro pieno di vetrate, e ci avevano detto di stare lontani dalle finestre) quando, verso l'una e mezza di notte, è suonato il primo allarme sul telefono.

È un sistema con cui il governo invia un segnale di pericolo a chiunque si trovi nel Paese. L'allarme parte su tutti i telefoni nello stesso momento ad un volume altissimo e ha un suono molto impattante, simile a quello di una sirena. Ci siamo impanicati, poi siamo scesi tutti nella hall e siamo rimasti a dormire lì. Eravamo spaventati, si sentivano continui boati, aerei e avevamo paura».

Ci sono stati altri allarmi nel corso della notte?

«Sì, verso le 5:30 quando un drone è caduto sopra l'aeroporto. C'è stato un boato molto forte e ci siamo svegliati tutti».

Anche il giorno dopo, gli attacchi sono continuati.

«Sì, è stata una giornata piuttosto intensa. In sottofondo per tutto il giorno c'erano boati, scosse e aerei caccia che passavano. Ammetto di essere andata nel panico perché sembrava di averli davvero vicini. Nel pomeriggio ci hanno fatti tornare nel primo hotel, quello con il bunker, e ci hanno detto che se di notte fossero suonati gli allarmi dovevamo scendere lì. Infatti così è stato. Avevamo già gli zaini pronti e quando hanno dato l'allarme ci siamo spostati giù. Quando suona l'allarme c'è sempre una sensazione di impotenza. Pensi che anche se i missili non stanno colpendo te, ci sono comunque dei missili che passano sopra la tua testa e cadranno da qualche parte. Pensi "io sono piccolo, io non posso fare niente"»

Siete sempre riusciti a rimanere in contatto con i vostri genitori?

«Fortunatamente sì. Sono sempre riuscita a sentirli, ho sentito i miei amici, anche i miei professori e questo aiuta a tranquillizzarsi. È anche venuto il Console a trovarci per rassicurarci e dirci che stavano lavorando per farci rientrare. La nostra preoccupazione più grande al momento è tornare a casa».

Com'è pensare a quando tornerai alla tua vita di tutti i giorni?

«Penso che quello che abbiamo vissuto abbia creato una ferita indelebile, che non sarà mai totalmente guaribile. Ti cambia la prospettiva. Io ho vissuto da italiana la guerra in un altro Paese e ho visto il consolato adoperarsi e avere un occhio di riguardo per noi. Ma quando tornerò non penso che ci saranno giorni in cui non penserò e non mi documenterò su quello che sta succedendo qui a Dubai e il modo in cui mi informerò sui Paesi che stanno affrontando una situazione di pericolo sarà diverso. Ti rendi conto che la guerra è molto più vicini a noi rispetto a quello che ci aspettiamo».