C'è stato il momento in cui il coro Anffas Nazionale, l'Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo, ha cantato insieme a Laura Pausini sul palco dell'Ariston a Sanremo 2026. Le persone con disabilità sono state definite «speciali» da Carlo Conti, e indicate come «i ragazzi» nonostante avessero età svariate. C'è stato, poi, il momento in cui l'ex presidente del CONI Malagò ha parlato degli atleti paralimpici definendoli «Eroi moderni, che da un limite hanno trovato una meravigliosa risposta tramite lo sport».
Ancora, c'è stato il momento in cui Carlo Conti si è rivolto alla campionessa di wheelchair curling alle Paralimpiadi, Giuliana Turra, chiedendole «Ti sei allenata molto?», domanda quantomeno ridicola se rivolta a qualsiasi atleta che gareggi alle più importanti competizioni sportive a livello mondiale. Infine, nel collegamento in diretta con Paolo Sarullo, venticinquenne vittima di una aggressione da parte di un gruppo di ragazzi tra i 18 e i 20 anni, sempre Conti ha detto che rimanere su una sedia a rotelle è «una sentenza terribile» sottolineando come la mamma del ragazzo «che ha una forza incredibile» abbia dovuto «mollare anche il lavoro» per aiutare il figlio.
Non è che la scena con il coro non risultasse tenera, è vero che le imprese degli atleti - sia paralimpici che olimpici, però - possono sembrarci eroiche e sovrumane, e la storia di Paolo Sarullo è effettivamente tragica per la violenza che gli ha cambiato la vita. Il problema, come hanno fatto notare diversi attivisti ed esperti, è che la rappresentazione della disabilità al Festival è sempre uguale: pietistica, assistenzialistica, necessariamente edificante e commovente. Ed è delle narrazioni uniche che si alimentano gli stereotipi.
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Parlare di disabilità a Sanremo
«Come ogni anno, la disabilità entra a Sanremo come funzione sociale, nulla di più», commenta parlando con Cosmopolitan Marina Cuollo, scrittrice e consulente D&I che si occupa di rappresentazione della disabilità in ambito mediale. Eppure anche la stessa funzione sociale viene comunicata nel modo peggiore: «Pietismo e infantilizzazione restano le modalità preferite da conduttori, conduttrici e, in generale, da persone non disabili che parlano al posto nostro. È un tripudio di formule prefabbricate, “sogni che si realizzano”, “ragazzi speciali”, ripetute fino allo sfinimento». Sul palco dell’Ariston, secondo Cuollo, «le persone con disabilità esistono soprattutto per assolvere una funzione: far sentire meglio chi guarda. Siamo il “momento sociale”, non veniamo quasi mai invitati e riconosciuti come professionisti. In quella veste, evidentemente, per loro non esistiamo».
Il festival di Carlo Conti sembra animato da buone intenzioni (che a volte assomiglia un po' a una checklist di temi sociali da trattare), ma promuove una versione dell'inclusione che non tiene conto del fatto che viviamo in una società abilista dove la discriminazione verso i corpi non conformi agisce attraverso sistemi di potere che escludono, invisiblizzano e silenziano. «Quest’anno», sottolinea ancora Marina Cuollo, «da un lato, è stato lasciato più spazio di parola alle persone con disabilità. Dall’altro, non si è visto alcun lavoro autoriale serio, e lo dimostrano le domande poste da Carlo Conti nei tre segmenti dedicati alla disabilità: domande costruite per produrre tenerezza e commozione, non per aprire un discorso complesso e reale. E come sempre, nessun accenno ai diritti.
Il coro dell'Anffas indossava magliette con su scritto «Sono come te», ma la società non tratta affatto le persone con disabilità allo stesso modo e cancellare o ignorare le differenze non aiuta a costruire un sistema più equo, assolve e basta. Del resto, come ha ricordato Lisa Noja, deputata di Italia Viva, al teatro Ariston c'è ben poca attenzione all’accessibilità. Nel Regolamento del Festival è stabilito che le persone con disabilità che vogliano acquistare un biglietto, debbano necessariamente essere accompagnate e quindi pagare anche per un'altra persona. «Come avevamo già denunciato l'anno scorso», ha scritto su Instagram Noja, «il Teatro Ariston è quasi inaccessibile alle persone con disabilità. E quest'anno non è cambiato assolutamente niente. Il regolamento sulla bigliettazione non indica quanti posti siano disponibili, li riserva esclusivamente a chi usa la sedia a rotelle, certificato medico alla mano, e obbliga all'acquisto di un secondo biglietto per un accompagnatore. Perché evidentemente una persona con disabilità non può, o non vuole, andare da sola».
Una narrazione meno abilista
Come molti attivisti e divulgatori hanno fatto notare sui social, se Sanremo vuole parlare di disabilità dovrebbe imparare a farlo senza cadere quella che Marina Cuollo definisce una «rappresentazione della disabilità come dispositivo emotivo: segmenti brevi, separati, ad alto tasso di commozione e “buoni sentimenti”, in cui la competenza artistica o sportiva scompare del tutto». «Prima che qualcuno scriva: “ma erano felici”, la felicità non è un criterio artistico», ha sottolineato su Instagram Valentina Tomirotti, giornalista e attivista per i diritti delle persone con disabilità, «La felicità non è inclusione. La felicità non basta a rendere una rappresentazione giusta. Il punto non è se si sono divertiti. Il punto è perché in prima serata la disabilità viene mostrata quasi solo quando conferma l’idea rassicurante che abbiamo di lei».
Quello che manca, a oggi, è un reale coinvolgimento di chi si occupa di questi temi, portando sul palco persone che non siano lì come mero simbolo della disabilità per generare compassione. «Un approccio diverso è possibile solo se si coinvolgono professioniste e professionisti della comunicazione con disabilità nei ruoli autoriali, dove si decidono cornice, linguaggio, domande e narrazioni», conclude Cuollo, «È lì che si cambia. Senza questo, si continuerà a girare in tondo, ripetendo sempre gli stessi errori.












