Venerdì scorso, HYBE e Geffen Records hanno annunciato che Manon Bannerman, membro delle KATSEYE, si sarebbe temporaneamente allontanata dal gruppo per «concentrarsi sulla propria salute e sul proprio benessere». Poco dopo, Manon ha inviato un messaggio diretto ai fan chiarendo di stare bene e di essere in salute, ma aggiungendo che «a volte le cose si sviluppano in modi che non possiamo controllare del tutto, ma mi fido del quadro più grande».

La dichiarazione ha scatenato un vortice di speculazioni tra i fan: la pausa è stata davvero una sua scelta? E quanto sarà davvero temporanea? Per molti sostenitori del gruppo, attivo dal debutto nel 2024, la notizia è stata un duro colpo.

Online, però, cresce anche un’altra lettura: per una parte del pubblico, questa decisione sembra inserirsi in una dinamica già vista nell’industria delle girl group, in cui l’unico membro nero finisce ai margini, spesso incasellato in stereotipi ingiusti.



Sembra che la stessa Manon non sia del tutto estranea a questa discussione: nel weekend ha messo “like” (poi rimosso) a un video pubblicato dalla content creator Simone Umba sull’argomento.

Nel video, Umba analizza il percorso di Manon come unica membro nera delle KATSEYE e ripercorre la storia di altre componenti nere di girl group che hanno vissuto dinamiche simili. Tra queste Normani delle Fifth Harmony e Leigh-Anne Pinnock delle Little Mix, entrambe finite al centro di trattamenti iniqui da parte del management e bersaglio di abusi razzisti da parte di presunti “fan”.

«Perché ogni volta che c’è un’unica ragazza nera in una girl group è sempre lei a essere la più colpita, quella che soffre di più?», ha chiesto Simone. «Immagina di essere l’unica ragazza nera del tuo gruppo e di avere metà di Internet che ti attacca, ti dà della pigra, ti definisce “difficile”».

Leigh-Anne Pinnock ha parlato apertamente di questa esperienza nel documentario Leigh-Anne: Race, Pop & Power, raccontando di quando ai meet & greet i fan la ignoravano e di come sentisse la pressione di dover lavorare dieci volte più duramente per ottenere la stessa attenzione riservata alle compagne bianche. «C’è solo fino a un certo punto in cui puoi sopportare la sensazione di essere invisibile o messa da parte».

Crescendo come super fan delle girl group, ho spesso avuto la sensazione che le componenti nere, quelle che per me rappresentavano uno spiraglio di rappresentazione, fossero trattate come presenze di facciata, inserite più per riempire una quota di diversità che per essere davvero valorizzate da management, marketing e da una parte del fandom. Notavo ogni volta in cui Normani non era al centro di una foto sul red carpet, o quando Leigh-Anne non occupava la posizione centrale durante un’esibizione. E interiorizzavo profondamente quei segnali, soprattutto quando vedevo che alcune di loro avevano numeri sui social nettamente inferiori rispetto alle colleghe.

È anche per questo storico che, ai miei occhi, il ruolo di Manon Bannerman nelle KATSEYE è sembrato rivoluzionario fin dagli esordi del gruppo.

Manon, da "visual" delle KATSEYE a invisibile

Nella serie del 2024 Popstar Academy, che racconta l’estenuante percorso di formazione delle KATSEYE, scopriamo che Manon Bannerman è stata scelta quasi esclusivamente per la sua aura: una responsabile dei casting ha individuato sui suoi social quella che ha definito una vera e propria “star quality”, facendola volare per allenarsi insieme ad altre giovani aspiranti.

Manon ha poi finito per ricoprire di fatto il ruolo di “visual” del gruppo, una posizione non ufficiale ma centrale nel K-pop, assegnata alla componente che incarna maggiormente gli standard di bellezza convenzionali e che funge da volto trainante per attrarre nuovi fan.

Per chi è cresciuta vedendo artiste come Normani o Leigh-Anne spesso relegate ai margini nelle foto di gruppo, con i loro nomi citati per ultimi negli articoli, è stato quasi sconvolgente assistere a una dinamica diversa: nel caso delle KATSEYE, era proprio la ragazza nera a essere proiettata come volto principale, come rappresentante frontale del gruppo.

Che questo ruolo, per quanto discusso e problematico, fosse assegnato all’unica membro nera sembrava segnare un punto di svolta nel significato stesso di essere “l’unica”.

Ma, come molti fan hanno fatto notare a gran voce nei giorni successivi all’annuncio della pausa di Manon Bannerman, sembra che neppure lei sia stata immune a quel destino da “secondo piano” che ha segnato tante sue colleghe.

Le reazioni dei fan all'uscita di Manon

Online, i suoi sostenitori stanno condividendo video di coreografie in cui appare nascosta o defilata durante le esibizioni, così come foto di gruppo in cui risulta coperta, tagliata fuori o del tutto assente. Episodi che, in una lettura estremamente indulgente, si potrebbero liquidare come semplici coincidenze: una svista del coreografo, un’inquadratura mal studiata, una disposizione poco riuscita.

Ma per molti fan, in particolare per quelli neri, abituati a cogliere ogni minimo segnale di trattamento iniquo verso l’unica componente nera di un gruppo, questi dettagli non sono affatto neutri. Alla luce di una lunga storia di marginalizzazioni simili, appaiono come torti evidenti e immeritati.

E tutto questo impallidisce rispetto alla violenza verbale di chi, protetto dallo schermo, si sente autorizzato a lanciare insulti intrisi di stereotipi retrogradi.

Una delle narrazioni più diffuse nel fandom (già dai tempi di Popstar Academy) dipinge Manon Bannerman come “pigra”. Chi sostiene questa tesi cita prove, esibizioni e apparizioni stampa saltate a causa di malattia. In una recente intervista a The Cut, Manon ha raccontato quanto questa etichetta le sia pesata: «Essere definita pigra, soprattutto come ragazza nera, non è giusto. Ora sento di dover sempre fare uno sforzo in più per dimostrare qualcosa, anche se in realtà non dovrei».

Ma prima che Manon venisse accusata di pigrizia, Normani era stata bollata come “bulla”: nel 2016 lasciò Twitter dopo un’ondata di abusi razzisti, scatenata anche da un commento in cui aveva definito una compagna di gruppo “quirky e carina”. E molto prima ancora, nelle Spice Girls, la personalità estroversa di Mel B veniva etichettata come “scary” (spaventosa) invece che energica o audace.

Sembra quasi che essere l’unica ragazza nera in una girl group significhi, prima o poi, essere intrappolata in uno stereotipo, relegata ai margini o bersaglio di una parte faziosa e prevenuta del fandom. E non si tratta di casi isolati, ma di uno schema che si ripete con inquietante regolarità: ogni “unica” finisce per attraversare, in forme diverse, la stessa esperienza.

Discussion on representation of Black girls in pop music groups.
Twitter

Per una donna nera, a prescindere dall’età o da quanto poco si ascolti effettivamente quella musica, è sempre doloroso vedere questo copione ripetersi. Perché è la versione più visibile di ciò che tante ragazze nere, lontano dai riflettori, vivono quotidianamente: essere messe in secondo piano, essere disumanizzate.

Assistiamo a ondate di crudeltà rivolte a queste artiste, come se la loro negritudine le rendesse meno vulnerabili al dolore emotivo. Ma dinamiche simili avvengono continuamente anche su scala meno pubblica. Non tutte le ragazze nere faranno parte di una girl group di successo, ma molte possono riconoscersi in queste esperienze (e nella paranoia che ne deriva), quella voce interiore che porta a chiedersi se ogni piccola esclusione, ogni leggerezza, non sia in realtà radicata in un pregiudizio, conscio o inconscio.

L’uscita di Manon Bannerman dalle KATSEYE, per quanto temporanea, fa più male se la si inserisce in questa storia più ampia. E appare meno irrazionale che i fan analizzino al microscopio le dinamiche interne del gruppo, se si considera che una pop group non è solo intrattenimento: è un prodotto costruito per il consumo, inevitabilmente modellato sulle gerarchie e sulle pratiche sociali che lo circondano.

In un contesto del genere, è quasi inevitabile osservare con maggiore attenzione quella componente che, ancora una volta, sembra essere stata spinta nelle retrovie.

Dall’annuncio di venerdì scorso, artiste come SZA e Chloe Bailey hanno espresso pubblicamente il loro sostegno a Manon Bannerman. Nel frattempo, la cantante ha iniziato a seguire sui social ex componenti di girl group come Normani e Leigh-Anne Pinnock.

«Dobbiamo proteggerci a vicenda», ha risposto Leigh-Anne a un fan commentando l’attività social di Manon.

Il fatto stesso che emerga questa “necessità” è scoraggiante. Eppure, come suggerisce Leigh-Anne, esiste un istinto, radicato in una lunga storia di marginalizzazione, che porta le donne nere a sostenere e difendere altre donne nere quando vengono attaccate ingiustamente.

Un impulso che non riguarda solo chi è stata “l’unica” in una pop group, ma chiunque si sia ritrovata a essere l’unica in una stanza qualunque.