Ci risiamo, ancora una volta. Il referendum sulla giustizia previsto per il 22 e 23 marzo 2026 sta già creando tensioni, soprattutto tra chi vive lontano dal proprio comune per motivi di studio o lavoro. Il Governo ha deciso di non permettere il voto ai fuorisede, escludendo di fatto milioni di giovani che non potranno partecipare senza spostarsi fisicamente nel loro comune di residenza. La decisione ha acceso critiche e polemiche, con studenti e lavoratori che si trovano a dover organizzare viaggi (talvolta costosi, nonostante le offerte ad hoc), solo per esercitare un diritto fondamentale e legittimo. Secondo le motivazioni ufficiali, la scelta è dovuta a problemi organizzativi e tecnici. Non sarebbe possibile predisporre strumenti per consentire il voto in tempo utile. La maggioranza, dunque, costituita dai deputati di centrodestra, ha votato contro e quindi bocciato gli emandamenti. Nelle ultime settimane in Commissione Affari costituzionali alla Camera erano stati i deputati del Partito Democratico, di Più Europa, di Alleanza Verdi-Sinistra e Azione a presentare la richiesta per consentire proprio il voto nel comune in cui si abita.
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Chi sono i fuorisede (e quanti sono)
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Quando parliamo di "fuorisede" pensiamo soprattutto agli studenti universitari. In Italia circa 400 mila studenti vivono fuori dalla propria regione per motivi di studio, pari a quasi un quarto degli iscritti. Ma se aggiungiamo giovani lavoratori e professionisti temporaneamente lontani da casa, il numero dei cittadini fuorisede supera facilmente i 4 milioni, con studenti e lavoratori insieme che sfiorano i 5 milioni di potenziali elettori. Questo spiega perché la decisione di escludere il voto fuori sede scateni così tante proteste. Non stiamo parlando di una minoranza, ma di un gruppo significativo, tra cui molti under 35.
L'(ennesima) frustrazione per la Gen Z
Tra le reazioni più forti all’esclusione dei fuorisede dal voto c’è quella degli studenti universitari. Non solo devono fare i conti con spostamenti costosi per andare alle urne, ma vivono anche situazioni difficili legate allo studio lontano da casa. Negli ultimi giorni, molti studenti italiani del semestre filtro (oltre duecento studenti italiani) si sono trovati coinvolti in una vicenda particolare: alcuni ammessi a corsi di Medicina sono stati assegnati a una sede in Albania. Ricordate che vi abbiamo raccontato la loro storia? «Gli studenti di Medicina che hanno scelto e sono stati assegnati alla sede di Tor Vergata a Tirana pagheranno le stesse tasse dei colleghi che studiano a Roma. Nessuna differenza. Il semestre aperto è nato per ampliare le opportunità, non per creare nuove disuguaglianze. Il diritto allo studio non è uno slogan: è un impegno concreto. L'università deve essere davvero accessibile a tutti, ovunque si studi», aveva fatto sapere il titolare del MUR. Chi va a spiegare a loro adesso che per votare dovranno tornare qui in Italia? Chissà. Non ci resta che sperare, ancora una volta, in un futuro ancora più inclusivo. Anche per il nostro Paese, sì.











