Non è un brand, non è un collettivo artistico, non è un magazine. Forse nemmeno Kafona sa davvero cosa sia, ed è proprio in questo che risiede la sua forza. «È un progetto in costante transizione, esattamente come lo siamo noi». Queste sono le parole di Dani Marie Bordignon, Stylist and Art Director, e Aria Princigalli, Fashion designer, fondatrici di Kafona Fashion Style, una realtà che fonde moda, performance, ironia e critica culturale. Se si abita Milano, nei suoi ambienti più underground, le si ha sicuramente già sentite nominare. E si ha desiderato profondamente la loro cintura a scacchi rosa e neri, in stile Avril Lavigne, con fibbia incisa e personalizzata a mano (un vero e proprio teenage dream).
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C'è qualcosa di estremamente energico, potente e politico nel non etichettare come marchio un'esperienza che, in percentuale significativa, è volta alla creazioni di abiti e accessori: «La sua assenza di struttura rigida ci ha permesso di muoverci liberamente in quel limbo fluido tra arte e moda, continuando a plasmarne l'identità ad ogni nuovo lavoro», spiegano le founder. E forse è proprio questa libertà a renderla, in un mondo saturo di progetti e nuovi brand, una realtà ancora rilevante. Sin dall'infanzia e dall'adolescenza, Bordignon e Princigalli– rispettivamente @welcometomydollhouse e @t.hot.x – si appassionano di arte e moda, la prima focalizzandosi negli ultimi anni sullo styling e l'art direction, la seconda utilizzando il fashion come strumento espressivo e terreno di ricerca privilegiato. Per Kafona, Bordignon si occupa della comunicazione, della ricerca nel vintage e nello sviluppo di tecniche di produzione circolare. Diplomata in arte, trae spesso ispirazione da questo linguaggio per i suoi progetti, personali e non, che contamina con la passione per il cinema, la performance art, le sottoculture e la cultura queer. La progettazione di Princigalli, in un discorso continuativo, si concentra su sostenibilità e circolarità, temi che considera fondamentali per ripensare il sistema moda in chiave etica e innovativa. Lei è infatti la responsabile del design e della produzione del progetto di Kafona, dove l'upcycling è sia linguaggio progettuale che gesto politico. Tutti i veri appassionati sanno che la moda è politica e, in questo senso, dal punto di vista produttivo, i capi e gli accessori di Kafona nascono tramite l'utilizzo di materiali pre-esistenti, recuperati e reinventati utilizzando varie tecniche: cucito a mano e a macchina, tintura, serigrafia, moulage, applicazione di strass e transfer custom. «Ogni pezzo è unico e porta con sé le tracce del tempo, delle mani e delle storie che lo hanno attraversato», unendosi a installazioni, performance quasi teatrali, vernissage ed esposizioni foto e video. Il loro è un modo di fare femminismo e essere femministe nel 2026: le abbiamo intervistate per questa puntata di Femminismi 4.0., per indagare il rapporto tra moda, politica e transfemminismo attuale. Quella cintura a scacchi è così importante per la nostra adolescenza, tanto quanto modificarla è fondamentale per riscriverla; per resistere e immaginare futuri migliori.
Il rapporto tra moda, politica e transfemminismo: l'intervista alle founder di Kafona Fashion Style
Quando e come nasce Kafona?
«Kafona viene concepita alla fine primavera del 2022, durante un lungo viaggio in treno regionale di ritorno da Genova, dopo un set fotografico durato dodici ore. In quel limbo sospeso tra stanchezza e eccitazione, prende forma un vero e proprio "amplesso cerebrale": la voglia di creare qualcosa di diverso, che potesse parlare di noi, delle nostre esperienze e soprattutto della nostra comunità. L'idea iniziale era quella di reinventare gli accessori souvenir, ribaltandone l'immaginario e caricandoli di nuovi significati, lontani dalla patina turistica e molto più vicini a una narrazione capace di essere sia personale che collettiva. Kafona nasce anche come gesto di rottura rispetto a una Milano della moda che spesso non ci rappresenta, né ci include davvero. Il progetto vede ufficialmente la luce nell'aprile del 2023 con la presentazione della prima capsule, Ciao Milano, lanciata insieme al profumo non-profumo Eau de Darsena: un debutto che già dichiarava l'intenzione di muoversi tra moda, performance, ironia e critica culturale».
Che cos'è Ciao Milano? E un profumo non profumo?
«Ciao Milano è la prima kapsule di Kafona e nasce dal desiderio di reinterpretare il concetto di fashion souvenir, kafonizzando un oggetto iconico e hot come il trucker hat. Abbiamo creato cinque varianti di Kappellini: Milano Kristal, Darsena Kristal, Milano Basic Bitch, Darsena e Diavoletta Star. Ogni pezzo è realizzato in tiratura limitata, con quantità diverse a seconda dei materiali deadstock recuperati al mercato settimanale di Viale Papiniano. I cappellini sono decorati a mano con transfer flock e glitter rosa e argento da grafiche originali, stelle in strass colorati applicati manualmente e il logo tribal in strass trasparenti. Ogni elemento racconta la Milano di Kafona: eccessiva, colorata, nostalgica, kitsch e, soprattutto, Moda. La kapsule è stata presentata attraverso il video di finta televendita Ciao Kafone, in cui i cappellini venivano offerti in omaggio con l'acquisto della fragranza Eau de Darsena, precedentemente introdotta tramite una video pubblicità dedicata. Eau de Darsena è un profumo che non esiste: nasce da una stratificazione di immaginari e riferimenti estetici, dai gadget di Cioè alle televendite alla Wanna Marchi, fino all'estetica camp delle pubblicità dei profumi anni Novanta e Duemila. Partendo da una bottiglietta originale di un profumo di Britney Spears dei primi anni 2000, abbiamo creato "l'essenza" del progetto: non una fragranza reale, ma la sua forma. La bottiglietta è diventata un tag cartaceo, al cui interno è descritta la personalità di ogni cappellino, insieme alle istruzioni per prendersene cura».
Quali sono le esigenze e le urgenze alla base del progetto? Sono anche politiche?
«Kafona nasce dall'urgenza di creare un immaginario nostro, uno spazio simbolico in cui poter tornare adolescenti, riscrivere quella fase così intensa di formazione e ritrovarvi non solo nostalgia, ma anche potere trans-formativo. La creazione di un non-luogo in cui rivivere, riscrivere e ribaltare l'adolescenza che abbiamo vissuto, fortemente segnata dalla fine dei 2000 e i 2010 – un decennio tanto pop e apparentemente libero quanto violento nei suoi modelli normativi – diventa per noi terreno critico per ripensare il presente. Questa urgenza è inevitabilmente politica, perché rivendica istanze che sono politiche di per sé: la rappresentazione di corpi non conformi, di identità altre, marginalizzate o cancellate; il racconto di un'adolescenza perduta che accomuna molte persone nello spettro trans. Kafona non è soltanto estetica: è rivendicazione di spazi, di visibilità, di narrazione e di appartenenza per chi spesso è esclusə. Creare immagini, abiti e narrazioni diventa quindi un atto di resistenza e di riscrittura di un passato che non è stato, per un futuro che potrà essere».
Che rapporto ha Kafona con Milano? E Milano con Kafona?
«Parafrasando una grande diva come Bambola Star: "Ciao Milano, Kafona è qui per voi e voi siete qui per me". Battute a parte, il nostro rapporto con Milano è fatto di amore e odio, come succede spesso con le città che ti formano e allo stesso tempo ti respingono. Milano, la città dell'industria moda, dove spesso quella moda è distante dalle vite reali, dalle comunità queer e dalle soggettività che non rientrano negli standard. Kafona è nata anche come risposta a questa distanza: un invito a re-immaginare Milano, una città che è dura, escludente e performativa, ma abitata e vissuta da soggettività desiderose di esprimere se stesse liberamente. Ma allo stesso tempo è una città che osserva, registra e, in qualche modo, riconosce. Milano con Kafona sembra abbastanza riconoscente: forse perché abbiamo un nome memorabile, ovunque andiamo qualcunə ci conosce già».
Quali sono i vostri pezzi preferiti?
«È un po' come chiedere a una madre quale sia lə figlə preferitə: magari esiste, ma di sicuro non si dice. In realtà, per noi è impossibile fare una classifica, siccome ogni capo o accessorio è il risultato di un intreccio di storie: dall'idea iniziale allo sviluppo, dalla realizzazione alle persone che lo hanno indossato, ai contesti in cui è apparso. Ogni pezzo porta con sé una memoria collettiva, in ognuno di essi si incrociano ricordi, estetiche e affetti; per questo non possiamo sceglierne uno su tutti – ciascuno è un capitolo di una storia più grande».
Avete progetti per il futuro? State lavorando a qualcosa di specifico?
«A parte sopravvivere – che è già un progetto a tempo pieno – sì, qualcosa bolle in pentola: stiamo lavorando con calma e con attenzione per portare i nostri progetti oltre i confini di Milano. Tra questi c'è la volontà di far viaggiare il nostro ultimo progetto Cruising Divas in altre città. Parallelamente, e con la lentezza che lo slow fashion dovrebbe davvero avere, stiamo ultimando alcune micro-produzioni. Senza fretta, senza sovrapproduzione, seguendo i nostri tempi e le nostre energie. Cruising Divas è il nostro progetto più recente e nasce dall'esigenza di dare continuità e profondità alle cinture presentate durante una performance alla Fashion Week di febbraio 2024. Il lavoro si inserisce nel percorso iniziato con Il Sofà, campagna di lancio delle tee Ama Milano, poi evoluta in vernissage negli spazi di Happy Time (@happytime_milano) laboratorio sartoriale. La prima iterazione prende forma come takeover il 31 ottobre 2025 da Frab's Magazines (@frabs_magazines), lo spazio di Anna Frabotta. L'evento si articola in una mostra fotografica, un'installazione video e un'installazione audio a cura di @orbitaconme, creando un'esperienza immersiva e stratificata. A differenza di altri progetti Kafona, Cruising Divas vive anche su supporto editoriale attraverso una zine numerata, che raccoglie l'intero progetto fotografico. Le immagini sono realizzate in collaborazione con @almaordaz_ per la parte digitale e @ilvinodegliamanti per quella analogica. La zine racconta la storia di tre amichə che, annoiate da una vita notturna sempre più artificiale e da una "Milano da bere" ormai prosciugata, cercano un luogo dove poter sentire davvero l'amore. Il progetto vuole essere un ribaltamento del concetto di cruising, tradizionalmente associato esclusivamente al mondo gay cis e raramente esteso a corpi, desideri e identità non conformi. Cruising Divas propone invece uno spazio emotivo, inclusivo e fluido, dove il desiderio non è normato ma condiviso. Le zine sono infine collegate a 13 cinture in tiratura limitata, realizzate con materiali deadstock, borchiate e completate da fibbie vintage incise a mano da @marziabutterfly. Ogni cintura è un oggetto unico, pensato come estensione fisica e simbolica del progetto stesso».
Che rapporto c'è, secondo voi, tra moda, politica e transfemminismo?
«La moda, che lo si voglia o no, è da sempre portatrice di cambiamento sociale e politico. Noi la vediamo e viviamo come uno strumento di rappresentazione, di desiderio, di rottura e di trasformazione culturale: dagli abiti delle suffragette alle minigonne di Mary Quant nella Swinging London, dai reggiseni bruciati nel '68 fino alle estetiche queer contemporanee: l'abito è spesso ciò che ci presenta al mondo. I nostri abiti non sono solo oggetti estetici, ma veicoli di significato. Il transfemminismo ci insegna a considerare il corpo, l'identità e il desiderio come campi di battaglia politici, e la moda, soprattutto quella che sfida il sistema, può essere linguaggio, ribellione, gesto di cura e affermazione. KAFONA non chiede scuse: è loud, proud e unapologetic, perché vivere e vestirsi ascoltando e assecondando i propri desideri è già un atto politico in sé».
Che cosa significa essere femministe nel 2026? Cosa c'è di bello e cosa manca ancora al movimento?
«Significa continuare a mettere in discussione il sistema in cui viviamo, sapendo che la lotta è e sarà continua. Vuol dire immaginare e praticare forme alternative di creatività, relazione, socialità e cura, impegnandosi nel renderle possibili per tutte le soggettività, senza lasciare indietro le identità marginalizzate. La bellezza del femminismo contemporaneo sta nella sua intersezionalità: riconosce che sesso, genere, etnia, classe, capacità e sessualità si intrecciano e che nessuna liberazione è completa se non libera tutte. Tuttavia, manca ancora coesione nella pluralità, perché la società contemporanea continua a dividere e a creare gerarchie. La sfida rimane quella di tessere connessioni, solidarietà e alleanze durature».








