«C'è una cosa che che mi da fastidio ed è questa idea che le femministe non dicano o pensino niente di male delle altre donne. Che pensavate, che considerarsi sorelle volesse dire andare d'accordo e piacersi sempre? Avete fratelli? Andate sempre d'amore e d'accordo». Queste parole le scriveva la giornalista Viola Giacalone nell'ambito di un dibattito culturale, qualche settimana fa, sull'attivismo performativo.



Il suo punto, continuava: «È pieno di donne che detesto ma le voglio in vita, pagate quanto si meritano, voglio che abbiano il diritto di essere odiose in pace senza che gli uomini decidano le loro vite [...] odio quando tutto ciò viene strumentalizzato per andare contro il movimento». In queste poche righe, che probabilmente non hanno raggiunto l'audiance che si meritavano, Giacalone riusciva a restituire libertà emotiva a tutte le donne, politicamente schierate e non. Qualcosa di cui, forse proprio alla fine di questo 2025, ci accorgiamo di avere bisogno. La stessa cosa – e non può essere solo una coincidenza o un allineamento a strale – mi pare succede anche nella nuova opera teatrale di Caterina Filograno incentrata sul matriarcato, Anche in casa si possono provare emozioni forti. Che ci restituisce la libertà di essere difficili e contraddittorie.

In scena alla Triennale di Milano il 12 e il 13 dicembre, lo spettacolo teatrale è un'indagine intima e visionaria sulle genealogie femminili e sull'eredità emotiva, tra memoria e matriarcato, che attraversa le famiglie e che riconsegna alle donne il diritto di non essere perfette. Di essere sia tenere che crudeli, sia dolci, che violente, in un movimento liberatorio di cui non è lei la giudice morale ma nemmeno noi. Dopotutto, affermare che anche le femmine possono sbagliare e riproporre, camuffate, le stesse dinamiche che il movimento condanna, è alla base del femminismo stesso e dimostra, se non altro, che ce n'è ancora bisogno. Contro ogni retorica che lo demonizza e che non ha ancora capito i suoi veri obiettivi: parità di genere, non inversione dei ruoli di potere.

Nel nuovo lavoro di Filograno, la casa diventa un territorio del pensiero: un luogo in cui memoria, corpo e immagine si sovrappongono, e dove più generazioni di donne si muovono come in un labirinto dell'inconscio: la Grande Madre, la Sorella, la Figlia: figure reali e fictional che si trasformano, sfuggono, si contraddicono, rinascono. Interpretate da un cast intergenerazionale – Gloria Busti, Caterina Filograno, Francesca Porrini, Simona Senzacqua e Maria Grazia Sughi, storica attrice italiana – che in scena dà vita a un coro di presenze, apparizioni e ritorni. Un insieme di voci che compone il pulsare di un'unica grande casa delle emozioni. Uno spazio di chiaroscuri dove la biografia dell'autrice – una storia familiare matriarcale, fatta di alleanze e fratture – diventa materiale drammaturgico, interrogando il potere dell'eredità emotiva su ciò che siamo. «Nella mia vita le donne sono state le mie più grandi amiche e le mie più grandi nemiche. – racconta Filograno – In questo spettacolo guardo al matriarcato per quello che è: una forza che genera, protegge, ferisce. Un chiaroscuro. Noi donne sappiamo essere anche cattive, e il teatro deve saperlo dire».

Sculture in movimento, abiti-paesaggio che amplificano il corpo e ne rivelano le tensioni interiori, scena e costumi, sono ad opera di Giuseppe Di Morabito, che col suo inconfondibile immaginario estetico trasforma l'abito in un vero e proprio spazio drammaturgico. La ricerca sul gesto e sulla memoria corporea si intreccia alla presenza della coreografa Ester Guntín, figura di rilievo del teatro spagnolo contemporaneo, che contribuisce a costruire una partitura fisica fatta di stratificazioni e risonanze. Prodotto da Sardegna Teatro, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e Teatri di Bari, lo spettacolo proseguirà il suo percorso in diverse città italiane dopo l'appuntamento milanese alla Triennale, seguendo un calendario che ha già toccato il debutto al Teatro Eliseo di Nuoro, le repliche al Teatro delle Saline di Cagliari, al Teatro Radar di Monopoli e al Teatro Kismet di Bari.

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Valeria Masu
Anche in casa si possono provare emozioni forti

In questa puntata di Femminismi 4.0, la rubrica di Cosmopolitan Italia che indaga cosa significa essere femministe nel 2025 e i modi in cui si concretizzano le pratiche, abbiamo intervistato la drammaturga: formata come giurista a Roma e poi come attrice a Milano, alla Scuola Luca Ronconi del Piccolo Teatro, studiando con Martin Crimp e Romeo Castellucci, applica uno sguardo contemporaneo alla tematica, offrendo ulteriori spunti attraverso cui analizzare, in poesia e non, il fenomeno che ci riguarda tutti più di tutto nella società attuale. Finalista alla Biennale College Autori, dopo aver vinto il Premio SIAE con OLEANDRA, oggi Filograno indaga le nuove possibilità del teatro, cercando il cortocircuito tra parola, corpo e immagine. Di seguito ha risposto alle nostre domande.

Il matriarcato e la complessità del femminile a teatro: l'intervista alla drammaturga Caterina Filograno

Che significati ha assunto il matriarcato nella tua vita?

«Il matriarcato, per me, è una forma di potere non dichiarato. Non si vede, ma decide tutto. È l'arte femminile di orientare la vita emotiva della famiglia senza dover alzare per forza la voce. Può diventare leadership travestita da premura. O anche controllo sotto forma di amore. Come recita la mia splendida attrice Simona Senzacqua/Madre: "Pago anche ciò che non è necessario… In cambio avrò l'eterna gratitudine delle mie cuccioline". Nella mia storia, il matriarcato è un regno morbido: le donne comandano, gli uomini orbitano».

Perché è un tema importante e rilevante secondo te?

«Perché siamo ossessionati dal patriarcato e ignoriamo l'altro lato del potere. Il matriarcato non è la vendetta del femminile: è la sua strategia di sopravvivenza, affinata nei secoli. È importante parlarne oggi perché le donne non sono solo vittime da salvare o eroine da celebrare: sono anche architette di sistemi affettivi complessi, a volte teneri, a volte spietati. Il matriarcato rivela tutto ciò che preferiamo non vedere del potere delle donne».

Da dove hai avuto l'ispirazione per la scrittura di questo spettacolo?

«Da un'immagine che rivivo ogni estate: mia nonna seduta nella Rotonda della nostra villa di Santo Spirito in puglia (location non solo dello spettacolo ma anche di un romanzo cui lavoro da anni e presto di un film). Mia nonna ogni estate trascorre i pomeriggi seduta in una poltrona di paglia a contemplare i pappagalli (che ormai ci hanno colonizzato) appollaiati sui pini marittimi. Due specie che si guardano e si studiano. Ho sentito il bisogno di cristallizzare quella memoria, di salvarla prima che evaporasse. Quel suo modo di stare al mondo – osservare, ascoltare, non pretendere di essere altrove – è qualcosa che le nuove generazioni fanno sempre più fatica a praticare. Era un atto di concentrazione e di presenza così semplice e così radicale da diventare drammaturgico. Da lì ho capito che la storia non avrebbe attraversato solo conflitti generazionali, ma anche forme: il contemplare come forma di resistenza. E poi c'è una grandissima attrice teatrale italiana a interpretare mia nonna, si chiama Maria Grazia Sughi, ha 85 anni ed ed è magica nella sua capacità di straniamento sul palco».

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Valeria Masu
Anche in casa si possono provare emozioni forti

Quali sono state le sfide più dure e le soddisfazioni più grandi?

«La sfida più dura è stata trasformare una saga familiare in una visione, uscire dal domestico e portarlo verso qualcosa di surreale, onirico, quasi rituale. Rendere poetico ciò che nella vita è stato quotidiano. E in questo il contributo dello stilista Giuseppe Di Morabito, è stato decisivo: la sua capacità di trasporre scene e costumi nella sua poetica ha aperto finestre immaginifiche che da sola non avrei saputo spalancare. È un caro amico, ha trascorso molto tempo nella mia villa per ritrovare la luce e ha respirato i miei luoghi: forse per questo la nostra collaborazione è così speciale e, per me, profondamente commovente. La soddisfazione più grande, invece, è quando mi dicono che ho fatto un teatro raffinato, che porta bellezza. Io cerco esattamente questo: sono un'esteta, sono ossessionata dalla forma, dalla precisione, dal modo in cui un'immagine arriva allo spettatore. E gli rimane nelle pupille degli occhi. Come la luce quando ti acceca e non va via subito se li chiudi. Forse è per questo che vado così d'accordo con chi lavora nella moda: parliamo la stessa lingua, quella del desiderio di bellezza che non chiede il permesso di entrare. Lo fa e basta».

Che ruolo ha avuto la tua famiglia nell'eredità emotiva della persona che sei diventata?

«Enorme. La mia famiglia non mi ha trasmesso solo ricordi: mi ha trasmesso modalità emotive, veri e propri codici. Le mie bisnonne, per esempio, mi hanno lasciato un'idea antichissima, quasi junghiana, dell'uomo come creatura fragile, una specie che rischia sempre di essere mangiata dal sistema femminile che lo circonda. È un retaggio ironico, potente, e a volte destabilizzante. Ma molto affascinante per il ribaltamento di prospettiva che offre sul mondo!».

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Valeria Masu
Anche in casa si possono provare emozioni forti

Esiste un legame tra drammaturgia e femminismo oggi? Quale?

«Assolutamente sì. La drammaturgia è uno spazio in cui le donne possono ancora riscrivere i propri archetipi, prendere parola, distorcere la narrazione dominante. Oggi non raccontiamo più solo eroine martiri o donne angelicate (che tanto piacciono a certi miei colleghi registi) raccontiamo invece corpi complessi, contraddizioni, desideri non conciliati. Il teatro diventa un laboratorio per reinventare il femminile – e anche il maschile».

Cosa pensi del femminismo del 2025? Cosa significa essere femministe oggi?

«Il femminismo del 2025 è un territorio in lotta: brillante, caotico, iper-analizzato e a volte molto stanco. Essere femministe oggi non significa sventolare un'etichetta, altrimenti diventa una pericolosa propaganda inclusiva/trendy ma tenere lo sguardo acceso su tutte le forme sottili di potere e di violenza: quelle degli uomini, certo, ma anche quelle che esercitiamo noi. Per me, oggi, essere femminista significa non mitizzare il femminile, non semplificarlo, non santificarlo. Significa riconoscere che siamo complesse, contraddittorie, a volte crudeli. E che è proprio da lì che passa la libertà».

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Valeria Masu
Anche in casa si possono provare emozioni forti