Questo episodio di The Ballroom Diaries è dedicato al voguing, la danza della ballroom scene, che nasce come forma di espressione, affermazione e resistenza.
Come abbiamo detto nei primi articoli di questa rubrica, il voguing non è un semplice stile coreografico: è un linguaggio che prende vita nella comunità queer nera e latina di New York, dove il corpo diventa spazio di identità. Ogni gesto deriva da una storia precisa, e continua a trasformarsi attraverso chi lo pratica oggi.



Dentro questo linguaggio convivono tre stili principaliOld Way, New Way e Vogue Fem — che nel tempo hanno assunto forme e sensibilità differenti. Abbiamo chiesto a sei performer della scena italiana di raccontarci cosa significa per loro attraversare questi stili: com’è iniziata la loro relazione con il voguing, cosa cercano quando performano e cosa trovano oggi in quella forma.

new york 1988: willi ninja (left) and dancer voguing at nightclub mars in 1988 in new york city, new york. (photo by catherine mcgann/getty images)pinterest
Catherine McGann

I tre stili principali del Voguing

Old Way: Pop, Dip & Spin

Per raccontare l’Old Way abbiamo ascoltato due performer italiane: Jiji Milan Mùnera e Leria Dita Kruger. Entrambe ci hanno spiegato che ciò che oggi chiamiamo Old Way non nasce con questo nome. Alle origini, la categoria si chiamava Pop, Dip & Spin: una forma di performance costruita su posing, affondi e rotazioni, alimentata da immaginari visivi dell’epoca che venivano trasformati in gesti e sequenze corporee. Come riportato da Jiji, tutto inizia con Paris Dupree, che negli Anni Settanta prende un numero di Vogue e inizia ad imitare le modelle nella rivista a tempo di musica, trasformando le loro pose in una grammatica danzata. Quel movimento individuale diventa presto un linguaggio condiviso. Il Pop, Dip & Spin cresce su due linee parallele: i Butch Queen, potenti, geometrici, atletici; le Femme Queen, fluide, sensuali, teatrali. Due estetiche diverse, unite però dalla stessa intensità, dalla stessa struttura, dallo stesso bisogno di essere visti.

Il nome Old Way compare più tardi, alla fine degli anni ’80, come ci racconta Leria Dita. Fu introdotto per distinguere tra i voguers della vecchia scuola e quelli della nuova generazione, che iniziavano a inserire elementi come stretching, apertura delle linee e movimenti più elastici. Alcuni organizzatori iniziarono così ad annunciare nelle locandine di voler vedere gli “Old school kids” sfidarsi tra loro, separandoli dai “New school kids” nella categoria Performance. Successivamente altri inserirono il termine “Vogue the Old way”, cioè il modo di vogueare “come si faceva una volta”. Fu così che il termine Oldway iniziò a comparire sempre più spesso sulle locandine, finendo per radicarsi nell’uso comune, nonostante il termine corretto sarebbe ancora oggi Pop, Dip & Spin.

new york 1988: dancers voguing at nightclub mars in 1988 in new york city, new york. (photo by catherine mcgann/getty images)pinterest
Catherine McGann

Jiji Milan Mùnera: «Il Pop, Dip & Spin mi ha dato respiro»

Come sei entrata in contatto con la ballroom e con il voguing?
Il mio primo incontro con il voguing è avvenuto a Roma, tra il 2009 e il 2010, grazie alle open class di Anna Montego e Sarah Pandolfini. Non conoscevo quasi nulla di questa cultura, ma ricordo perfettamente la sensazione: una curiosità istintiva, un richiamo forte, come se quel linguaggio mi appartenesse da prima ancora di capirlo. Poi, nel settembre 2010, sono andata a New York. E lì, finalmente, ho potuto entrare davvero in contatto con la ballroom nel suo luogo d’origine. Ho avuto la fortuna di conoscere Archie Burnett, Benny Ninja, Javier Ninja, Cesar Valentino e Danielle Polanco: in quel momento ho capito che non si trattava solo di una tecnica, ma di una cultura, di una storia, di una comunità. In questo sono state fondamentali altre due figure nel mio percorso: Legendary Marina e Icon Jamal Milan. Nel 2013, al momento della tesi di laurea, ho scelto di approfondire proprio la ballroom scene. È stato il modo per unire studio, memoria, danza e impegno. E da allora non ho mai smesso: non solo di ballare, ma di ascoltare, comprendere, raccontare. Perché la ballroom è un luogo dove i corpi parlano, resistono, si ritrovano. E farne parte significa anche onorare quella storia.

dancer performing an expressive pose in a stylish outfit with a unique collarpinterest
Michele Macaluso


Perché hai scelto proprio questo stile?
Il Pop, Dip & Spin è lo stile che più rispecchia la mia identità artistica. Non mi costringe a essere una sola cosa. Mi permette di attraversare varie modalità espressive: posso essere più strong, più morbida, più fashion, a seconda di come mi sento. Non c’è una gabbia o un’estetica da incarnare: c’è uno spazio vivo e mutevole, dove posso esplorarmi senza forzature. Quando ho iniziato a ballare, il New Way e il Vogue Fem erano già molto diffusi. Li ammiravo, ma non riuscivo a sentirmi dentro quelle strutture. Il Pop, Dip & Spin mi ha dato respiro. Anche se è fisicamente intenso, mentre lo pratico la mia mente si calma. È una danza che mi permette di pensare, sentire, rallentare. E per una persona che vive spesso la vita in modo ansioso e frenetico, è qualcosa di raro. Il Pop, Dip & Spin non è solo una tecnica. È un modo di abitare il corpo. Un linguaggio che tiene insieme forza e grazia, precisione e libertà. Per me, è uno spazio dove posso essere intera. Quando ho iniziato a praticarlo, in Italia quasi nessuno lo faceva. È stato difficile persino trovare informazioni, materiali, punti di riferimento. Ma nel tempo (e con molto studio) ho avuto la possibilità di approfondire, praticare, condividere. E sono stata onorata di accompagnare alcuni tra i migliori old way walkers italiani nel loro percorso. Vederli crescere, evolvere, trovare il loro stile, è davvero un privilegio.

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Chiara Rigato

Leria Dita Kruger: take me back to the legendary way!

Come sei entrata in contatto con la ballroom e con il voguing?
Per risponderti, parto da una definizione che sento molto vicina, coniata dall’archivista e ballroom member Noelle Deleon: “Il voguing è molto più di una danza: è weaponized femininity, una femminilità armata”. Quando mi sono avvicinata al voguing non avevo ancora piena consapevolezza di ciò che stavo praticando. Seguivo le lezioni e mi lasciavo travolgere dall’energia di questo stile, e ogni piccolo evento diventava un’occasione per raccogliere informazioni e capirne le origini, la struttura e il suo funzionamento. Per darti un’idea del contesto: era il 2008, Facebook era appena arrivato in Italia e non esisteva la possibilità di parlare facilmente con la scena americana. Noi della prima generazione ce la siamo letteralmente sudata, con tutti i pro e i contro che questo comporta. Il passaggio dal voguing alla ballroom, quindi dalla parte danzata alla cultura, per me, è stato un percorso di scoperta storica culturale ma anche profondamente personale. Da un lato è stato illuminante comprendere il significato politico e culturale dietro ogni gesto; dall’altro ho dovuto fare i conti con la mia evoluzione personale e con il mio privilegio di donna bianca. Citando Michela Murgia: “Io sono discriminata in quanto donna, ma sono privilegiata rispetto a una donna nera”. Questa consapevolezza è diventata centrale, perché capire il proprio ruolo e il proprio impatto è fondamentale quando ci si muove in una cultura che non nasce da te. Mi sono ritrovata spesso a spiegare termini e concetti a persone esterne alla scena ma sinceramente curiose. Ed è proprio in questi momenti che ho realizzato quanto sia importante usare il proprio privilegio come apripista, come persona che offre un contributo concreto, crea e lascia spazio in un contesto in cui la parità è ancora lontana, soprattutto quando si parla di identità, generi e sessualità non conformi e black, a causa della persistenza di pregiudizi, discriminazioni e sistemi sociali basati su un rigido binarismo e razzismo sistemico. Per questo continuo a far parte della ballroom. Da Mother e leader, trovo profondamente gratificante accompagnare le nuove generazioni in un percorso di crescita e consapevolezza: impariamo insieme, ci trasformiamo insieme. E, allo stesso tempo, continuo a ritenerlo un atto politico e necessario: un modo per mettere il mio privilegio al servizio di una cultura che mi ha dato tantissimo.

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Chiara Rigato

Perché hai scelto proprio questo stile?
La mia scelta dell’Old Way è nata in modo quasi istintivo. Volevo sperimentare nuove categorie e, nel momento in cui ho iniziato a performarlo, ho sentito subito che quel linguaggio mi apparteneva. Con il tempo questa sensazione si è trasformata in consapevolezza. L’Old Way con alcuni dei suoi elementi chiave che lo compongono, stile grazia ed eleganza unita alla forza, sono gli stessi pilastri della mia personalità: sono una donna che è e ama essere percepita forte senza rinunciare all’eleganza: due energie che oggi vengono ancora associate in modo rigido ai generi, ma che in realtà appartengono a tutti noi, semplicemente in percentuali diverse. Oggi continuo a sceglierlo anche per un aspetto storico che per me è fondamentale: nella ballroom conoscere le origini è una responsabilità oltre che un atto d’amore verso questa cultura, indipendentemente dalla categoria che si pratica. È la consapevolezza delle origini che rende più ricco ciò che portiamo sul floor oggi. Scegliere l’Old Way, per me, è anche un modo per onorare queste radici. In altre parole: take me back to the legendary way!

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Caterina Rozzini e Federico Trivella

Il New Way: precision, grace and style

Il New Way, come ci raccontano Cesare elle e Nemesi Ninja Utopia, nasce nel momento in cui la ballroom attraversa un cambiamento tecnico e visivo. Dall’Old Way conserva la pulizia delle linee, il posing e la grazia dell’arms control, ma spinge tutti questi elementi verso un’immagine diversa: più slanciata, più lineare, capace di aprire il corpo in direzioni che non appartengono più alla struttura originaria. Come riporta Nemesi, uno degli aspetti più riconoscibili dello stile è il contorsionismo. Non riguarda solo la flessibilità, ma il modo in cui il performer crea figure che sembrano alterare la logica del movimento: posizioni che si incurvano, si incastrano, si aprono fino a diventare il punto culminante della performance. È qui che il New Way mostra la sua natura più caratteristica: un equilibrio continuo tra controllo e rischio, tra forma e deviazione. Nemesi sintetizza questa attitudine attraverso tre criteri fondamentali: precisione, grazia, stile.

Cesare elle: il New Way come eleganza

Come sei entrato in contatto con la ballroom e con il voguing?
Mi sono avvicinato alla Ballroom Scene spinto dal bisogno di trovare un “self-space” in cui poter liberamente dare forma alla mia identità Queer attraverso la creatività. Ho scoperto un modo per trasformare l’esperienza personale in gesto, estetica e voce. Questo mi permette non solo di esprimermi, ma anche di riconciliarmi con chi sono stato e di affermare ciò che voglio diventare. La Ballroom è per me comunità, un processo di auto-narrazione, di appartenenza e di emancipazione.

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© Arthur Buoso [@film.by.arthur]

Perché hai scelto proprio questo stile?
Il New Way mi ha sempre accolto e compreso. Fin da subito ho sentito una connessione profonda e reciproca con il mio corpo: una potenza performativa guidata da tecnica stile e precisione. Sento l’esigenza di cercare movimenti sempre più scomodi, di evolvere i power stretch rendendoli fluidi e comprensibili all’osservatore, per offrire alla giuria un senso di illusione: qualcosa di ipnotico, quasi irreale. Per me, il focus principale di questa categoria è l’eleganza. Mi ispiro ai pionieri del New Way, unendo stile e rigore tecnico per espandere il mio corpo al massimo nello spazio.

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© Arthur Buoso [@film.by.arthur]

Legendary Nemesi Ninja Utopia: contorsioni, attitudine e storytelling

Come sei entrata in contatto con il voguing, e come mai hai scelto il new way?
Ho conosciuto il voguing nel 2011. Avevo tredici anni e mi stavo formando per diventare una ballerina professionista. È stata La B. Fujiko a farmi incontrare questo stile: grazie a lei ho capito che la danza era solo una parte di una subcultura molto più ampia, ricca di storia e significato. Quello stesso anno ho conosciuto le persone che sarebbero diventate i miei punti di riferimento per il New Way, oltre che figure fondamentali nella ballroom e nella mia vita: Benny e Javier Martine Rose (che all'epoca faceva ancora parte della House of Ninja). Da loro ho cercato di apprendere il più possibile, in ogni categoria e in ogni ambito, e fin dall’inizio sono stata colpita dalla spiritualità della loro performance. Il New Way, rispetto ad altre categorie con movimenti più estremi, per me è sempre stato una questione di aura: di sapere talmente bene ciò che si vuole comunicare da poterlo esprimere anche con un solo braccio steso. Mi affascinava anche il modo in cui riuscivano a rendere pose già complesse ancora più complesse, usando contorsioni, attitudine e storytelling. Poco dopo essere entrata nella House of Ninja ho avuto un problema di salute che mi ha costretta a fermarmi per molti mesi. Non potevo fare alcun tipo di sforzo e, quando i medici mi hanno dato l’ok per ricominciare a muovermi, potevo fare solo stretching. È stato un periodo difficile, ma alla fine della convalescenza ero diventata molto più flessibile. Questa nuova condizione fisica si è allineata perfettamente alle caratteristiche del New Way, e in un certo senso mi ha avvicinata ancora di più a questa categoria. Un pezzo importante della mia scelta deriva proprio dai miei mentori: seguire loro significava seguire il New Way. E dopo la malattia mi sono ritrovata con qualità fisiche che mi permettevano di farlo davvero, di camminare la categoria in continuità con quello che avevo visto e imparato da Benny e Javier. È così che il New Way è diventato il mio stile. Lo scorso anno sono diventata Legend per questa categoria. Anche se ora la cammino meno, è qualcosa di profondamente speciale: mi permette di ricordare tutto ciò che ho fatto e di sentire forte il legame con chi mi ha accompagnata. Come Benny ha tramandato a me ciò che Willie aveva insegnato a lui, ora posso farlo io verso le nuove generazioni.

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Chiara Rigato

Il Vogue Fem: Vogue Like Your Favorite Fem Queen

A raccontarci le origini e la storia del Vogue Fem sono state Kimora Balenciaga Juicy Couture e Havva Balenciaga Unbothered Cartier. Il Vogue Fem è il terzo stile a nascere all’interno del voguing ed è profondamente legato alle performance delle Fem Queen, che all’epoca camminavano Old Way o Classic Performance. Sono state loro, progressivamente, a trasformare la categoria: mentre i Butch Queen mantenevano un approccio più lineare e geometrico, le FQ portavano nel movimento qualcosa di diverso — una fluidità evidente, una femminilità marcata, una sensualità che si inseriva nelle pose senza alterare la struttura del posing, che resta la base della ballroom. Sfiancate, movimenti sinuosi, pose morbide: questi accenti divennero così riconoscibili che la scena iniziò a distinguerli in maniera formale. Nacque così una nuova categoria, con un nome che raccontava perfettamente l’intenzione dell’epoca: Vogue Like Your Favorite Fem Queen, cioè ballare ispirandosi alle FQ che avevano definito quel modo di stare nello spazio. Da questa spinta estetica e culturale si è sviluppato ciò che oggi chiamiamo Vogue Fem. Con il tempo il Vogue Fem ha assunto un’identità sempre più definita: un linguaggio emotivo e sensuale, fatto di movimenti fluidi, sfiancate, controllo del corpo e una forte componente espressiva. La categoria si articola attorno a cinque elementi principali: catwalk, duckwalk, hands performance, floor performance, spins & dips. Negli anni si è poi ramificata in diverse modalità performative: Dramatics, Soft & Cunt, Sexy Performance, ognuna con un proprio modo di interpretare la femminilità, ma tutte radicate nella stessa eredità delle Fem Queen.

drag performers engage with an enthusiastic audience during a performancepinterest
Film By Arthur


Kimora Balenciaga Juicy Couture: il Vogue Fem come forma di libertà

Come sei entrata in contatto con la ballroom e con il voguing?
Mi sono avvicinata al voguing più di otto anni fa, studiandolo. Prima della ballroom avevo già una formazione di danza a 360 gradi: classica, moderna, hip-hop, breakdance, jazz-funk, videodance, heels, persino neoclassico. Nonostante tutto questo studio, mi mancava qualcosa: non sentivo una vera appartenenza. Ballavo perché amavo ballare, ma non riuscivo a esprimermi davvero. All’epoca ero ancora un butch queen, e venendo da una città piccola come Ancona — ma in generale anche in Italia — non era ben visto che una persona assegnata uomo ballasse sui tacchi o interpretasse parti femminili. C’era ancora molto stigma: il ballerino maschio deve fare il maschio. E questo mi limitava tantissimo. Poi un giorno vidi sul telefono un video che mi cambiò tutto: quel video era ovunque e mi colpì come un fulmine. Vedevo qualcosa che non avevo mai visto in nessun altro stile. Da lì ho iniziato a guardare video su video. Più guardavo, più avevo fame. Il denominatore comune era sempre lo stesso: libertà estrema di espressione. Vedevo essenza, trasgressione, potenza. Vedevo persone che si gasavano a vicenda, che diventavano potenti attraverso la danza. Questa cosa mi ha travolta, perché negli altri stili mi ritrovavo a eseguire coreografie, mentre io volevo essere molto di più: non solo una ballerina, ma un emblema, un’artista capace di generare una visione negli altri. Il Vogue Fem mi ha permesso proprio questo: di essere chi volevo, di avere il controllo dell’immagine che restituivo al mondo. E soprattutto mi ha dato la possibilità di essere esaltata per ciò che portavo, senza limiti e senza freni — anzi, più osavo, più venivo celebrata. È stata una vera fame di potere creativo, e quella fame veniva ricambiata dal pubblico. Nel Vogue Fem io posso esprimere tutto di me, completamente. Negli altri stili puoi esprimere qualcosa, ma è sempre legato a codici e canoni. Nel Vogue Fem no: hai libertà totale, a 360 gradi, nel modo più autentico e liberatorio possibile.

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Kimora Balenciaga

Perché hai scelto proprio questo stile?

Ad oggi continuo a praticare il Vogue Fem perché sono diventata un vero e proprio emblema italiano di questa categoria. Più volte, in Italia e all’estero, ho dimostrato il mio valore attraverso premi, titoli e vittorie. In Italia sono rimasta imbattuta dal 2019 al 2024, e dal 2024 fino ad oggi continuo ad esserlo nelle mie categorie. Ma al di là dei risultati, la cosa più importante è ciò che questo stile mi ha permesso di scoprire su me stessa. Più ballavo, più mi esprimevo, più sentivo un’esigenza profonda di femminilità. Questa ricerca è diventata una domanda interiore: fino a che punto voglio arrivare? Ed è lì che ho iniziato a scoprire la mia identità, chi ero davvero. La cosa più bella — e lo dico sempre — è che nella ballroom più tu sei te stessa, più sei unica, più vieni esaltata e supportata. Tutte quelle barriere sociali, quei “non puoi fare questo”, “non puoi essere così”, nella ballroom crollano. Per me è stato così forte che ho iniziato non solo a ballare in maniera femminile, ma a vivere la mia femminilità anche attraverso le categorie drag. Prima di essere una Fem Queen, infatti, sono stata una drag performer e una female figure: sono stata io a portare in Italia categorie come Female Figure Performance, Drag Performance e Drag Realness, aprendo la strada sotto questo aspetto. Alle ball potevo esprimermi, ma quando tornavo a casa mi ritrovavo in una condizione che non sentivo più mia. Era come se dovessi ritornare in una “stanza di reclusione”. Avevo visto troppo il mondo con altri occhi per tornare indietro. Ricordo che quando ero a scuola andavo con cappuccio, cappello, felpone. Ma appena tornavo a casa avevo un bisogno immediato di mettermi la parrucca, le unghie, un filo di mascara. Solo così riuscivo a sentirmi me stessa: potevo pranzare, sedermi, respirare. Ed è per questo che continuo a farlo: perché questo stile di danza mi ha permesso di scoprirmi, esprimermi, essere chi sono. Mi dà valore, mi fa sentire parte di qualcosa, mi permette di ricevere dalla vita ciò che merito e che ho sempre meritato. Quello che all’inizio era solo uno stile di danza, un video visto su YouTube, oggi è diventato la mia vita. Una delle mie ragioni di vita.

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Kimora Balenciaga

Havva Balenciaga Unbothered Cartier: il Vogue Fem come autenticità, unicità e sicurezza

Come ti sei avvicinata al voguing e cosa ti dà oggi?
Mi sono avvicinata al voguing partendo dalla danza. È successo tramite un workshop nell’accademia in cui studiavo, e da lì si è aperto un mondo: ho incontrato la cultura ballroom e tutte le personalità che, in quel periodo, la vivevano e la rappresentavano in Italia e in Europa. Continuo a essere nella Scene e a camminare la mia categoria perché, essendo una donna trans, la FQ Performance è l’emblema del mio journey: della mia transizione, della mia femminilità, della mia sensualità portate all’ennesima potenza. È un riflesso reale del mio percorso di vita, delle mie esperienze personali e della mia identità. Quello che mi dà è un sentimento profondo di autenticità, unicità e sicurezza. Mi ha dato valori morali, cognizione sociale e una consapevolezza di me stessa fortissima; una potenza che spesso lascia le persone meravigliate, e che può essere di ispirazione per chi è più giovane o meno esperto. Ma, soprattutto, la ballroom mi dà famiglia. Mi dà amore, supporto, la possibilità di portare il mio personaggio e la mia “fantasia” nel concreto. Mi permette di condividere chi sono, liberamente e senza giudizi, con persone che — proprio come me — cercano un luogo in cui potersi finalmente sentire free, libere da ogni peso o pensiero.

a dancer performing on stage in a revealing blue costumepinterest
Film By Arthur

Perché hai scelto proprio il Vogue Fem?
Ho scelto il Vogue Fem perché è una categoria performativa e “ballata”, ma anche perché rappresenta l’unione perfetta tra il mio percorso di vita e il modo in cui voglio mostrarlo al mondo. È la categoria che più mi appartiene, che più mi racconta. E, allo stesso tempo, credo che in certi casi sia la categoria a scegliere te: per me è stato destino che fosse proprio così.

scandalous ball 2025 by © arthur buoso – @film.by.arthurpinterest
© Arthur Buoso [@film.by.arthur]


Le parole che abbiamo raccolto sottolineano come il voguing prenda forma nei corpi di chi lo attraversa. Ogni stile cambia quando cambia la persona che lo cammina. È questo movimento continuo a tenere viva la ballroom: un passaggio tra vissuti diversi, tra sensibilità che non si somigliano, e percorsi che si incontrano sulla runway e diventano riconoscimento.

Old Way, New Way e Vogue Fem non restano mai uguali a sé stessi. Si trasformano quando qualcuno decide di portarli altrove. Raccogliere queste storie significa fermare per un momento qualcosa che si muove senza sosta. Un modo per ricordarci che il voguing non protegge una forma: protegge le persone che la creano.

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