Scrivere questo pezzo nei giorni appena seguenti la morte di Ornella Vanoni mi sembra uno dei modi migliori, seppur minimo e probabilmente insufficiente, di restituire alle ragazze (nel senso più ampio del termine) un po' della libertà che la cantante, ultima diva italiana e icona, è sempre riuscita a veicolare loro. C'è un video, in queste ore riemerso insieme a tutti gli altri, di una passata ospitata tv che la riprende mentre dichiara di aver trascorso qualche periodo di gioventù indossando un bikini strettissimo, acquistato da un'amica più esile, per poi investire la paghetta del padre, i suoi risparmi, per pagare le multe ai vigili – all'epoca c'era una cosa chiamata tipo oltraggio al pudore, mi sembra.



La cosa che mi piace di più dei social network è questa, che mi ricorda un po' anche quelle che mi piacciono più dell'arte, della musica, della letteratura: ritrovarsi in un contenuto che ci parla, seppure distante; l'intreccio senza senso eppure così giusto di di quei fili, per cui, una donna nata nel 1935 ci parla ancora, anche oggi, nel 2025. Radicata nella cultura del nostro Paese, ci offre strumenti per affrontarne la società attuale, la vita. Un reel del genere, attivamente osservato in mezzo a minuti e minuti di doomscrolling, ci offre un'esperienza individuale che si fa collettiva, ma non a caso. Il mondo, per le ragazze, è rimasto lo stesso – si sono cambiati i modi di marginalizzarci, ma marginalizzate ci rimaniamo. Come ci insegna Vaononi, L'esperienza collettiva diventa poi ancora più totalizzante ed emozionate quando è anche un po' disobbediente. Lo stesso senso di comunione e di appartenenza, di condivisione e femminilità, l'ho provato anche quando, non ricordo bene come, mi sono imbattuta nel profilo Instagram di Alice Minervini. O meglio, @p.akkiana. Di lei mi ha parlato subito il suo feed, la sua bio "disperatamente italiana", gli accostamenti estetici e l'irriverenza degli stessi, confezionati ad arte. Un po' come mi sono immaginata la cantante di Milano teenager sorridere, ma anche alzare gli occhi al cielo, di fronte a una multa per costume da bagno troppo piccolo.

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Alice Minervini
Dos Mares, Opens Studios, Marseille

Approfondendo oltre le foto con abiti leopard print del profilo di Minervini, oltre le reference alla tv berlusconiana e a Miss Italia, all'iconografia cattolica e a quella delle feste, della queerness, ho scoperto che tutto questo mix estetico, bellissimo e a tratti proibito da certe interpretazioni del movimento, serviva esso stesso per rivendicare insieme idee di sensualità e di desiderabilità tutte italiane, alleanze e sorellanze transfemministe, per cercare, e trovare, un senso di appartenenza transnazionale, rivendicando proprio le figure oppresse. Tanto di quello che mi ossessiona ultimamente – il lato identitario dei vestiti, della moda, la self-expression e la nudità, l'essere sexy, l'essere italiana, le cose un po' eccessive, l'essere drammatica, la resistenza e il transfemminismo – ha trovato delle forme di continuità, di esplorazione e di crescita proprio nell'arte e nella ricerca di questa scrittrice a artista classe 1997. Mi ha cambiato il modo di interpretare e di vedere la pacchianeria, mi ha fatto conoscere i significati della figura della pacchiana (che lei scrive con le k per un'accezione un po' più truzza, adolescenziale), oltre tutti gli stereotipi. È infatti sulla rivendicazione di questo termine, ma non solo, che la sua attività si concentra.

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Alice Minervini
Alice Minervini, @p.akkiana

La pratica di Minervini si sviluppa attraverso una serie di collaborazioni che esplorano le intersezioni tra autofiction, estetiche camp, affects theory e performance come modi per immaginare futuri altri. La scrittura rappresenta sempre un punto di partenza della ricerca per creare comunità temporanee e momenti trasformativi. Lavorando tra editoria sperimentale, installazioni site-specific, contro-archivi e performance, utilizza la leggerezza e l'autoironia come strategie di resistenza. Dopo aver studiato Visual Cultures alla Goldsmiths University, l'artista e scrittrice ha co-fondato con Sveva Crisafulli e Ilaria Leonetti, Two Hours Ago I Fell in Love, un festival di performance che si è svolto in un edificio fascista abbandonato, per decostruire i retaggi totalitari sull'immaginario contemporaneo di amore, sesso ed identità di genere. La sua prima pubblicazione, Comizi d'Emigrazione, una raccolta di lettere d'amore sulle intersezioni tra amore queer, sentimentalismo ed emigrazione, è stata parte di mostre ed eventi internazionali, tra cui Shmorévaz, Parigi, Cairo Art Book Fair e Printed Matters, New York. Attualmente, Alice Minervini collabora con l'artista e coreografa Gaia Pellegrini per costruire un immaginario transfemminista del nazional-popolare e del post-berlusconismo, concentrandosi sulla figura della velina e Miss Italia, sta iniziando un dottorato in pratiche curatoriali all'Accademia di Belle Arti di Torino (Per una Genealogia Affettiva del Camp Nostrano) ed è in residenza a Firenze (Toast, Manifattura Tabacchi) per portare avanti la sua ricerca transdisciplinare sulla politica del gusto, della moda e del genere insita nel termine "pacchiana", un abito tradizionale calabrese, per rivendicare la pakkiana come figura femminista intersezionale.

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Oleksandra Horobets
XX Biennale Mediterranea


Essere pakkiane nel 2025, quindi, è una forma di lotta transfemminista: per la rubrica di Cosmopolitan Italia Femminismi 4.0, che indaga i modi di essere femministi al giorno d'oggi, durante la quarta ondata, e le strategie attraverso cui si concretizzano le pratiche. Abbiamo chiacchierato con Alice Minervini indagando questo topic, parlando di abiti, di moda, di tradizioni, costumi, italianità, di lotta e di libertà.

Come la figura della pakkiana e il Camp Nostrano diventano una strategia di sopravvivenza transfemminista: l'intervista ad Alice Minervini

Che cos'è la figura della pacchiana? Che slittamento c'è stato attorno al termine nel tempo?
«Parlando con mia nonna in Calabria, anni fa, ho trovato una foto di lei in abito tradizionale che ho scoperto chiamarsi pacchiana. Tutto di quello scatto mi ha stregato. L'inquadratura che lascia la campagna incolta e un sentiero di terra in primo piano. L'intravedersi di due giovani donne, in costume, mano nella mano. Anche se è difficile tracciarlo con certezza, è molto probabile che l'accezione attuale di "pakkiano" come sinonimo di "volgare", "cheap", "di cattivo gusto che venga da pregiudizi contro le donne del Sud Italia e di origini contadine. Da lì, l'idea di rivendicare le pakkiane è diventata un'ossessione. Quasi come uno scherzo, dall'handle di Instagram ad alterego alle feste, nella mia ricerca artistica ho iniziato ad esplorare la politica del gusto, di genere e moda insite in questo termine».

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Alice Minervini
Foto della nonna di Alice Minervini con la pacchiana

Quando hai iniziato ad interessarti alle pakkiane? E come mai?

«Ho riscoperto queste storie quando mi stavo trasferendo da Londra in Italia e, in qualche modo, la pakkiana risuonava con esperienze di vita e ricerche precedenti, dall'idea di italianità, sentimentalismo e post-berlusconi di Comizi d'Emigrazione alla decostruzione dei retaggi fascisti sull'immaginario contemporaneo di identità, amore e sessualità di Two Hours Ago I Fell in Love. Nella mia pratica, mi è sempre interessato esplorare cosa è escluso dai canoni e perché. Di solito parto da un aneddoto personale per investigare macrofenomeni e dare voce a possibili contronarrazioni. Nella pakkiana ho ritrovato un senso di appartenenza transnazionale, desiderio e una rivendicazione transfemminista».

Che significati assume per te l'abito? La moda?

    «Per me vestirsi è sempre stato un atto di sperimentazione, un modo di mettere in luce diversi lati della mia personalità, giocare con la mia identità; dalle sfilate e performance improvvisate con le amiche da piccola, fino alla sensazione di prepararsi insieme prima di una festa o l'eclettismo delle controculture londinesi. La moda, in qualche modo, rappresenta una pratica di autofiction, un modo di demistificare le aspettative esterne e sabotare lo sguardo che avevo interiorizzato come mio. Mi ha aiutata a rivendicare una parte di me, del prendermi cura del mio aspetto, senza sentirmi perseguitata dal voyeurismo tipico dell'Italia berlusconiana.
    Ho sempre avuto una certa diffidenza verso l'industria, ma sono un'accumulatrice ed amo la moda anche più di quanto voglia ammettere. L'abito diventa un artefatto materiale e al contempo sentimentale, una stratificazione di ricordi; dall'indossare una maglia di un'amante o re-inventare pizzi delle mie nonne… In questo contesto, la ricontestualizzazione di pratiche tradizionali, folklore nel contemporaneo diventa un gesto politico contro il sistema di sfruttamento della moda. Cerco sempre di supportare artiste emergenti che portino avanti una ricerca di immaginario in grado di materializzare mondi altri. Al momento sono particolarmente fan di Ablondi, Dario Biancullo, Kafona Fashion-style, Trashy Clothing oltre che Chopova Lowena. La moda è un po' il fulcro dei nostri problemi, del bello e del male assoluto, degli estremi tra il nostro stile di vita e come sta andando il mondo. E magari anche di possibili soluzioni».

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    Valeria Bissanti
    Two Hours Ago I Fell in Love

    Che cos'è il Camp e che cosa intendi con Camp Nostrano, meridionale?

    «Il Camp nasce come sensibilità queer, diasporica, marginalizzata: si intravede nell'amore per l'eccesso, nel melodramma, nella teatralità ed esagerazione dei gesti. È stato teorizzato da Susan Sontag nel 1964 nel saggio Notes on Camp in cui lo descrive attraverso 58 frammenti, perché il Camp in qualche modo sfugge a definizioni, è un sentire collettivo. Successivamente teorici come Fabio Cleto e José Esteban Muñoz hanno enfatizzato la connotazione profondamente politica e comunitaria del Camp in cui mi rivedo molto. Durante viaggi di ricerca tra Marsiglia e il sud Italia, in dialogo con Coco Spina, Nico Maria Moscatelli, Giulia Currà, Korybass, Valentina Amenta, Sonia d'Alto tra altre voci, ho iniziato a pensare al pakkiano come Camp Nostrano, per mettere in risalto la dimensione situata, la sua specificità insorgente come forma di resistenza tra sud Italia, diaspora Meridionale e sud Globale».

    In che modo il Camp Nostrano diventa una strategia di sopravvivenza transfemminista? Come i suoi codici estetici, marginalizzati come "kitsch", "di cattivo gusto", "volgari", possono sovvertire canoni di rappresentazione dominanti? Quali nuove forme di visibilità e resistenza intersezionale emergono dalla ricontestualizzazione del "pacchiano" come forma di Camp meridionale"?

    «La mia sensazione è che l'idea di volgarità o cattivo gusto sia sempre disciplinare, un contenimento della femminilità che viene validata solo quando rientra in una certa propaganda. Nella sensualità, nell'eccesso, nella pacchianeria emerge un atto di autoaffermazione, una pretesa di essere viste alle proprie condizioni. È una pratica di autocoscienza, di prendere spazio, un rifiuto dei canoni di bellezza interiorizzati, di quello sguardo che è al contempo interiore e proiettato dall'esterno. Gli elementi frivoli e ironici della "pakkiana" vengono reinterpretati come strategie di resistenza, strumenti per rivendicare la leggerezza e l'autoironia al fine di sovvertire le strutture di potere imposti sui corpi femme, facendo eco alla resistenza contro l'isteria femminile, il tarantismo e la omolesbobitransfobia che persiste ancora oggi. Per generazioni, ondate di femminismi hanno rigettato completamente un certo tipo di sensualità e trovo particolarmente interessanti artiste come Nicole, SAGG Napoli e Gaia Pellegrini che giocano sull'iperfemminilità come decostruzione dello sguardo patriarcale, con gli stessi stereotipi che vorrebbero contenerci o silenziarci. È un tentativo di ribadire come l'identità di genere sia performativa e la femminilità uno spettro della nostra personalità».

    alice minervini
    Gil Corujeira
    Comizi d_Emigrazione at Molt
    alice minervini
    Alice Minervini
    Comizi d’Emigrazione

      Chi sono le tue pakkiane preferite?

      «In generale, questa ricerca è indissolubilmente legata a una serie di incontri ed amicizie. Adoro come parlare di pakkiane faccia emergere sempre una parte così personale anche da conversazioni con sconosciute, d'un tratto ci scambiamo foto di abiti, rituali tradizionali ed aneddoti incredibili. Sto lavorando ad una pubblicazione, ‘𝒲𝒽𝑜𝓁𝑒𝒽𝑒𝒶𝓇𝓉𝑒𝒹 𝒫𝒶𝓀𝓀𝒾𝒶𝓃𝒶𝓈’, che verrà lanciata per San Valentino l'anno prossimo con alcune delle mie artiste preferite, ed amiche, che a loro volta interpretano questa sensibilità nella loro pratica, tra cui Franca Fungo, Gery Georgieva, Meitao Qu, Salomé Burstein, Una Gjerde, Damien Ajavon, Archivio Memoria Trans Argentina, Luis Juárez, Chalisée Naamani, He Sun... Una costellazione di artiste, abiti e gossips per riscoprire un senso di appartenenza transnazionale».

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      Emily Murayama

        Secondo te cosa significa essere femminista e fare femminismo nel 2025? Che cosa c'è e che cosa gli manca al movimento?

        «La mia lotta si manifesta nel modo in cui vivo il mio corpo, nelle scelte e nell'attivismo politico, nelle amicizie e nella rete di supporto con cui condivido la vita, nelle feste che frequento o nella musica che ascolto. Il transfemminismo è un modo per mettere in discussione le aspettative sociali, le relazioni di potere insite nella monogamia e nella mercificazione dell'amore dilagante. Questo percorso di autocoscienza, sempre in divenire, mi ha portato a conoscere la comunità che mi è mancata crescendo. Sono proprio questi incontri e collaborazioni che mi salvano dalla solitudine e dalla disperazione di questo momento storico. La rabbia e lo sconforto di scontrarsi quotidianamente con la violenza di genere e l'ottusità del dibattito pubblico, i retaggi fascisti e coloniali che sta rimettendo in scena tele-Meloni, gli ennesimi tagli alla cultura, il riarmo e le politiche del genocidio. Eppure, da questi incontri e nel ribadire il potere femminista delle citazioni, citando a mia volta Sara Ahmed, emerge quella sensazione di coralità, di intersezionalità, di lotta condivisa. Il Camp Nostrano è un tentativo di tessere insieme percorsi di decostruzione personali e collettivi, per rivedersi nella resistenza altrui. Una celebrazione dell'ornamento, del kitsch, della pacchianeria come linguaggio d'amore e di disobbedienza. Una prefigurazione di mondi altri».