Tra le prime a parlarne c'è stata Milly Evans, un’educatrice sessuale che su TikTok parla della sua vita con una diagnosi di autismo e di ADHD. Ha pubblicato un video in cui racconta di aver visto che «un numero assurdo di uomini sulle app di dating dicono esplicitamente che stanno cercando una ragazza leggermente autistica». La sua non era un'impressione, effettivamente diverse persone sui social hanno denunciato questo tipo di commenti, su app di incontri come Hinge, di uomini che sembrano romanticizzare e feticizzare la neurodivergenza associando con superficialità l’autismo all'avere modi di fare particolari o una personalità bizzarra.

Negli ultimi tempi si parla di più di autismo e di spettro autistico in tutte le sue sfaccettature, anche grazie ai social e a persone che si dedicano ad attivismo e divulgazione sul tema. Le diagnosi di autismo sono aumentate, anche nelle donne e nelle persone adulte, categorie che fino ad alcuni anni fa facevano più fatica a ottenerle, perché venivano escluse dalla narrazione mainstream della neurodivergenza. «Molte e persone autistiche, molte donne autistiche si sono esposte parlando delle loro caratteristiche a fronte di una narrazione tossica dell'autismo che lo associava automaticamente a persone con deficit intellettivo», spiega Marianna Monterosso, musicista, attivista Audhd per i diritti delle persone disabili e neurodivergenti e referente dell'Intergruppo Parlamentare per i Diritti Fondamentali della Persona. Secondo Monterosso vedere queste donne, spesso anche conformi ai canoni estetici nell'aspetto, ha portato a sminuire e romanticizzare la loro condizione con conseguenze pericolose.



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Foto di Hector O'Connor su Unsplash

La neurodivergenza nelle app di dating

«Si è diffusa l'idea che noi donne autistiche siamo semplicemente delle persone strambe, eccentriche, perché il nostro modo di esprimerci, la nostra lingua sociale ed emotiva, viene percepita come bizzarra», spiega Monterosso, «Da qui molti uomini hanno iniziato ad adescare le donne autistiche, spesso giovani, non solo sulle app di dating ma anche sui social, perché ci considerano persone un po' strane e allo stesso tempo ingenue e bisognose di protezione». Secondo l'attivista c'è una vera e propria feticizzazione del modo in cui certe persone neurodivergenti vivono, interagiscono e si esprimono. «Ad esempio facciamo stimming, abbiamo delle preferenze per certi indumenti, manifestiamo le nostre emozioni in maniera atipica e questo viene letto come bizzarro. Magari può incuriosire, possono risultare come delle caratteristiche simpatiche».

Il rischio, però, è che questi uomini non abbiano una reale conoscenza della neurodivergenza e questo mette in pericolo le persone autistiche. «Non hanno capito che c'è una difficoltà alla base, e il problema nasce quando entrano in contatto con noi, si rendono conto delle differenze e non le tollerano», spiega Monterosso. Questo apre a diversi problemi. Secondo l'attivista le donne autistiche possono fare più fatica a riconoscere comportamenti come love bombing, gaslighting e manipolazione. «Siamo le prede perfette, perché avendo un funzionamento neurodivergente non sempre riusciamo a comprendere il linguaggio neurotipico. La maggior parte delle persone autistiche ha una comprensione del linguaggio letterale. Certe frasi che vengono dette, soprattutto in fase di love bombing, come "Non ti lascerò mai", "Non ti farei mai del male" vengono prese come assolute. Quando poi l'uomo in questione si tira indietro, magari ti ghosta, per la persona autistica l'impatto è fortissimo. Non capisce perché quanto fatto non corrisponde a ciò che era stato detto, può andare in sovraccarico, avere delle crisi, in certi casi anche tentare il suicidio».

Le persone autistiche in questo senso sono più esposte alle violenze, non solo da parte di chi le adesca e manipola, ma anche poi all'interno delle relazioni. «Magari la persona neurotipica ti spinge ad adeguarti al suo stile relazionale, a fare cose che per te sono troppo pesanti, che non riesci a gestire o ti mettono in pericolo», dice ancora l'attivista. Questo chiaramente non vale sempre e tante persone neurodivergenti hanno relazioni sentimentali sane e durature, però «Quando una persona sta con te semplicemente perché si è infatuato dell'idea che aveva della ragazza "stramba e bizzarra", la violenza è una possibilità concreta», conclude Monterosso.

Neurodivergenza e violenza di genere

Diversi studi dicono che le persone autistiche e in particolare le donne autistiche sono maggiormente esposte al rischio di violenza. Uno studio del 2022 dei ricercatori Cazalis, Reyes, Leduc e Gourion riferisce che essere autistici comporta un rischio del 10-16% di subire molestie sessuali durante l'infanzia e del 62-70% di essere vittime di violenza sessuale in età adulta. La maggior parte delle vittime sono ragazze e donne: il rischio di violenza sessuale per le donne autistiche è da due a tre volte superiore a quello delle donne neurotipiche. «Non se ne parla», sottolinea Marianna Monterosso, «siamo sempre invisibilizzate, non ci sono dati sulle donne con disabilità o neurodivergenti che subiscono violenza e il fatto che non se ne parli rende più difficile riconoscerla mentre la subisci, perché pensi di meritarti certe cose, certe relazioni, perché sei fatta così».

Da un lato, spiega l'attivista, c'è una narrazione tossica e abilista che presenta tutti i partner delle persone neurodivergenti come eroi accudenti, caregiver dediti alla cura, quando non sempre partner e caregiver coincidono. D'altra parte il fatto che a volte i partner siano effettivamente caregiver rende più difficile denunciare le violenze «per paura dell'istituzionalizzazione, della struttura segregante». «Quando emergono dei femminicidi di donne disabili sentiamo frasi come "Non ce la faceva più, chissà che cosa aveva dovuto sopportare per arrivare a tanto"», spiega Monterosso, «e anche quando denunciamo non abbiamo tutele, perché spesso nemmeno le case rifugio e i CAV sono accessibili». «Bisognerebbe tenere conto del problema, raccogliere dati e parlarne quando si discute di femminicidi e violenza di genere», conclude, «bisognerebbe farlo a livello mediatico, ma anche a livello di attivismo femminista, oltre che a livello istituzionale».