Nelle scorse settimane abbiamo raccontato le origini e le regole della ballroom. Negli ultimi quarant’anni, la Ballroom Scene ha ispirato hit diventate globali, documentari e serie TV. Ma, come spesso succede, la trasposizione nei grandi schermi porta con sé delle contraddizioni, e nuove domande a cui rispondere. Oggi ripercorreremo la storia di come una cultura nata ai margini sia approdata nel mainstream, e come la sua rappresentazione sia cambiata nel tempo.
Malcolm McLaren: Deep in Vogue (1988–1989)
Nel 1989 l’artista britannico Malcolm McLaren, pubblica Deep in Vogue con la collaborazione del leggendario Willi Ninja, segnando il debutto del voguing nei media internazionali.
Tra il 1986 e il 1989, Jennie Livingston gira un documentario Paris is Burning, di cui parleremo dopo, sulla scena newyorkese. Come riporta Tim Lawrence, nel libro Voguing and the House Ballroom Scene of New York City 1989-92, a far conoscere a McLaren la Ballroom Scene è il DJ Johnny Dynell, figura centrale della House of Xtravaganza, che gli inviò alcuni spezzoni delle riprese di Paris is Burning, che ancora doveva uscire, per raccogliere dei fondi per la pubblicazione del documentario. Dynell racconta di essersene successivamente pentito, infatti, McLaren utilizza campioni sonori non autorizzati, presi dal documentario ancora inedito e dai testi di Chi Chi Valenti, performer e promoter della scena.
Nonostante le controversie, Deep in Vogue rappresenta un passaggio chiave: è il primo video musicale a portare la ballroom e il voguing fuori dai club di New York, trasformandoli in fenomeno visivo globale. Grazie alla presenza e alla coreografia di Willi Ninja, il brano resta una delle prime testimonianze audiovisive di questa cultura — contribuendo a diffonderne il linguaggio e l’immaginario.
Paris Is Burning (1990–1991)
L’anno successivo esce Paris Is Burning di Jennie Livingston. Il documentario alterna riprese delle ball (categorie, runway, giuria, commentator) e scene di vita quotidiana ai piers e nei quartieri di New York. Approfondisce alcuni termini della Ballroom Scene (come realness, shade, reading) e pone sotto il riflettore alcune delle problematicità che la comunità nera e latina LGBTQ+ di New York viveva, considerando che si trattava degli anni dell’HIV/AIDS. Il tutto attraverso le voci di alcune figure centrali nella scena, quali Pepper LaBeija, Dorian Corey, Angie e Venus Xtravaganza, Willi Ninja.
Il successo di Paris Is Burning è enorme — premi come il Sundance, distribuzione mondiale, e un incasso di 4 milioni di dollari al botteghino — offrendo al pubblico immagini mai viste e diventando in poco tempo un riferimento imprescindibile della cultura queer. Un racconto di potenza, desiderio e resistenza, portando visibilità alla scena. Ma la questione che più di tutte emerge è proprio questa: chi beneficia di questa visibilità?
Citando Pepper LaBeija, una delle protagoniste del documentario: “Quando Jennie Livingston arrivò, eravamo a una Ball. Ci lanciò dei fogli da firmare, ma non li leggemmo. Più tardi, quando fece le interviste, ci diede un paio di centinaia di dollari. Ci disse che, all’uscita del film sarebbe arrivato altro. (...) Ma poi il film è uscito e... niente. Loro si sono arricchiti, noi no.”. In seguito alle polemiche, Livingston pagò 55 mila dollari complessivi a tredici partecipanti, ma il dibattito restò aperto.
Molti dei protagonisti di Paris Is Burning morirono pochi anni dopo l’uscita del film, spesso a causa dell’AIDS o di violenza. Venus Xtravaganza, una delle protagoniste delle riprese, viene trovata assassinata all’interno di una valigia in una stanza d’albergo a New York nel 1988, poco prima dell’uscita del documentario, Dorian Corey e Angie Xtravaganza muoiono nel 1993, Pepper LaBeija nel 2003 e Willi Ninja nel 2006. La loro scomparsa rende ancora più evidente la sproporzione tra il successo economico e mediatico del documentario e la precarietà delle vite che aveva immortalato.
Inoltre, la teorica Bell Hooks rimprovera a Livingston “uno sguardo coloniale”. Secondo Hooks la regista, bianca e universitaria, trasforma vite di lotta, di persone marginalizzate, in spettacolo, guadagnando molto di più di coloro che ha filmato.
Nel 2006, Kevin Ultra Omni, figura storica della scena realizza il documentario How Do I Look, nato per “appianare le discrepanze emerse da Paris Is Burning”. Alcune delle figure presenti nel film originale, come Octavia St. Laurent, riappaiono accanto a nuove voci della scena, raccontando la ballroom dall’interno e includendo temi allora ignorati come HIV, educazione e lavoro.
Madonna: Vogue (1990)
Nello stesso anno, Madonna porta il voguing al centro del pop internazionale con il singolo Vogue. La cantante si avvicina a questa danza attraverso alcuni club newyorchesi — come il Tracks e il Sound Factory — dove entra in contatto con i performer della scena. In particolare, José Gutiérrez e Luis Camacho, membri della House of Xtravaganza, vengono scelti per lavorare con lei al videoclip diretto da David Fincher.
Nasce così una collaborazione che porta le figure della ballroom sui palchi del mondo, aprendo una finestra inedita su un linguaggio fino ad allora underground. Il brano diventa la canzone più venduta del 1990 e segna un punto di svolta: il voguing entra nella cultura pop. Il successo della traccia e del video — con la loro estetica in bianco e nero e l’iconico “strike a pose” — rimane ancora oggi una fonte di citazione e ispirazione.
All’interno della comunità queer, tuttavia, le opinioni non furono unanimi. Vogue rappresentò un momento di riconoscimento: la cultura ballroom raggiungeva finalmente un pubblico globale, offrendo spazio e opportunità a chi, fino a poco prima, restava ai margini. Alcuni membri della scena sottolinearono che si trattava di un passaggio importante ma inevitabilmente parziale, in cui l’immaginario arrivava ovunque, ma il contesto rischiava di restare sullo sfondo.
Come ricordò il DJ Junior Vasquez, «Madonna non tornò più al Sound Factory dopo il tour» — una frase che molti nella scena lessero come simbolica: il segno di un incontro che, pur importante, rimase episodico.
La Ballroom Scene e i primi anni 2000
Nei primi anni 2000, la ballroom sopravvive nei sottotesti dei reality e dei talent show — uno tra i quali RuPaul’s Drag Race — in cui viene spesso imitata, semplificata o usata come estetica.
Un momento di visibilità arriva con i Vogue Evolution, il gruppo che, grazie al programma MTV America’s Best Dance Crew, porta per la prima volta il voguing, come tecnica e linguaggio di danza. Il loro percorso contribuisce a far conoscere la Ballroom a un pubblico giovane e globale. Tra i componenti ricordiamo Dashaun Wesley e Leiomy Maldonado, oggi figure di riferimento della scena, con una brillante carriera internazionale come performer, insegnanti e coreografi.
Qualche anno dopo, nel 2020, debutta su HBO Max il reality show Legendary: diverse house si raccontano e si sfidano in categorie e performance, dando visibilità reale alla scena e alle persone che la abitano — non solo dal punto di vista artistico, ma anche umano.
Il vero punto di svolta nella narrazione arriva però nel 2018 con Pose, la serie creata da Ryan Murphy, Steven Canals e Janet Mock. Ambientata nella New York di fine anni ’80, racconta la vita delle House, la crisi dell’HIV, la marginalizzazione razziale e omofoba della comunità e il tema della perdita. La serie impiega il più ampio cast di attrici e attori trans come ruoli regolari mai visto fino a quel momento, e coinvolge figure della scena ballroom, come Twiggy Pucci Garçon, come attori, performer, consulenti e coreografi. Pose ridefinisce gli standard di rappresentazione e compenso, portando un impatto reale nella vita di chi quella cultura la incarna — e sposta in avanti l’asticella del racconto queer nel mainstream.
Beyoncé e Renaissance (2022)
Con Renaissance (2022), Beyoncé dichiara di voler celebrare le radici nere e queer della club culture. Si ispira e cita esplicitamente la scena ballroom: nelle tracce ritroviamo Kevin Aviance, Moi Renée e Kevin JZ Prodigy, mentre tra i performer del tour figurano artisti provenienti dalle House più importanti, come Honey Balenciaga. Il voguing e la ballroom diventano qui parte integrante di un progetto artistico consapevole, che restituisce credito a chi ha plasmato quella cultura.
Renaissance non tratta la ballroom come un’estetica da imitare, ma come una radice da rivendicare. Beyoncé cita le sue fonti, le nomina nei crediti e costruisce un racconto che mette al centro corpi, voci e genealogie nere e queer.
Renaissance è la prova che il mainstream può dialogare con la Ballroom, o altre culture, senza svuotarle nel significato: un omaggio consapevole, lontano dall’essere considerato un’appropriazione.
Questo viaggio — da Paris Is Burning a Renaissance — ci aiuta ad osservare come la rappresentazione della Ballroom, nel mainstream, si sia evoluta.
Quando un tema complesso viene indagato per la prima volta, è inevitabile che porti con sé attriti, fraintendimenti, errori. Perché ogni atto di svelamento è in parte anche un tentativo di scardinare. Non si tratta solo di raccontare una storia nuova, ma di trovare nuovi modi di raccontarla, nuove parole, nuove strutture e nuove modalità, le più adatte.
Pensare, cercare, sbagliare, sono gesti che appartengono alla tensione verso la conoscenza. Spesso, nel tentativo di puntare una luce, si può finire per scottare chi volevamo illuminare. Ma la soluzione non è smettere di guardare, è guardare con più attenzione: con rispetto, ascolto, e volontà di mettere in discussione le proprie convinzioni. E nel dubbio, prima di parlare, chiediamoci se qualcun’altra saprebbe farlo meglio di noi (e in caso ascoltiamola).
Discordia xoxo 007













