Spesso quando penso alle mie montagne penso ai loro partigiani. Penso a come le loro valli, i loro i boschi e sentieri, le loro incurvature, i loro ruscelli, tutte le salite, le discese e le spianate abbiano saputo accogliere, custodire e proteggere i e le combattenti per la libertà contro il fascismo. Se penso alle mie montagne, penso alle loro staffette: a Rachele Brenna detta Itala, della 1ª Divisione Valtellina, a Arcangela Fanchi detta Ala/Ridi, della 2ª, a Irma Camero (Ir) della Brigata Rinaldi, e alle altre della Brigata Matteotti, di cui si possono leggere le vicende in Storie di donne nella Resistenza in Valtellina e Valchiavenna (Issrec, 2023).



Sono nata lì vicino alla Svizzera, in mezzo a una valle che mi ha sempre fatto vedere il cielo solo attraverso una fessura incorniciata da cime innevate e vette aguzze; da un lato le Retiche, dall'altro le Orobie. In mezzo io, a metà degli Anni '90. A volte, più che degli ostacoli a una visione ampia e periferica del tramonto, le mie mie montagne mi sono sembrate le braccia di tante mamme – ma sono mixed feelings, sentimenti altalenanti, irrisolvibili forse. Alla fine le ho lasciate: sono undici anni che vivo e lavoro a Milano.

Prima, però, le ho attraversate davvero. Camminate lunghissime, dislivelli infiniti, notti in tenda sotto ai temporali estivi, docce gelate nei torrenti, arrampicate sugli alberi, un sacco di prime volte, dolci ricordi di disperate gioventù, per parafrasare il titolo del disco di faccianuvola che canta, e benissimo, gli stessi luoghi. Ho trascorso albe e crepuscoli a piangere, sono diventata chi sono tra l'odore di legna bruciata nei camini d'ottobre e la vista del verde accecante dei versanti di luglio, e potrei andare avanti così per sempre, a romanticizzarle e farmele mancare, ma la verità è che ho più volte litigato con le montagne. Fino ad arrivare a lasciarle. Ancora non so se torneremo mai insieme: non mi hanno capito del tutto o, forse, sono stata io a non farlo – chissà, magari la colpa è di entrambe, come in tutte le relazioni più belle.

A un certo punto, ho avuto bisogno di una condivisione e di una rappresentazione politica e collettiva che non sempre i luoghi di provincia possono e sanno offrire, figuratevi le province di montagna. Se qualcosa sta cambiando, in Valle, è tanto il merito dei ragazzi e delle ragazze di Perestrojka, molto più in gamba di me, dal momento che creano quello che noi non abbiamo mai avuto, invece che scappare. Perché non ho trovato il femminismo in montagna? Perché le mie montagne non sono state femministe con me? Perché ho abbandonato le mie sorelle, quasi rinnegandole, dimenticandomi della loro storia e della loro resistenza, del loro valore e del loro potenziale? Perché ci siamo lasciate?

Qualcuno (ancora) è stato più bravo di me. C'è chi ha saputo armonizzare la natura e l'hiking alle pratiche femministe, chi nella montagna ha trovato davvero una sorella che libera dalle oppressioni della discriminazione, mentre guida in un cambiamento sistemico trasformativo. Sono due realtà distinte che operano su territorio italiano (ma non solo) e si chiamano, rispettivamente Feminist Hiking Collective (FHC), un'organizzazione non profit femminista, fondata da Elena Ghizzo, Giulia Bruzzone, Giulia Meneghetti e Ria Ryan, che si occupa di cammino in senso lato, consapevolezza femminista e politiche trasformative, e Donne di Montagna, una rete di professioniste che promuove e organizza avventure outdoor pensate su misura per le donne. Con la founder di quest'ultima, Marzia Bortolameotti, e due componenti del collettivo FHC – Ghizzo e Bruzzone – approfondiamo le tematiche che legano l'escursionismo e l'ambiente al femminile e ai Femminismi 4.0 nelle seguenti interviste.

Femminismo in montagna, le interviste alle realtà italiane

Feminist Hiking Collective

Cos'è FHC, come e da che esigenze nasce?

«Come organizzazione non profit femminista ci siamo registrate a maggio del 2020, ma già nel 2019, e ancora prima, noi quattro abbiamo cominciato a condividere esperienze dello stesso tipo insieme. Prima di creare FHC, eravamo già parte di una rete di attivismo femminista e di contrasto alla violenza di genere – chi lavorando in altre organizzazioni, chi come attivista – e facevamo diverse attività di consapevolezza femminista e politiche trasformative. Tuttavia, si trattava sempre di contesti statici, come workshop tra quattro mura. A un certo punto ci è venuta l'idea di svolgere un'attività camminando, in un parco di Londra (all'epoca vivevamo lì, tutte e quattro tra i 18 e i 28 anni, tre italiane e un'inglese). Abbiamo iniziato a capire quanto fosse potente muoverci nella natura insieme ai nostri corpi, confrontandoci sulle dinamiche di potere e tutto il resto; una dimensione di femminismo legata al movimento collettivo e all'appartenenza alla natura. Prendendo spunto da metodologie di educazione popolare femminista – il framework dell'educazione popolare di Freire e quello di analisi del potere femminista dell'organizzazione JASS – abbiamo sviluppato la nostra, portandola nella natura e connettendola con l'embodiment. Per noi il termine "hiking" assume così un senso ampio, da intendere sia concretamente a livello fisico come cammino, sia a livello più astratto, come cammino politico. La nostra visione mira ad una riconnessione con la nostra forza, con il nostro corpo, con la nostra appartenenza alla natura, ma anche l'un l'altra come soggettività collettive, con una prospettiva includente, non individualista, plurale. La nostra esigenza, e questo è molto importante per noi, è quella di co-creare una realtà che possa riflettersi nel micro, che si evolve e trasforma, un'organizzazione che rifletta il mondo in cui vorremmo essere, di cui vorremmo essere parte».

Che attività propone FHC e dove?

«Siamo nate in Inghilterra, ma dal 2021 siamo anche in Italia. Nel 2021 abbiamo fatto un programma di camminate femministe che si concentravano sulle dinamiche di potere e nel 2023 un Feminist Hiking Healing Retreat, uno spazio di healing collettivo politico per attiviste e attivistu di genere non binario, tra i 18 e i 35, anni da tutto il mondo, ma basatu in Europa. Quindi attivistu che rientravano nell'intersezione del femminismo, della giustizia climatica e dell'attivismo queer. Questi due programmi si sono svolti in Trentino, in Val di Gresta – territorio di agroecologia – e sono stati momenti importantissimi per noi. Non facciamo troppo, non facciamo tanto, perché crediamo nel fare poco, nel piccolo e lentamente. Quest'anno a maggio, a Vicenza, nel contesto di altri progetti, abbiamo fatto una camminata politica in un bosco occupato di resistenza alla distruzione con Caracol Olol Jackson e i Boschi che Resistono. Poi c'è tutto il lato del lavoro internazionale: abbiamo co-creato una rete con altre organizzazioni nostre partner in Kyrgyzstan, Nepal, Tanzania, Kenya, Argentina, Cile e Bolivia: Mountain Women of the World. Ormai da cinque anni, con questa rete e con il supporto della Mountain Partnership, portiamo avanti un progetto di ricerca appunto, che mappa non solo le difficoltà post-Covid delle donne di montagna in questi Paesi, ma è anche una publication sulle strategie di resilienza, di potere collettivo. Altri progetti passati o all'attivo riguardano sempre la nostra visione sulla leadership femminista: da diversi anni esiste Building We: for Feminist Democracies, che mira a dialogare con le realtà che praticano un modo di organizzarsi con una prospettiva di autonomia collettiva e di auto-organizzazione e poi Camminando Come Una (con il supporto di Mediterranean Women's Fund) in collaborazione con un gruppo di centri anti violenza femministi in Italia – un progetto importantissimo che è ancora in fase di preparazione e che l'anno prossimo vedrà la pubblicazione di un toolkit.

Cosa dobbiamo intendere quindi con il termine "hiking"?

«Spesso non viene capito il cuore e l'ampiezza del nostro lavoro. Non è che chi non fa hiking o non vive in montagna non può partecipare, il termine va proprio inteso in modo più metaforico. Quello che vogliamo comunicare è quanto sia importante secondo noi ritornare alla natura, nel senso di ritornare alla radice e cercare decostruire ciò che la società ci ha cercato di insegnare fino ad ora. Parliamo di capitalismo, misogina, individualismo. Vorremmo invece riportarci a quel sistema collettivo di comunità che c'è stato in passato anche qui, in Occidente, ma che poi abbiamo completamente perso. Una cosa che ci chiediamo molto spesso, infatti, è come fare a portare la natura in contesti che naturali non sono».

Che legame c'è tra femminismo e natura? E tra femminismo e hiking?

«Ci sarebbe tantissimo da dire, però qualche riflessione può ruotare intorno al concetto di ecofemminismo, o comunque al fatto che tutte le forme di dominio e di violenza e di distruzione sono interconnesse, sono parte dello stesso sistema capitalista, neoliberale, patriarcale, razzista, abilista. In questo senso, il legame tra femminismo e natura è evidente nel momento in cui vediamo come la distruzione delle soggettività di genere femminile o non conforme, non binario, queer, che sfidano il sistema eteronormato, patriarcale, è lo stesso che mira alla distruzione di tutta la natura, dell'ecologia, della biodiversità: un sistema di estrattivismo, creato per il beneficio e il guadagno di pochi. Così risulta molto chiaro il legame tra le lotte: una lotta femminista non può essere una lotta che non sia anche antirazzista, anticolonialista, anticapitalista, antiabilista, antiestrattivista e di giustizia climatica. È una lotta queer, plurale e multidimensionale, una lotta per la liberazione e la gioia del bene comune collettivo di tutta la natura. Va sottolineato a questo punto come sia importantissimo, tuttavia, non colonizzare le lotte; come i femminismi bianchi ed europei non debbano "rubare" queste lotte ai gruppi che hanno ispirato la nostra visione politica e la nostra comprensione del sistema. Tutto quello che stiamo dicendo adesso, infatti, è frutto del lavoro di altri, dell'ancestralità di altri movimenti e di strumenti politici che vengono da territori – quelli del cosiddetto "sud del mondo" o "global majority world", o comunque che sono stati colonizzati – dove l'impatto della distruzione è stato ed è più sentito. Territori dai quali sono nate consapevolezze e conoscenze, resistenze e lotte legate a un vissuto di distruzione in prima persona. Pensiamo ai movimenti di donne indigene, per la sovranità alimentare: sono conoscenze che spesso non vengono riconosciute, vengono silenziate, o ritenute "secondarie", "non scientifiche", "non abbastanza valide dai contesti occidentali", per poi venire saccheggiate».

Secondo voi che cos'è il femminismo nel 2025? Cosa gli manca?

«Non so se siamo in grado di rispondere in assoluto; farlo, presupporrebbe avere quasi una conoscenza superiore che, ovviamente, non abbiamo. Se pensiamo ai contesti occidentali, tuttavia, crediamo che al femminismo manchi proprio quest'onorare e porre attenzione sui territori e i movimenti da cui vengono le consapevolezze, le visioni di trasformazione e gli strumenti politici. Non possiamo decontestualizzarli. In Occidente, spesso, il femminismo è neoliberalizzato e non può essere così. A volte, viene totalmente rubato dal sistema neoliberale capitalista: con i casi di pink washing, viene totalmente sradicato dalla sua visione politica trasformativa di un mondo di liberazione collettiva, un mondo in cui non ci sia dominio oppressione e discriminazione. Quando succede, e il femminismo viene piegato al mercato capitalista, se ne replicano gli strumenti e visioni, e tornano quindi a dominare cose come l'individualismo o l'arrivismo individuale. Quando c'è questa dinamica neoliberale, si finisce per creare icone, gerarchizzare i movimenti e le prospettive, si annullano tutte le sfaccettature derivate dalla contestualità delle lotte legate ai territori, si arriva a pensare che il femminismo sia nato in Europa, sradicandolo così dal suo cuore politico. Quando si fa questo, si distrugge il femminismo, perché i femminismi vogliono totalmente trasformare il potere e non sostituire un genere nello stesso sistema, nelle stesse strutture, nelle stesse dinamiche di competizione, individualismo, arrivismo, successo. Sempre per quanto riguarda il contesto occidentale, al femminismo nel 2025 forse serve anche più collettivismo, più umiltà e il ricordarci semore che siamo siamo one, e così le nostre lotte: quindi meno ego, più umiltà. Bisogna de-internalizzare il patriarcato, che tutte, tuttu e tutti abbiamo dentro, perché dentro ci siamo cresciuti, chi più chi meno. Noi crediamo in un femminismo che ci possa riportare alla natura in senso metaforico, collegarci con la nostra spiritualità, con la nostra comunità ma anche creare queste comunità in posti in cui non esistono. Tutte noi quattro, in vari momenti della nostra vita (e alcune ancora oggi), abbiamo vissuto in grandi città, tipo Londra, dove di natura ce n'è ben poca. Quello che abbiamo cercato e cerchiamo di fare è di portare la natura come concetto, quello del potere collettivo e dello stare insieme, anche in contesti più metropolitani. Una grande parte del nostro lavoro consiste, infatti, nel cercare di capire come decostruire il sistema capitalista, come smontare questo sistema di dominio e violenza, al fine di creare un mondo femminista e collettivo, proprio come quello naturale».

Come dovrebbe essere, secondo voi, la montagna femminista?

«Una montagna femminista è aperta a qualsiasi persona, a qualsiasi soggettività, anche con idee completamente diverse, che però ha in comune la voglia di mettersi in gioco e di discutere, di capire il perché si hanno queste idee diverse. Spesso come organizzazione ci capita di cercare di analizzare ideali diversi dai nostri per capire da dove vengono queste prospettive. Come dicevamo prima, l'hiking riguarda il riconnetterci intimamente l'un l'altr, con la nostra appartenenza alla natura e con il nostro corpo, per supportare la costruzione della soggettività collettiva. È importante che non sia solo l'idea di andare a farsi una passeggiata nella natura: è un atto politico, stiamo portando i nostri corpi in una dimensione in cui possiamo fare un lavoro di riconnessione e di trasformazione politica. Ci sono movimenti che ci hanno ispirato nel tempo: il movimento Zapatista in Chiapas, Mexico, dove il concetto del cammino è molto politico. Il cammino nella natura, per noi, è un discorso di riconnessione con il sentire, con il corpo, e di cura collettiva, in cui si crea un senso di solidarietà che conduce all'healing collettivo, passando anche per il riconoscimento di tutte quelle dinamiche, quei paradigmi neoliberali capitalisti con cui siamo cresciute, e da cui siamo bombardate, da cui siamo assolutamente influenzate. La montagna femminista è importante che sia includente, che non sia uno spazio esclusivo ed escludente. C'è sempre il rischio che si creino dinamiche di competitività, o comunque di cammino come puro sforzo fisico individuale. Su questo punto noi riflettiamo molto come organizzazione; persone attiviste che hanno partecipato alle nostre attività in passato ci hanno aiutato tantissimo a portare una visione critica rispetto a come far sì che il camminare in natura, nell'aspetto più concreto e accessibile. È un lavoro che si va coltivando ed è un lavoro importantissimo. La montagna femminista deve essere questo, uno spazio dove ci sia una libertà di espressione intima e collettiva, una riconnessione con la nostra appartenenza alla natura, con il nostro corpo. Un altro movimento a cui ci siamo ispirat è il Movimento delle Mujeres y Diversidades Indigenas per el Buon Vivir in Puelmapu, che è il nome originale del territorio che oggi viene chiamato Argentina. Loro ci insegnano i concetti di corpo e corpo-territorio e dell'interconnessione tra essi, a vedere i nostri corpi come corpi, come appartenenza al territorio, invitandoci a riflettere su queste cosmovisioni, su queste visioni della nostra corporealità, che hanno ben poco a che fare con il paradigma occidentale. La montagna femminista è questo, è uno spazio dove si prefigura politicamente tutto ciò, si vive, si sente, si fa questa esperienza: una volta che lo sentiamo, una volta che lo viviamo è poi irrefrenabile questo potere trasformativo».

Che cosa direste alle ragazze di montagna che non si sentono politicamente accolte dai propri luoghi?

«Ricollegandoci al discorso del dialogo, gli diremmo di essere loro le prime ad accogliere ideali diversi, che quasi sembrano contrari dai loro, perché è dall'incontro di diverse visioni che nasce l'apertura. Gli diremmo di non chiudersi, ma di unirsi, di creare, co-creare spazi trasformativi e accoglienti di appartenenza. Se non esiste uno spazio, createlo: creiamolo, unitevi, scriveteci. Ci sono tantissime realtà, tra cui una che si chiama Iniciativa Mesoamericana de Mujeres Defensoras de Derechos Humanos, IM-Defensoras, in Mesoamerica, che porta avanti un lavoro, con il concetto del framework politico che viene dalla resistenza dell'attivismo nei territori, di protezione integrale femminista. Loro lavorano in territori di attivismo potentissimo, dove affrontano situazioni di rischio verso la loro sicurezza e la loro vita altissimo. "Come ci proteggiamo?" si sono chieste. E quello che emerge dal loro approccio è proprio questo: che la rete salva. Il sistema ci vuole dividere, individualizzare, isolare, ma assieme siamo tutto. Ed è un po' questo: sentire il senso di appartenenza, di comunità, di collettivo, di rete, l'un l'altr, in una maniera più espansiva possibile. Lì c'è la vera protezione, lì c'è la vera sicurezza. Uno spazio in cui anche ballare assieme, nel senso più politico del termine, dove creare i mondi che sogniamo, dove sentirci parte di questa soggettività collettiva che è potente, che trasforma e che è irrefrenabile. Createlo, creiamolo».

Donne di Montagna



Come sono le esperienze outdoor di Donne di Montagna? Cosa succede durante una tipica escursione? Dove operate?

«Le nostre esperienze sono partecipative, inclusive e profondamente trasformative. L'idea alla base di Donne di Montagna è creare momenti di condivisione accessibili a tutte le donne, indipendentemente dal livello di allenamento o dall'esperienza. Ogni attività è progettata in base alle capacità del gruppo: indichiamo sempre se il percorso è facile, medio o più impegnativo, così che ogni partecipante possa sentirsi a proprio agio e accolta. È fondamentale per noi che nessuna si senta esclusa o "fuori posto". Ogni escursione inizia con un cerchio di accoglienza: ci salutiamo, ci presentiamo e condividiamo una riflessione che ci accompagnerà durante il cammino. È un momento semplice ma potentissimo, che trasforma il gruppo in una piccola comunità. Poi succede qualcosa di magico. All'inizio c'è spesso silenzio, timidezza, qualche sorriso incerto. Ma passo dopo passo, immerse nella natura, le parole cominciano a fluire. La montagna, con la sua forza e la sua calma, scioglie le distanze. Nascono legami, amicizie, connessioni. Capita che ci si fermi ad aspettare chi va più piano, che si celebri insieme il traguardo di una come fosse quello di tutte. Perché non è la cima la nostra meta, ma il percorso condiviso. Oltre alle camminate classiche, organizziamo anche esperienze più specifiche: giornate di arrampicata, trekking consapevoli, weekend in rifugio con yoga e mindfulness, cammini più lunghi pensati come veri e propri viaggi interiori. Tutte le attività sono create per essere esperienze trasformative, dove l'obiettivo non è la performance, ma la crescita personale e collettiva. Operiamo in tutta Italia – dalle Alpi agli Appennini, ma da quest'anno anche all'estero (andremo sul Kilimanjaro a fine novembre) – proprio per dimostrare che la montagna non è un privilegio, ma un'esperienza possibile per tutte. Ogni camminata diventa così un esperimento di sorellanza e fiducia reciproca, un piccolo rito collettivo che unisce movimento, ascolto e libertà».

Oltre alle camminate c'è altro?

«Sì, Donne di Montagna è molto più di un gruppo di trekking. La base è sicuramente il cammino, ma negli anni abbiamo costruito un vero e proprio ecosistema di esperienze outdoor pensate su misura per le donne e coordinate da una rete di professioniste della montagna. Da quest' anno abbiamo inserito i viaggi all'estero, a fine novembre un gruppo di Donne di Montagna andrà sul Kilimanjaro. Saremo accompagnate dal team locale di guide e portatrici di KilimanjaroWanderwomen, l'unica agenzia di trekking completamente al femminile della Tanzania! Abbiamo i Women’s Climbing Days, giornate dedicate all'arrampicata con guide alpine donne, nate per avvicinare le partecipanti a questa disciplina e per migliorare insieme la tecnica in un ambiente sicuro e accogliente. Gli Ice Climbing Days, giornate di arrampicata su ghiaccio per cui forniamo tutta l'attrezzatura necessaria. A questi si aggiungono i corsi di avvicinamento all'alpinismo, che uniscono una parte formativa online e un'uscita pratica in montagna, sempre accompagnate da guide donne e che culminano con i 4000 mila delle Alpi. In inverno organizziamo giornate con le ciaspole, uscite di scialpinismo e weekend in rifugio, spesso accompagnati da momenti di yoga, mindfulness e cammini consapevoli. Accanto alle esperienze, stiamo sviluppando anche la Donne di Montagna Academy, un percorso formativo che nasce con l'obiettivo di formare e responsabilizzare le partecipanti. L'Academy unisce teoria e pratica – lezioni online, incontri in presenza, giornate di campo – per dare a ogni donna le competenze necessarie per vivere la montagna in autonomia e sicurezza. È un progetto che vuole trasformare la paura in consapevolezza e la curiosità in competenza. Infine, stiamo potenziando la parte dei cammini, che rappresentano il cuore più profondo del progetto: viaggi lenti, che diventano percorsi di rinascita personale. Perché per noi ogni esperienza è trasformativa: un modo per scoprire se stesse, insieme alle altre. Questa varietà è possibile grazie alla rete di professioniste e guide che fanno parte del nostro progetto, donne che condividono la stessa visione: rendere la montagna accessibile, sicura e ispirante per tutte».

Come è nato il progetto e da quali esigenze?

«Per anni, la montagna è stata raccontata tramite imprese eroiche, solo da una prospettiva di genere maschile: quella della conquista, della performance, della resistenza fisica. Una narrazione verticale, fatta di record e imprese, ma raramente di emozioni, cura o appartenenza. Io ho voluto ribaltare quella prospettiva e raccontare la montagna da un'altra angolazione di genere: più inclusiva, più umana, più vicina al vissuto femminile. Così, nel 2018, ho deciso di aprire un blog che raccontasse la montagna da un punto di vista nuovo: quello delle donne. Ho iniziato dando voce alle alpiniste, alle rifugiste, alle guide e alle professioniste della montagna che fino a quel momento erano rimaste nell'ombra. Raccontavo le loro storie, i successi, ma anche le difficoltà quotidiane: la fatica di trovare spazio, riconoscimento, rappresentanza. Il tutto partendo da un'esperienza personale. Anche io, spesso, mi ritrovavo l'unica donna nei gruppi di montagna, quasi sempre l'ultima del gruppo, quella che doveva "tenere il passo". Mi sono resa conto che non era un problema mio, ma un sintomo culturale: la montagna non era pensata per includere la pluralità dei corpi, dei ritmi e delle visioni femminili. I numeri parlano chiaro: in Italia si contano circa 1.500 guide alpine, e meno del 2% sono donne. Il CAI – Club Alpino Italiano annovera tra i suoi iscritti circa il 38% di donne, ma solo il 19% ricopre ruoli di leadership (dati CAI 2024, Il Sole 24 Ore). Questa fotografia mostra come la montagna sia ancora lontana dall'equità di genere. Donne di Montagna nasce proprio da qui: da un intreccio di osservazione e vissuto personale, con l'obiettivo di aprire spazio, voce e fiducia a tutte le donne che vogliono vivere la montagna a modo loro, e costruire un ambiente che metta al bando bias e stereotipi di genere, favorendo una vera inclusione».

Secondo te cosa significa per una ragazza o una donna vivere in montagna?

«Vivere in montagna oggi significa, prima di tutto, trovare un proprio spazio. Uno spazio di allenamento, di libertà e di stacco dalla routine quotidiana e familiare. Per molte donne la montagna è diventata un rifugio, un luogo dove ritrovare equilibrio e benessere psicofisico. Camminare, respirare aria pulita, muoversi nella natura: sono gesti semplici ma fondamentali. Anche l'OMS lo ricorda: bastano pochi passi al giorno per migliorare la salute fisica e mentale, ma in montagna quei passi diventano anche un modo per rigenerarsi interiormente. Allo stesso tempo, non è tutto facile. Dai nostri sondaggi emerge che molte donne fanno fatica a trovare compagne affidabili con cui condividere queste esperienze. Spesso non si sentono sicure ad andare da sole – per timore di incidenti, per mancanza di preparazione o semplicemente perché non si fidano a muoversi isolate. Altre volte è la mancanza di tempo, tra lavoro e famiglia, a rendere difficile organizzarsi. Donne di Montagna nasce proprio per rispondere a questa esigenza: creare una rete strutturata e sicura, che permetta alle donne di vivere la montagna con tranquillità, compagnia e fiducia. Sempre più donne sentono il bisogno di staccare, di concedersi momenti solo per sé, di prendersi cura del proprio equilibrio. In fondo, vivere in montagna – o anche solo frequentarla – significa concedersi il diritto di rallentare e di respirare davvero».

Cosa vuol dire essere una rifugista? Una pilota di elicotteri o guida alpina? Quali sono le difficoltà di fare un lavoro da sempre considerato “maschile”?

«Vuol dire entrare ogni giorno in spazi dove spesso la tua presenza viene ancora percepita come "straordinaria". Perché fino a pochi anni fa, semplicemente, non esistevano modelli femminili di riferimento. La prima guida alpina italiana, Renata Rossi, è diventata tale solo nel 1995 – un battito di ciglia fa, se pensiamo alla lunga storia dell'alpinismo. Non aveva esempi a cui ispirarsi, come tante altre donne che oggi lavorano in montagna. C'è anche Roberta Silva, rifugista e presidente dell'Associazione dei Rifugisti del Trentino, che ha iniziato molti anni fa senza avere modelli da seguire, costruendosi strada facendo il proprio modo di essere professionista della montagna. Ecco perché Donne di Montagna vuole offrire anche questo: modelli positivi, storie reali di donne che hanno aperto sentieri nuovi e che oggi ispirano altre a fare lo stesso. È una mancanza di rappresentazione, certo, ma anche una questione di impegno fisico e mentale. Diventare guida alpina, ad esempio, richiede selezioni durissime, con prove tecniche e fisiche molto esigenti. Per una donna, spesso più minuta o con meno forza fisica rispetto a un uomo, il percorso può essere ancora più complesso. E anche una volta raggiunto l'obiettivo, restano gli sguardi, i pregiudizi, i commenti: essere una guida o una rifugista donna significa dover ancora dimostrare la propria competenza, ogni giorno. Sul blog e sui canali di Donne di Montagna raccontiamo proprio queste storie: donne che fanno le pilote di elicottero, le guide, le rifugiste, e che hanno avuto il coraggio di reinterpretare il loro lavoro con una visione nuova. Non hanno imitato modelli maschili, ma hanno dato un'impronta personale e femminile alle loro professioni: attenzione, empatia, capacità organizzativa, accoglienza. In questo modo hanno cambiato anche la percezione stessa della montagna professionale: non più solo forza e conquista, ma presenza, relazione e resilienza».

Il femminismo quindi è intrecciato al progetto Donne di Montagna?

«Per noi il femminismo non è solo una parola, è un gesto concreto. La montagna non è vista solo come un luogo fisico, ma come uno spazio interiore, un terreno di crescita personale. Ogni donna che decide di partecipare a un'escursione, di fare un cammino da sola, di provare un'attività mai fatta prima, come l'arrampicata, sta già compiendo un piccolo atto di emancipazione. La montagna diventa quindi una metafora di sfida e trasformazione: è il luogo in cui si esce dalla propria comfort zone, dove si impara a fidarsi di sé e delle altre. Le difficoltà non sono solo quelle del sentiero, ma anche quelle interiori (la montagna interiore): la paura, l'insicurezza, la convinzione di "non essere abbastanza". Ogni volta che una donna decide di fare il primo passo, anche piccolo, sta esercitando una forma di femminismo quotidiano. Per questo Donne di Montagna parla di un femminismo dei passi: fatto di scelte semplici ma coraggiose, di autonomia, di ascolto e di sorellanza. È femminismo quando una donna si prende il tempo per sé, quando trova la forza di affrontare una salita anche dentro di sé, quando cambia una routine che non la rappresenta più. Nel nostro progetto, il femminismo è tutto questo: non ideologia, ma pratica. Costruire spazi sicuri e inclusivi, incoraggiare le donne a sentirsi competenti, creare fiducia reciproca e autonomia. È un modo di camminare e di vivere, dentro e fuori i sentieri».

Quindi come deve essere, secondo te, una montagna femminista?

«Deve essere una montagna che accoglie, non che esclude. Una montagna femminista è quella dove ognuna trova il proprio modo di starci: chi vuole scalare, chi vuole camminare piano, chi vuole solo sedersi e respirare. È una montagna che non misura il valore in metri o dislivelli, ma in emozioni e consapevolezza. Che riconosce la forza della lentezza, la bellezza del sostegno reciproco e l'importanza di sentirsi al sicuro. Una montagna davvero femminista è quella dove le donne possono esserci senza doversi giustificare».

In generale, invece, cosa significa fare femminismo nel 2025? Cosa manca ancora al nostro femminismo?

«Oggi, fare femminismo significa anche affrontare i pregiudizi che, a volte, partono dalle stesse donne. Capita spesso che qualcuno mi chieda: "Ma a cosa serve andare solo tra donne? Perché non possiamo farlo con tutti?". È una domanda legittima, ma nasconde uno stereotipo radicato: quello per cui uno spazio femminile viene visto come inutile o addirittura divisivo. In realtà, sono proprio questi spazi a restituire alle donne un senso di appartenenza e libertà che spesso manca altrove. Molte arrivano alle nostre esperienze con un po' di diffidenza, poi si ricredono. Capiscono che non si parla di femminismo teorico o di politica, ma di vita reale: delle difficoltà di conciliare tutto, del corpo, della fatica, dei limiti e delle conquiste quotidiane. Dopo una camminata o una sessione di yoga in quota, spesso nascono conversazioni profonde, anche tra perfette sconosciute, su temi molto intimi. Si parla di lavoro, di autostima, di menopausa, di relazioni, di sogni messi in pausa. E in quei momenti nasce un confronto autentico, che non ha bisogno di etichette. Per me, il femminismo del 2025 è proprio questo: creare luoghi dove le donne possano esprimersi liberamente, senza giudizio. Dove possano sentirsi viste, ascoltate e comprese. Ma il primo passo è superare i nostri stessi pregiudizi. Spesso siamo noi le prime a sottovalutare l'importanza di questi spazi, finché non li viviamo davvero. In Donne di Montagna, il femminismo si traduce in un'esperienza condivisa: nel camminare insieme, nel prendersi cura l’'una dell’altra, nel dare valore alla propria voce. È lì che avviene il cambiamento, silenzioso ma profondo, e parte sempre da un passo, dentro e fuori di noi».

Cosa consiglieresti a una ragazza che abita e vuole abitare in montagna ma che non riesce a trovare realtà che la soddisfino?

«Le direi, prima di tutto, di non rinunciare alla voglia di montagna solo perché non trova subito la sua dimensione. A volte basta un piccolo passo per scoprire che ci sono già tante altre donne con le stesse esigenze. Consiglierei di unirsi alla nostra community, di iscriversi alla newsletter di Donne di Montagna, entrare nel gruppo Telegram e seguire i nostri canali social: sono spazi dove condividiamo esperienze, storie, opportunità e nuovi eventi in tutta Italia. Il 2026 sarà un anno di grandi novità: stiamo lavorando per creare una rete femminile ancora più capillare, che arrivi in tutte le regioni italiane, partendo dal Nord e crescendo verso il Centro e il Sud. L'obiettivo è che ogni donna possa trovare, vicino a sé, un'esperienza che rispecchi le proprie corde – che sia una camminata, un corso, un cammino lungo o un weekend di benessere in rifugio. Per questo, il mio consiglio è di rimanere aggiornata, di non avere paura di fare il primo passo e di ricordarsi che in Donne di Montagna non si cerca solo un'attività, ma una rete. Una rete fatta di fiducia, sorellanza e libertà. Le esperienze sono tante, ma il messaggio è uno: la montagna è per tutte, basta trovare il proprio modo di viverla».