Una delle prime cose che ho imparato facendo parte di una minoranza è l’arte di costruire delle bolle: luoghi dove sentirmi sicura, capita, compresa. Il problema? Il mondo è pieno di spilli.
I politologi chiamano bridging, letteralmente costruire ponti, quel processo di creazione di connessioni tra gruppi diversi. E si sa, per quanto paradossale, la costruzione di questi ponti spetta spesso a chi non ha nemmeno i mattoni per iniziare.
The Ballroom Diaries non nasce per spiegare, ma per aprire un ponte verso la mia bolla: la Ballroom Culture, una cultura nata dalla comunità LGBTQIA+ nera e latina, quando le ultime e gli ultimi hanno deciso di rivendicare il proprio spazio.
La racconterò dall’interno, cercando di non edulcorare né romanticizzare. Lo farò attraverso le voci delle protagoniste, tramite interviste e punti di vista di chi tiene viva e plasma ogni giorno questa cultura. Proprio per questo, da qui in avanti lascerò l’“io” per un “noi” corale — alla Le vergini suicide di Eugenides — perché questa storia appartiene a molte voci.
A scrivere, Marta Corò — nella Ballroom, Discordia 007. A guidarci in questa narrazione La B. Fujiko: Pioneer e Legend della scena italiana e organizzatrice di eventi ad essa legati. Ok, è probabilmente che questi titoli vi dicano ben poco, ma tranquille: a breve sarà tutto più chiaro.
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“I have a RIGHT to show my color, darling!”
La Ballroom Culture nasce a New York, nel quartiere di Harlem, alla fine degli Anni Sessanta, in opposizione al razzismo perpetrato all’interno dei drag ball.
Potremmo definire i drag ball come degli enormi balli queer, o almeno, così iniziano. Il primo evento documentato si tiene nel 1869 all’Hamilton Lodge. Uno studente racconta di aver assistito a 500 coppie dello stesso sesso che «ballavano con compostezza al ritmo di una buona orchestra». Una ventina d’anni dopo se ne registrano altri al Walhalla Hall, e negli Anni Venti approdano in sale come il Webster Hall e il Madison Square Garden, con migliaia di persone in platea. Pian piano, da “semplici balli mascherati", i drag ball si trasformano in competizioni, con premi e giurie che valutano le partecipanti. Lo scrittore Langston Hughes, in quegli anni, li definisce gli spettacoli «più stravaganti e sfarzosi di tutta Harlem».
Oltre ad essere degli eventi incredibili, i drag ball erano dei rari spazi (più brave che safe) che la comunità si era ritagliata per esprimersi e rivendicare la propria identità. Fu proprio grazie a questa spinta politica e di resistenza che la stretta legale — nel 1923 lo Stato di New York criminalizza l’adescamento omosessuale — non riuscì a fermarli.
«Se la polizia procederà come ha preannunciato», riporta Variety, «la comunità queer d’ora in poi confinerà le proprie attività al Village e ad Harlem».
Non è mai esistito, che io sappia, un bel momento per essere trans, omossessuali o nere, ma esserlo negli anni Sessanta in America significava rischiare costantemente la vita semplicemente esistendo. La fortissima cultura razzista presente in quegli anni permea ogni angolo della società, e anche i drag ball ne sono soggetti: le concorrenti nere e latine vengono spesso escluse o invitate a “sbiancarsi” per aderire ai canoni. Le drag queen nere iniziano così a organizzare le loro Ball, in maniera autonoma.
Il punto di svolta definitivo arriva nel 1968. Durante le riprese del documentario The Queen di Frank Simon, che racconta il concorso drag Miss All-American Camp Beauty Pageant, Crystal LaBeija, donna trans nera e drag performer di New York, contesta il verdetto della giuria in quanto razzista. Scende dal palco indignata e pronuncia la frase che diventa iconica: «I have a RIGHT to show my color, darling!». Non lo sa, ma con quelle parole sta aprendo la porta alla storia della Ballroom.
Nel 1972, con Lottie — drag queen di Harlem — Crystal fonda la prima House (una House è una famiglia scelta), la House of LaBeija, e organizza la prima Ball che porta esplicitamente il suo nome: Crystal & Lottie LaBeija Presents the First Annual House of LaBeija Ball, al Downstairs Case (West 115th Street & Fifth Avenue, Harlem).
Le House nella Ballroom Culture: famiglie per scelta
Grazie a Crystal, la scena comincia a darsi un’organizzazione propria e autonoma. Ispirandosi alle case di moda più raffinate, dal 1972 in poi, le House si moltiplicano: House of Cory (’72), poi Dior, Wong e Dupree (metà ’70), Pendavis (’79). Uscendo da Harlem, arrivano a Brooklyn Omni, Ebony, Chanel (’79–’80). Nei primi ’80 nascono due pilastri: Ninja (’81/’82, Willi Ninja) e Xtravaganza (’82; prima House latina).
La composizione di una House è la stessa di una famiglia biologica: al vertice c’è una Mother e/0 un Father, sotto ci sono i kids. La House sono famiglie per scelta, per ragazze e ragazzi queer che troppo spesso vivono situazioni di abbandono. La House accoglie, allena, protegge: è un tetto quando la famiglia biologica ti chiude la porta, è una scuola di disciplina e presenza, è una rete di mutuo aiuto.
Le House offrono ai propri kids cura (supporto materiale, emotivo, sanitario; regole e responsabilità reciproche), training (studio delle categorie, prove, look, musicalità; rispetto degli elements) e rappresentanza all’interno della Ballroom.
Oltre alle House, dentro la scena il riconoscimento dei membri passa anche attraverso i titoli: Pioneer, Legend, Icon. Si tratta di riconoscimenti interni volti a ricordare e sollevare di chi ha costruito — sul floor e fuori — questa cultura.
La Ball: cos'è e come si svolge
Nota veloce (per semplificare un nodo che si confonde spesso). Le Ball sono gli eventi — es. “Vado a una Ball”, “Che categorie cammini alla prossima Ball?”. La Ballroom è la scena — es. “La Ballroom Scene nasce a New York”. Con questa distinzione in tasca, torniamo al racconto.
Grazie alla nascita delle House la scena produce un linguaggio con una grammatica propria, slegandosi sempre di più dai drag ball.
Negli Anni Settanta e Ottanta le Ball diventano appuntamenti regolari e sempre più strutturati: ogni ball ha un tema, c’è un commentator al microfono che guida la serata, una giuria che valuta e, soprattutto, delle categorie di competizione codificate.
Attraverso le categorie — che mettono in scena desideri, sogni, rivendicazioni e anche strategie di sopravvivenza — chi cammina si sfida. La giuria fa una selezione, alla fine della quale chi vince riceve il Grand Prize: un trofeo e, spesso, un premio in denaro. In una comunità respinta dal lavoro formale e dal mercato degli affitti, quel premio serve alla House per sostenere i propri kids e coprire bisogni concreti.
Per questo la runway è anche un terreno di rivendicazione politica, economica e identitaria.
La Ballroom è tutto questo. Uno spazio di competizione, di libertà, di lotta, simbolo di affermazione di sé, per una comunità storicamente marginalizzata.
Certo, le Ball sanno essere spettacolari. Ma la loro potenza nasce dalla necessità di chi ne è protagonista. Non si può staccare la Ballroom dal concetto di sopravvivenza, altrimenti rimarrebbe un lustrino senza storia.
Discordia xoxo 007


















