«Il mare è come lo spazio», ci dice Mirta mentre ci vediamo dal vivo in un giorno di fine settembre. È appena tornata da tre settimane di missione con la Global Sumud Flotilla, l'iniziativa umanitaria partita ormai il 2 settembre da Augusta, in Sicilia, verso le coste palestinesi, con l'obiettivo di rompere il blocco navale israeliano e aprire un varco via mare per consentire agli aiuti umanitari di arrivare a terra alla popolazione di Gaza. Il valico di Rafah, al confine con l'Egitto, è sotto il controllo israeliano da maggio 2024, l'ingresso dei beni indispensabili per la popolazione afflitta è critico: cibo, medicinali e benzina passano centellinati dal valico. Ecco perché nel giugno del 2025, attivisti, individui, donne, uomini, giovani, medici, avvocati, esperti in diritto internazionale, marinai in pensione, politici, si sono uniti per organizzare la flotta umanitaria e partire verso le coste di Gaza controllate da Israele.
Mirta Bonvicini, giovane professionista del terzo settore e skipper per passione, a settembre si è unita al movimento ed è partita sulla nave Karma insieme al suo ragazzo Giacomo, mettendo in mare una delle 18 barche italiane comprate dalla Flotilla grazie ai fondi raccolti. Insieme a loro politici e rappresentanti di associazioni, che stanno proseguendo il viaggio, senza di loro. Sì, perché dopo l'attacco con i droni di mercoledì 24 settembre, Mirta e Giacomo hanno deciso di tornare a terra, sbarcando a Creta, lasciando che la truppa continuasse il suo viaggio insieme ad un altro capitano. Noi l'abbiamo intervistata per farci raccontare quei giorni, che «non finiranno finché tutti non torneranno sani e salvi a casa».
[Mentre scriviamo, la GSF ha comunicato di trovarsi a meno di 200 miglia da Gaza e a circa 50 miglia nautiche dall'area di alto rischio, quella del blocco navale israeliano di fronte alle coste palestinesi].
Quando hai deciso di partire?
«È stata una scelta un po’ travagliata. L’ho fatta insieme a Giacomo, il mio ragazzo. Eravamo tornati da meno di un anno dal giro dell’Oceano Pacifico in barca a vela, da sempre una passione di famiglia: mia mamma era skipper, mio nonno velista, e io ho sempre navigato. Ho anche la patente nautica e d’estate porto in giro gli amici. Quando ho conosciuto Giacomo ci siamo innamorati e lui mi ha parlato del suo progetto di portare la barca in Nuova Zelanda. Così mi sono licenziata, ho lasciato l’affitto e in tre mesi ero a Porto Rico, pronta a partire. In dieci mesi siamo arrivati in Nuova Zelanda».
Com’è stato il viaggio?
«Ovviamente abbiamo fatto degli stop: due mesi in Polinesia, un mese alle Fiji, uno alle Galapagos… però la rotta è stata abbastanza diretta. In totale circa diecimila miglia, l’equivalente di mezzo mondo se lo guardi sulla cartina. Col tempo ci siamo abituati, quello che all'inizio ci faceva paura, dopo qualche settimana ha iniziato a diventare normale. Il vento, la corrente, la tempesta. Il mare è un elemento altro, come lo spazio».
E il ritorno?
«Un grande spaesamento. Ho ripreso a lavorare ma a luglio ho deciso di licenziarmi e fare la skipper per guadagnare qualcosa. È stata un’estate intensa, a settembre stavo giusto decidendo cosa fare della mia vita. Parto per la montagna con Giacomo e lì, quando per la prima volta ci sentivamo davvero in vacanza, ricevo un messaggio da un'amica molto attiva nei movimenti. Per la Flotilla cercavano persone esperte, che sapessero mettere le mani negli scafi, che conoscessero le barche e sapessero portarle. Abbiamo deciso di partire entrambi.
Ecco che a inizio settembre mi sono ritrovata catapultata ad Augusta, in Sicilia, in un porto commerciale dimenticato, circondato da petroliere e strutture semivuote. Lì abbiamo lavorato insieme a decine di persone per mettere in sicurezza 18 barche della Flotilla, comprate attraverso i fondi raccolti. Le barche diciamo che non erano messe benissimo, rimetterle a posto è stato un lavoro molto faticoso. Ma è stato incredibile: la logistica, l’energia, la collaborazione con i meccanici locali, tutto è stato essenziale per far funzionare le cose. Il problema è che poi siamo partiti ma siamo stati quasi una settimana in rada a Porto Palo ad aspettare la delegazione tunisina, che hanno subito vari boicottaggi e per cui hanno rallentato di molto la loro partenza. Poi siamo partiti davvero».
Come si è organizzata la Flotilla?
«In totale erano coinvolte Spagna, Italia, Grecia e Tunisia, Turchia con barche fisiche, mentre le altre delegazioni, come quelle australiana o svedese, maltese o colombiana, contribuivano soprattutto con persone e fondi. Il nostro lavoro è stato possibile grazie alla collaborazione delle persone del posto: i meccanici, chi ci forniva ricambi, perfino chi ci noleggiava le auto. Io sono arrivata che erano già lì da una settimana e mi sono trovata subito immersa in queste dinamiche».
Quante barche erano in tutto?
«Una quarantina. Alcune si sono aggiunte strada facendo, altre si sono fermate a Creta. La barca su cui abbiamo navigato noi, Karma, organizzata dal progetto Tutti Gli Occhi Sul Mediterraneo e da Arci che si è unito alla flottiglia. La logistica del progetto è stata complessa: ogni nave aveva un comandante e un capo missione. Io e Giacomo siamo stati chiamati a sostituire un comandante che non dava più fiducia al suo equipaggio, lui è diventato comandante e io co capitana, una responsabilità enorme in un contesto del genere, perché significa prendere decisioni anche in situazioni difficili».
Come funziona l'organizzazione della Global Sumud Flotilla?
«Il coordinamento dei comandanti è molto complesso e nonostante fosse per tutti noi la prima volta che navigano in una flottiglia così numerosa, ci siamo impegnati per trovare un sistema per navigare in sicurezza e riuscire a gestire tutte le operazioni in mare. Perché alla fine per arrivare a Gaza bisogna navigare per 1000 miglia insieme. Chi è rimasto nonostante i rischi lo fa con grande coraggio e consapevolezza, motivati dall'importanza di portare a termine la missione: arrivare a Gaza e rompere il blocco navale illegale e l'assedio che il popolo palestinese sta subendo».
Avete fatto training specifici?
«I rischi di questa missione sono grandi ed evidenti a tutti. L’organizzazione aveva previsto diversi scenari: arresto, attacco con droni, sabotaggi. Training specifici, con protocolli di sicurezza da applicare nei vari casi, come lo scenari concreto di essere abbordati e arrestati dall'IDF e il vissuto degli attivisti a cui era già successo è stato fondamentale nel creare i protocolli di sicurezza. Il training sull'attacco dei droni lo avevo ripassato proprio il giorno dell'attacco, ironia della sorte».
Come comunicavate tra barche?
«Avevamo sistemi di tracciamento per vederci a vicenda, le radio, e gruppi Signal dedicati: uno per i capitani, uno per le emergenze mediche, uno per i problemi meccanici. Se qualcuno aveva un guasto, scriveva e subito tutti cercavano di aiutare. La mobilitazione è stata impressionante: decine di persone con competenze diverse pronte a intervenire. Noi eravamo abituati a navigare da soli, ma lì abbiamo imparato moltissimo».
Poi la sera di mercoledì 24 settembre l'esercito israeliano attacca la Flotilla con i droni.
«Eravamo in acque internazionali, a poco più di 30 miglia dalle acque territoriali greche, di fronte a Creta. Ci hanno colpito dalle 23 e 30 circa per 4 ore, saranno stati 9 o 10 attacchi ad alcune navi della flotta. All’inizio pensavamo fossero solo bombe sonore, perché sentivamo lo scoppio. Poi hanno colpito le prime navi. Era una notte senza vento, mare piattissimo. Gli ordigni militari funzionavano così: il sistema di detonazione è legato a delle funi che si attorcigliano intorno alle sartie (i cavi in acciaio che sorreggono l'albero, ndr), con l'obiettivo di abbattere gli alberi della navi e farle affondare.
Ma tutto è iniziato in modo ancora più subdolo e inquietante. Poco prima degli attacchi, hanno iniziato intercettando le nostre frequenze radio e a trasmettere "Dancing Queen" degli ABBA dai nostri walkie talkie. Immaginati nel buio, mentre navighi, e dalla radio dedicata alle comunicazioni iniziano a gracchiare le canzoni. Sembrava un film horror. Tutti hanno iniziato a scrivere sui vari gruppi: "Avete la radio bloccata anche voi? Cosa succede?". Dopo mezz’ora, la prima esplosione. Nei training ci avevano preparato: non era la prima volta che gli attivisti subivano interferenze radio, è un loro modo per destabilizzarti. In passato la Flotilla aveva ricevuto un countdown radio, da 1000 a zero, e dopo tre giorni erano stati abbordati senza alcun avvertimento».
Il governo italiano vi ha dato supporto?
«Non direttamente. Noi eravamo in contatto costante con le istituzioni perché, oltre alle comunicazioni più istituzionali della Flotilla con il governo, il nostro equipaggio era formato da personalità politiche che avevano i loro canali pioritari: Arturo Scotto, parlamentare PD, Annalisa Corrado, europarlamentare PD, Yassin Lafram, presidente delle comunità isalmiche italiane, Paolo Romano, consigliere Regione Lombardia e il giornalista e direttore di fanpage Saverio Tommasi. E ovviamente la nostra capo coordinatrice del progetto Margherita Cioppi. La loro presenza dava visibilità, ma in mare si è tutti uguali».
Dopo l'attacco avete deciso di tornare.
«Il limite è arrivato dopo la notte dei droni. Ci siamo detti: “Non possiamo più garantire la sicurezza delle persone”. Con un alt imposto da una nave puoi ancora scegliere se obbedire o no. Con i droni no: sei un bersaglio impotente.»
Qualcuno è sceso con voi?
«Sì. Anche altri comandanti hanno preso la stessa decisione. La mattina dopo l’attacco è stata caotica: riunioni infinite, tante comunicazioni, la priorità era aiutare le barche colpite e sostenere gli equipaggi più colpiti. Alla fine, con l’aiuto dell’organizzazione, siamo stati sostituiti da altri comandanti esperti e abbiamo potuto sbarcare. La flottiglia aveva anche team di terra che monitorava tutto con telecamere. Nel nostro caso c’era un’attenzione particolare perché a bordo avevamo personalità pubbliche. Ma in mare, sotto i droni, questa protezione era irrilevante: la sensazione era di totale vulnerabilità. Quando abbiamo aderito all’azione di disobbedienza civile eravamo pronti a farci arrestare. L’attacco con i droni, però, cambiava tutto. Lì non era più questione di arresto pacifico, mettevamo a rischio la nostra incolumità. La Global Sumud Flotilla è molto determinata ad andare fino in fondo, conoscono bene i rischi e sono consapevoli che gli scenari possibili comprendono anche rischiare la vita».
Cosa hai provato quando sei scesa?
«Stanchezza, tanta. La tensione accumulata in giorni e notti di turni, di allerta continua, ci è crollata addosso. Eravamo esausti, ma anche orgogliosi».
Ricordi un momento particolarmente emozionante di questa esperienza?
«La cosa più bella è stata sentirmi parte di una squadra: persone diversissime, ma unite dagli stessi valori e dalla stessa volontà di portare aiuti a Gaza. Un’umanità trasversale: giovani, anziani, infermiere in pensione, artisti, medici e mediatori. Un’esperienza che mi ha dato speranza. Il momento più emozionante è stato vedere la mobilitazione in Italia, le piazze piene a Roma e Milano, la gente in tangenziale a Bologna, è stato emozionante: ci siamo sentiti parte di qualcosa di più grande. La flottiglia ha acceso un riflettore su Gaza, ha reso concreto un tema che altrimenti restava distante. In più, ha smosso situazioni ingiustamente bloccate in dinamiche non troppo chiare come l'intervento della Guardia Costiera Greca di fronte a un Mayday di una barca di migranti.Emergency che è la nave "ospedale" della Flotilla, arrivati sotto Creta, ci ha avvisati che stavamo percorrendo una delle rotte migratorie più battute per cui, in caso di Mayday, loro sarebbero intervenuti in missioni di soccorso in mare, ovviamente. Emergency ha dirottato alcune chiamate sulla Guardia costiera greca, che è intervenuta per la prima volta in quattro anni proprio per non aumentare il carico di lavoro sulla nave di Emergency, già impegnata nell'operazione con la Flotilla».
Credi che sia più un gesto simbolico che operativo?
«Portare aiuti con le barche della Flotilla è un atto simbolico: i pacchi a bordo sono pochi rispetto ai bisogni reali. Il grosso degli aiuti è tutto stipato a Genova, raccolto in questi mesi, da dove partiranno quando si troverà un corridoio alterativa al valico di Rafah, che sia quello via mare rompendo il blocco navale o che si trovino altri modi. Io sono convinta che i simboli, che hanno proprio il significato di rappresentare qualcosa, abbiano grande potere, quello di rendere più vicine le cause che altrimenti ci suoneranno sempre molto lontane. Mobilitare persone, accendere i fari della politica internazionale è un traguardo. È come scendere in piazza: non risolve tutto, ma mostra che i cittadini hanno ancora potere, che i corpi contano, anche in un’epoca digitale».
Mancano pochi giorni e la Global Sumud Flotilla si troverà di fronte al blocco navale di Israele. Cosa pensi che succederà?
«La situazione è molto delicata. Non mi sento di esprimermi. Di certo i rischi sono altissimi, conosco le persone che fanno parte del movimento e non è certo gente che ha intenzione di fermarsi. Nel nostro protocollo c'è stato spiegato anche lo scenario in cui, in un mondo quasi ideale, fossimo riusciti ad arrivare alle coste di Gaza. Ho grandi paure e dubbi che questo possa succedere vista l'aggressività dell'esercito. Ma il corridoio umanitario è ancora possibile, qualora non si riuscisse a rompere il blocco navale israeliano. Se la Flotilla decidesse di rispondere all'Alt di Israele (quindi fermandosi), penso che sarebbe fondamentale rafforzare la possibilità di virare verso Cipro. Secondo me è una buona possibilità per tentare di aprire comunque un corridoio umanitario, lì dove attualmente non c'è ne sono. Quello che so di per certo è che gli equipaggi che sono rimasti non accetteranno compromessi, restando coerenti con la loro missione. Sono pronti a tutto pur di aprire il varco».
[Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha dichiarato che il governo non può assicurare la protezione della Flotilla oltre le acque internazionali. La proposta della via di Cipro è sostenuta dal governo italiano e dalla Conferenza episcopale italiana (CEI), l’assemblea dei vescovi italiani della Chiesa cattolica e prevede di sbarcare il carico della Flotilla a Cipro, trasportarlo fino al porto israeliano di Ashdod e poi farlo arrivare nella Striscia di Gaza sotto la supervisione della Chiesa cattolica, attraverso la mediazione del Patriarca di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa. Ndr]



















