Per ben 133 volte avevano provato a mettere in atto le procedure di sgombero del Leoncavallo, senza successo. Quello programmato per il prossimo 9 settembre era stato rimandato in diverse occasioni, grazie alla resistenza attiva di cittadini e sostenitori. Ma quello che è avvenuto il 21 agosto in una Milano ancora deserta, e soprattutto senza preavviso, sembra davvero aver segnato la fine dello storico centro sociale Leoncavallo di via Watteau, nel quartiere di Greco.

Lo sgombero degli spazi, richiesto nel 2003 dalla proprietà (lo spazio è un'ex cartiera della famiglia Cabassi) e atteso da allora, è iniziato al mattino, senza scontri e senza resistenza, alla presenza di attivisti, sostenitori e storici militanti del "Leonka", polo culturale e sociale che dal 1975, anno della sua istituzione, ha animato la città. Lo stabile, al momento dello sgombero, era vuoto.

Lo scorso novembre i giudici avevano condannato il Ministero dell’Interno a pagare 3 milioni di euro al gruppo Cabassi, per inadempienza rispetto all'occupazione dello stabile ormai trentennale. Richiesta che il Viminale aveva girato a Marina Boer, presidente dell'associazione Mamme Antifasciste del Leonka. L'ultima esecuzione di sfratto risale al 15 luglio e la prossima sarebbe stata, appunto, ai primi di settembre. Poi l'operazione è entrata nel vivo con largo anticipo e senza avvisaglie.

Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha dichiarato di non essere stato messo a conoscenza dello sgombero anticipato del Leoncavallo e ha affermato che «in considerazione della timeline ufficiale come Comune avevamo continuato, con i responsabili del Leoncavallo, un confronto che portasse alla piena legalità tutta l’iniziativa del centro. Come sottolineato da alcuni quotidiani, si stavano valutando varie soluzioni a norma di legge, che potessero andare nel senso auspicato». Per Sala, così come per tutti coloro che frequentano o hanno frequentato il Leoncavallo in passato, lo spazio rappresenta «un valore storico e sociale nella nostra città» e si è detto pronto a collaborare ancora con i responsabili dell'attività del centro sociale, che «deve continuare ad emettere cultura, chiaramente in un contesto di legalità». Perché «da anni e anni è un luogo pacifico di impegno». Di posizione completamente opposta è la premier Giorgia Meloni, che su X ha sottolineato quanto in uno Stato di diritto «non possono esistere zone franche o aree sottratte alla legalità». Pareri ampiamente condivisi dal vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini (che pure in più di un'occasione ha ammesso di aver frequentato il Leoncavallo) e dal ministro dell'Interno Matteo Piantedosi.

Marina Boer ha detto (via Corriere della Sera) che si augura che questa non sia la fine, sebbene le modalità scelte per lo sgombero siano dolorose e diano «l’immagine di non avere nessuna volontà di dialogo».

«La cosa che ci fa arrabbiare» ha aggiunto, «è che questo che succede oggi è un sintomo. E a noi una città fatta così non sta bene». In attesa di una nuova sede. Che però, ancora, non c'è.

La storia del Leoncavallo, il centro sociale più famoso d'Italia

La storia del Leoncavallo inizia nel 1975 in un'area dismessa di via Leoncavallo 22 a Milano, occupata da un gruppo di militanti extraparlamentari reduci dalle manifestazioni e dalle lotte del '68. Attivandosi immediatamente per la comunità e per il quartiere, il collettivo lancia progetti come Radio Specchio Rosso, la Casa delle Donne e la Scuola Popolare, tutte orientate al coinvolgimento dei cittadini e alla riqualifica. Nel 1978 due frequentatori del centro sociale impegnati nelle attività di ronde-anti eroina con cui i responsabili del centro si impegnavano a combattere la piaga della droga tra le strade della città, vengono uccisi in un agguato: sono Fausto e Iaio (Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci), la cui morte mobilita oltre 100 mila persone e dà vita al movimento Mamme del Leoncavallo, guidato dalle madri delle due vittime.

Dopo anni di fratture interne, commistioni culturali e politiche e il trasloco (ancora una volta imposto da uno sgombero dalla vecchia sede) negli spazi di via Watteau nel 1994, il Leoncavallo si è imposto come un polo culturale e politico di grande rilievo sociale, supportato da artisti e da persone comuni, da attivisti e militanti. Negli anni, tra le sue mura, sono stati organizzati corsi popolari e accessibili a tutti, incontri, dibattiti pubblici, laboratori di ogni tipo, festival, mostre. «Noi elaboriamo delle idee e le proponiamo alla comunità. L’abbiamo fatto per 50 anni e continueremo a farlo anche in questo caso», ha detto Marina Boer dopo lo sgombero, mentre si cerca una soluzione legittima che possa garantire ancora lunga vita al Leonka.