In questi giorni si sta parlando molto del nuovo reato di femminicidio. È stato approvato in Senato (e presto andrà alla Camera) il Ddl che mira a rendere il femminicidio un vero e proprio reato inserito nel codice penale e punito con l’ergastolo. È una decisione che ha sollevato numerose discussioni e perplessità e che, se da un lato fornisce uno strumento in più a livello giudiziario, dall'altro mantiene un approccio punitivo. Perché si continua a scegliere di inasprire le pene ma non si investe sulla prevenzione? Da anni chi si occupa di violenza di genere, sottolinea come il fenomeno sia ormai radicato e strutturale e richieda una strategia di trasformazione culturale attraverso l'educazione e la sensibilizzazione.
«Il sistema giudiziario deve sicuramente funzionare e funzionare bene», ha spiegato a Cosmopolitan Cristina Carelli presidente di D.i.Re - Donne in Rete contro la violenza la principale rete di centri antiviolenza sul territorio italiano, «è importante prevedere tutta una serie di strumenti adeguati alla trattazione di uno specifico fenomeno che ha a che fare con il genere, ma non dimentichiamoci che prima di arrivare alla pena devono succedere tante cose che noi potremmo prevenire cercando di evitare l'escalation».
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Il reato di femminicidio e la prevenzione
Il nuovo assetto penale, dunque, dovrebbe essere accompagnato da un piano strutturato volto alla prevenzione della violenza.«Dipende dal modo in cui si guarda il fenomeno», spiega Carelli, «Se lo interpreti come un'emergenza e non come problema sistemico non andrai ad agire sulla radice del fenomeno. Se invece la lettura che dai è che l'origine del fenomeno è di tipo culturale, allora darai priorità alla prevenzione, all'educazione, alla cultura, a come vengono socializzati i bambini e i ragazzi che è anche un modo per raggiungere le famiglie che sono purtroppo il contesto dove la violenza di genere è più diffusa».
C'è una tendenza, per quanto umana, a scandalizzarsi di fronte ai fatti di cronaca più cruenti. Questo cambia la percezione e spinge a normalizzare le violenze quotidiane che non fanno rumore e non attraggono l'attenzione mediatica. Allo stesso tempo suggerisce la necessità di soluzioni punitive drastiche che trasmettono, almeno in apparenza, un approccio serio al problema, ma di fatto non guardano al lungo periodo. Secondo la presidente di D.i.Re manca un ascolto reale delle richieste di chi studia il fenomeno e lavora sul campo. «Tutto quello che sta avvenendo in questi mesi, dalla definizione del piano strategico nazionale, alla modifica dell'intesa stato-regioni, fino a queste proposte di legge, stanno avvenendo senza il coinvolgimento delle professioniste, delle vere esperte che sono le operatrici, le formatrici, le attiviste dei centri antiviolenza che hanno una matrice anche femminista», spiega Carelli. «La Convenzione di Istanbul le indica come principali referenti per la costruzione di politiche di contrasto alla violenza di genere», aggiunge, «perché sono in contatto con i bisogni reali delle donne e ascoltano le loro voci. Ma il coinvolgimento rimane sulla carta. Magari ci invitano agli incontri, ma c'è pochissimo tempo per intervenire e poi nessuna possibilità di lavorare davvero a un testo o fare delle osservazioni».
I fondi per i centri antiviolenza
A occuparsi di violenza di genere nel giorno per giorno sono a tutti gli effetti i centri antiviolenza. Il nuovo report di D.i.Re parla di 113 centri della rete che hanno partecipato all’indagine: 77 di essi (68%) gestiscono 204 sportelli antiviolenza sul territorio fornendo percorsi di uscita dalla violenza. Nel nel 2024 sono state accolte complessivamente 23.851 donne (erano 23.085 nel 2023) sulla base del lavoro costante di 3.739 attiviste. «I fondi sono pochi e i centri vivono prevalentemente di volontariato, che è un volontariato altamente competente e specializzato», spiega Carelli, «È un lavoro complessissimo che svolgiamo quotidianamente h24».
Le risorse, però, anche in questo caso scarseggiano rendendo più difficile aiutare le donne prima che sia troppo tardi e si possa pensare solo alle misure punitive. «Senza risorse si fatica ad andare avanti, abbiamo perso delle case rifugio nel sud Italia per questo. I fondi vengono distribuiti in un modo non omogeneo sul territorio nazionale e non è previsto un monitoraggio, non avviene una restituzione periodica e continuativa alle Camere dell'efficacia del Piano antiviolenza, che al momento è ancora in stato di bozza».
Per la presidente, insomma, è difficile rallegrarsi dell'approvazione del Ddl senza considerare anche gli altri aspetti di cui si discute ormai da anni. «Forse applaudiremo anche noi quando avremo finalmente l'introduzione di percorsi obbligatori sulla sessualità nelle scuole di tutti gli ordini e gradi», conclude, «saremo contente quando sarà dato un ruolo centrale ai centri antiviolenza e alle case rifugio con una determinata metodologia nelle reti antiviolenza e in particolare nel rapporto con l'istituzione centrale per la definizione delle politiche».






