Mentre decine di migliaia di persone sono scese per le strade del Budapest per il Pride in opposizione ai divieti del primo ministro Viktor Orbán, in altri luoghi le manifestazioni LGBT+ vengono vietate ogni anno e si trasformano in scontri con le forze dell'ordine. Un esempio non lontano è il caso della Turchia dove domenica il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha represso duramente il Pride di Istanbul arrestando diverse persone.
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Il Pride in Turchia è vietato dal 2015 anche se la comunità continua coraggiosamente a sfidare i divieti ogni anno. Domenica mattina, come hanno riportato alcuni giornalisti di AFP presenti, la polizia turca ha arrestato alcuni manifestanti nei pressi del quartiere di Ortaköy a Istanbul. «Non saranno tollerati assembramenti o cortei che minaccino l'ordine pubblico», aveva avvertito nei giorni prima il governatore della città Davut Gül parlando di una manifestazione che mina «la pace sociale, la struttura familiare e i valori morali».
Gli scontri all'Istanbul Pride
In qualche modo decine di persone sono comunque riuscite a sfidare il divieto scendendo per le strade a ribadire la propria esistenza a fronte di divieti e rischi. C'è un video pubblicato su X e citato dal Guardian, dove si sente una manifestante gridare: «Non ci siamo arresi, siamo venuti, ci abbiamo creduto, siamo qui», mentre lei e una dozzina di altre persone scappano dalla polizia.
Secondo la CNN, sarebbero state arrestate 30 persone, mentre il Guardian parla di più di 50 arresti e cita una dichiarazione dell'Ordine degli avvocati della città. «Prima della marcia Istanbul Pride di oggi, quattro dei nostri colleghi, tra cui membri del nostro Centro per i diritti umani, insieme ad altre 50 persone, sono stati privati della loro libertà attraverso una detenzione arbitraria, ingiusta e illegale», si legge su una nota pubblicata sui canali social del Centro per i diritti umani dell'Ordine degli avvocati di Istanbul. Anche Reuters ha ottenuto delle riprese che mostrano la polizia scontrarsi con un gruppo di attivisti che sventolavano bandiere arcobaleno nel centro della città, per poi radunarli e caricarli sui furgoni della polizia.
L'omosessualità in Turchia non è criminalizzata, ma negli ultimi dieci anni il partito del presidente Erdogan ha adottato un approccio sempre più repressivo nei confronti della comunità LGBTQ+. «L'obiettivo primario delle politiche di neutralizzazione di genere, in cui la comunità LGBT viene usata come un ariete, è la famiglia e la sacralità dell'istituzione familiare», ha dichiarato a gennaio il presidente annunciando che il 2025 sarebbe stato «l'anno della famiglia» e accusando il movimento LGBTQ+ di minare i valori tradizionali e favorire la denatalità.












