Se per immaginare il futuro dovessimo partire dalle radici? È quanto successo, piuttosto letteralmente, quest'estate con Davines e l'attivista e fondatrice di Dirt Arizona Muse. Affiancata da Dario Fornara, direttore della ricerca presso il Davines Group - Rodale Institute EROC, e da Marta Galimberti, vincitrice del Good Farmer Award, Muse ha discusso il potenziale rivoluzionario dell’agricoltura organica rigenerativa e tracciato un filo invisibile che collega la terra ai settori della moda, della bellezza e dell’alimentazione.
Arizona Muse ha collaborato così con il brand per il secondo anno consecutivo in progetti che esplorano il potere trasformativo della rigenerazione, come la campagna “Grow Beautiful”. Poco prima del panel, l'imprenditrice ha incontrato Cosmopolitan per approfondire il suo punto di vista e scoprire cosa significa, oggi, fare davvero la differenza.
Durante il panel “Soil to Society” al Davines Village, hai parlato del potere trasformativo dell’agricoltura rigenerativa. Qual è stato, secondo te, il momento più potente o sorprendente della conversazione?
«Per me, la parte più potente della conversazione è stata quando ci siamo resi conto, insieme, che la rigenerazione è un'azione partecipativa. Possiamo farla tutti e la Terra ha bisogno che tutti noi la facciamo».
In che modo la collaborazione con Davines si inserisce nel tuo percorso di attivista e fondatrice di Dirt? Quali valori condividi con questo marchio?
«Amo Davines e la sua missione si sposa perfettamente con il mio attivismo: siamo entrambi appassionati del suolo come forza vitale della Terra, come soluzione determinante per un futuro sano. Ci sono molti modi per raggiungere l'obiettivo di un suolo sano per un futuro sano: l'agricoltura biodinamica, l’haircare rigenerativo, l’importante è che ogni azione sia fatta per il bene del suolo».
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la sostenibilità non poteva più essere solo un interesse, ma doveva diventare la tua missione principale?
«Credo che sia stata la missione a trovare me. Sono diventata curiosa, e la mia curiosità mi ha portato ad apprendere. E ciò che ho imparato mi ha guarita e mi ha aiutata a comprendere il quadro più ampio della vita. Se tutti ci aprissimo alla curiosità, una missione ci troverebbe sempre».
Dirt, la tua charity, ha un obiettivo ambizioso: rigenerare il suolo e trasformare l’industria della moda in una soluzione climatica. Da dove sei partita?
«Ho iniziato chiedendomi: qual è la cosa più importante e grande su cui potrei agire, con gli strumenti che ho? Ed è stato ovvio per me: potevo fare del mio meglio e dedicare la mia energia ad aiutare l’industria della moda a rigenerare il suolo attraverso le fibre e gli ingredienti dei prodotti di bellezza che coltiva. Se riconvertiamo le nostre filiere per attingere da aziende agricole biodinamiche e rigenerative, allora l’industria diventerà una soluzione climatica, e non più un problema. Il lavoro che facciamo con Dirt è creare quel framework per la transizione. Pensate che la metà delle terre agricole non produce cibo, produce fibre e pelle. È davvero un progetto ambizioso, ci serve il vostro supporto».
Qual è secondo te l’emergenza ambientale più sottovalutata in questo momento? E perché dovremmo preoccuparcene?
«So che continuo a ripeterlo, ma è ancora il suolo. La rigenerazione del suolo è trascurata, sottofinanziata, e questo deve cambiare. Rigenerare il suolo è una delle soluzioni più efficaci, rapide ed economiche che abbiamo per depurare il pianeta. Tutto ciò che dobbiamo fare è supportare la prossima rivoluzione agricola, che include la redistribuzione dei sussidi pubblici verso pratiche biodinamiche e rigenerative, e mobilitare il sostegno popolare per un’agricoltura che ripristini la natura. In realtà, è piuttosto semplice».
Quali piccoli gesti quotidiani hai inserito nella tua routine per vivere in modo più rigenerativo o sostenibile?
«I cambiamenti più facili e divertenti che ho fatto sono stati ridurre la tossicità intorno a me e alla mia famiglia. Questo vale per tutto ciò che acquistiamo: dallo spazzolino di legno al detersivo naturale per il bucato, fino all’attrezzatura da campeggio di seconda mano. Ogni nostra scelta è ben ponderata, e ci divertiamo a trovare l’opzione più sostenibile possibile. Perché è la vita che abbiamo scelto di vivere. E ci fa stare bene».
Puoi raccontarci un “fallimento sostenibile”? Un cambiamento che hai provato a fare ma si è rivelato più difficile del previsto?
«Ho provato a non viaggiare. E mi ha resa triste. La mia famiglia vive negli Stati Uniti, quella di mio marito in Francia, noi viviamo a Londra. Quando ho sentito l'impulso a non viaggiare per inquinare meno, la risoluzione non mi ha sollevata, mi ha svuotata. Ho capito che dobbiamo stare attenti, quando facciamo cambiamenti nella nostra vita: se cerchiamo di dare l’esempio ma facciamo qualcosa che ci rende visibilmente meno vivi, chi si sentirebbe ispirato a seguirci? Ho trovato un equilibrio: non faccio più viaggi frivoli. Non riesco nemmeno a immaginare di volare in un posto lontano per stare in spiaggia in un hotel solo per rilassarmi. Se vado da qualche parte, devo avere una ragione forte per farlo».
In un mondo così frenetico e iperconnesso, come riesci a restare fedele ai tuoi valori nelle scelte personali e professionali?
«Lavoro con la mia intuizione. L’intuizione è come un muscolo, si esercita; così i suoi segnali diventano più forti e più facili da interpretare. Penso che il mondo sarebbe radicalmente diverso se tutti rafforzassimo e ascoltassimo di più la nostra intuizione».
A che punto è il mondo della moda oggi? Percepisci un vero cambiamento in atto?
«Sì, percepisco un vero cambiamento ma no, non è abbastanza veloce. È già troppo tardi ma meglio tardi che mai. Questo mi fa sentire positiva e penso che un futuro rigenerativo sia possibile. Dobbiamo solo desiderarlo tutti, e agire il prima possibile».
Cosa ti ha insegnato la moda sul potere della narrazione visiva—e come applichi oggi questo insegnamento al tuo attivismo?
«Curiosamente, credo di aver imparato di più sullo storytelling visivo dal movimento rigenerativo dei popoli indigeni che dalla moda. In quello spazio le storie hanno un significato profondo. L’autore indigeno Tyson Yunkaporta è una delle persone da cui ho imparato di più».
Cosa diresti a un giovane designer o creativo che vuole lavorare in modo etico nella moda ma ha paura di risultare poco appetibile per il mercato?
«Direi: non temere nulla. Sii te stesso in modo creativo, fai ricerche, sii attento ai dettagli, conosci il tuo pubblico, disegna per loro e per te, trova un equilibrio in tutto questo e usa materiali sostenibili perché sai che è la cosa giusta da fare e non per moda. Siamo noi a creare il futuro di cui abbiamo bisogno».
Qual è stata la sfida più grande che hai affrontato come attivista?
«A volte non mi sono sentita supportata come speravo. So che dall’esterno può sembrare che io abbia costruito uno spazio solido, ma spesso fatico a raccogliere fondi per Dirt. Spesso mi sento ignorata, o che il mio messaggio non venga recepito. Posso sentirmi giù, e sola, a volte. Sappiate che fare la differenza è possibile anche con piccoli gesti: per tutte le organizzazioni, le donazioni contano tantissimo. Invito tutti a partecipare di più alla filantropia. Le charity ne hanno davvero bisogno».
Cosa ti dà speranza oggi?
«Ho speranza nelle persone e in tutti gli esseri viventi. C’è così tanta creatività, vita e buona volontà: basta solo rappresentarle bene, non distrarsi troppo con gli schermi, i pettegolezzi, la rabbia. Se lasciamo andare tutto questo e ci concentriamo sugli aspetti luminosi della vita, il mondo sarà migliore».
Credi che sostenibilità e femminismo debbano andare di pari passo? In che modo questi due movimenti si rafforzano a vicenda?
«Credo che la sostenibilità vada di pari passo con tutto. Pace, amore, divertimento, sostenibilità. Facciamoli tutti».












