Da qualche parte, in questo preciso momento, in una redazione qualcuno «starà scrivendo un titolo che discrimina», qualcuno «starà intervistando qualche vicino di casa di un femminicida che dirà che era un brav'uomo e un gran lavoratore». In questo preciso momento, in una redazione, «una compagna starà subendo una molestia sul lavoro, sicuramente qualcuna starà per essere attaccata sui social per le proprie idee, qualcun'altra starà uscendo da quella redazione senza essere stata assunta o senza essere pagata alla pari del suo collega per questioni di genere». Ce la descrive così Giulia Siviero, femminista, che scrive per il Post e altri giornali, la condizione delle donne dentro e fuori dai media mainstream italiani. Ancora oggi, nel 2025, anche a fronte degli ultimi eventi di cronaca, e di come sono stati raccontati, è chiaro più che mai che «i giornali italiani sono degli uomini».
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Per una donna, una soggettività socializzata donna, una persona non conforme a livello d'identità sessuale o performance di genere, ma anche qualcuno appartenente a una categoria oppressa in realtà, confrontarsi con la stampa, così come con la società e la cultura, è spesso violento. Sia che una donna lavori con le notizie, sia semplicemente che le legga. Il Global Media Monitoring Project, nel 2021, diceva che se in Italia le cose continueranno ad andare così come stanno andando, per colmare il divario di genere nei media tradizionali ci vorranno 67 anni. Nella ricerca precedente gli anni di attesa erano 72: «Vedremo la ricerca che uscirà quest'anno che numeri ci regalerà», commenta ancora Siviero. «I dati di fatto sono che quasi nessuna di noi vedrà la luce, che stiamo parlando di un mondo, quello dei media, che ha un enorme potere e che tale potere è proporzionato al rifiuto che quello stesso mondo oppone al cambiamento». Lo studio dice anche molto chiaramente che in Italia non si fa giornalismo sulle tematiche di genere, nonostante l'aumento della presenza delle donne come professioniste dell'informazione: «La maggiore presenza di giornaliste, insomma, non è bastata e non basta a far emergere trasformazioni significative o sufficienti: si tratta dell'ennesima dimostrazione di come la quantità non sia una buona misura».
Un modo di fare informazione che può realmente fare la differenza tuttavia esiste. Si tratta del giornalismo femminista, che ha l'obiettivo di mettere in discussione le disuguaglianze, dare voce alle esperienze, ai corpi e alle lotte delle donne e delle persone marginalizzate dal patriarcato. Non è solo una questione di chi scrive, ma soprattutto di come e cosa racconta. Decostruendo lo sguardo maschile dominante, che spesso sessualizza, semplifica o ignora le esperienze delle donne, offre invece uno sguardo plurale, che interroga il potere, racconta storie invisibili e propone nuove narrazioni sul corpo, sul lavoro, sull'amore, sulla maternità, sulla politica, sulla scienza. In questa puntata di Femminismi 4.0, la rubrica di Cosmopolitan Italia che indaga i vari modi in cui nel 2025 si concretizzano le pratiche femministe della quarta ondata, la nostra, ne abbiamo parlato approfonditamente con Giulia Siviero, che ci ha raccontato a fondo il suo significato, il come e il perché si faccia. Un'attività che svolge anche attraverso i workshop del Centro di Giornalismo Permanente.
Che cos'è il giornalismo femminista, come e perché si fa: l'intervista a Giulia Siviero
Come vengono raccontate le donne nei media? La violenza e le questioni di genere?
«Male. I temi dove la presenza femminile è più alta sono società e cronaca, quando le donne sono presenti nelle notizie nella maggior parte dei casi compaiono come soggetti la cui occupazione non è identificata, le esperte intervistate sono pochissime e poi c'è il modo in cui le donne vengono presentate: meno degli uomini con nome e cognome e meno degli uomini con un titolo professionale o istituzionale. Dopodiché, c'è come i media si occupano di violenza maschile contro le donne. Spesso il femminicidio viene associato all'amore, un amore passionale, tormentato, assecondando così il fatto che la violenza possa far parte di una relazione. Si usano parole o espressioni che fanno pensare a una fatalità, a una tragedia o a un raptus e il sottotesto è che i femminicidi siano qualcosa di imprevisto e di improvviso quando invece sono, nella grande maggioranza dei casi, delle morti annunciate, l'ultimo atto, e definitivo, di una lunga storia di abusi e mortificazione. Si va poi alla ricerca di un movente che è identificato, a seconda dei casi, con la gelosia, col fatto che lei voleva lasciarlo o che lei lo aveva tradito. Viene immediatamente assunto, anche emotivamente, il punto di vista dell'aggressore: abbandonato, frustrato, disperato e a volte celebrato, con la conseguenza che lui diventa vittima e che sulla vera vittima resta la colpa di aver causato una sofferenza insopportabile, di aver provocato, in qualche modo, quel che è accaduto. La libertà di scelta, che è stata una conquista soprattutto per le donne, che è stato il risultato di lunghe lotte e conflitti, si riduce a qualcosa di negativo. Queste narrazioni persistono nonostante i centri anti-violenza e i femminismi spieghino da decenni come si fa. Così come moltissime giornaliste e associazioni di giornaliste. Addirittura l'ordine si è formalmente attivato e si è arrivate anche a far circolare nelle redazioni degli schemi facili facili su cosa si debba scrivere e cosa no. Il risultato è purtroppo che i media continuano a riprodurre, attraverso parole e immagini, stereotipi, sessismo, discriminazioni e la violenza che raccontano. Quotidianamente».
Che cos'è il giornalismo femminista e come si fa?
«Un collettivo di giornaliste del Sud America, si chiama Rete delle giornaliste femministe dell'America Latina e dei Caraibi, nel suo manifesto presenta il giornalismo femminista con questa frase: "Lo escribimos pero, ante todo, lo vivimos". Quello femminista, dicono, è un giornalismo situato, che racconta le notizie dallo stesso livello in cui quelle notizie avvengono. Che è poi il senso dello slogan "il personale è politico": significa che i rapporti di potere attraversano anche la vita personale, e che questa può e deve essere politicizzata attraverso un processo di presa di coscienza».
«Essere una giornalista femminista significa dunque, e innanzitutto, partire sé e restare agganciate alla propria esperienza. I collettivi di giornaliste femministe dicono anche che il loro lavoro porta con sé un'azione trasformatrice: quindi ha come obiettivo non solo quello di raccontare bene le cose riconoscendo e non riproducendo le disuguaglianze, ma anche quello di trasformare come le cose sono. Essere una giornalista femminista significa fare della propria pratica un esercizio professionale e militante allo stesso tempo. Qualcuno potrebbe obiettare che il giornalismo deve essere neutro, imparziale e così via. Mi pare che un'ottima risposta sia stata data qualche anno fa dalla giornalista che per tre anni è stata gender editor al New York Times, Jessica Bennet: la realtà, aveva spiegato, è che i media sono stati creati da e per gli uomini bianchi. È un fatto. Il giornalismo tradizionale insomma non è imparziale, ma è attivismo per lo status quo».
Che cosa comporta una narrazione inadeguata delle notizie sulle questioni di genere? A che cosa o a chi serve? Quanto è spontanea e quanto è consapevole da parte di direttori, giornalisti o titolisti?
«Le parole non sono mai solo parole: sono ganci verso il mondo e la lingua può diventare uno strumento per mantenere e ribadire disparità, oppressioni, disuguaglianze, oppure per superarle. Ed è a disposizione di chiunque ogni volta che apriamo bocca, quaderni o computer. I modi sbagliati di raccontare le questioni di genere sono ripetuti con estenuante e ossessiva frequenza, nonostante gli strumenti per dare in modo corretto una notizia esistano. Perché? È chiaro che non si tratta solo di sciatteria. Arrivate a questo punto c'è chi si è spinta a parlare di guerra che una parte dei media ha dichiarato contro le donne e la loro vita. C'è sicuramente in atto la volontà di marginalizzare l'analisi e le istanze femministe, di silenziare le lotte. Con l'obiettivo di continuare ad ottenere dagli individui il comportamento più adeguato alla sub-cultura che si vuole conservare e tramandare. L'obiettivo è che il discorso dominante rimanga quello dei dominanti, per dirla facile».
Ci fai qualche esempio di testate di giornalismo femminista? Anche storicamente e fuori dall'Italia
«A partire dalla fine degli anni Settanta si diffonde la pratica del "fare tra donne". Nascono gruppi che si dedicano a realizzare qualcosa, librerie, biblioteche, case editrici, centri di documentazione, spazi teatrali, giornali e trasmissioni radiofoniche. A Milano nasce la Libreria delle donne e su quell'esempio se ne aprono altre a Torino, Bologna, Roma, Firenze, Pisa e Cagliari. Viene fondata la casa editrice La Tartaruga, dedicata alla letteratura femminile, a Roma spuntano le Edizioni delle donne e poi la rivista DWF-donnawomanfemme, Effe, Noi Donne, Leggendaria, il progetto illustrato Strix, Aspirina (ora Erbacce). Molte di queste riviste o periodici sono ora consultabili online. In quei nuovi spazi di parola le femministe hanno innanzitutto fatto politica, cambiando la storia di questo paese e le condizioni di milioni di donne. Oggi fuori da qui, fuori dall'Italia, c’è un'enorme riflessione su giornalismo e femminismo, con collettivi e associazioni di giornaliste che hanno creato manuali, riviste, siti, manifesti, tantissimo altro materiale utile, e che sono riuscite a creare pratiche e spazi di libertà e conflitto nei loro rispettivi luoghi di lavoro. Il collettivo francese Prenons la Une (letteralmente, "prendiamoci la prima pagina", nda) ne è un esempio, ed è composto da giornaliste che lavorano in vari media. Questa mi sembra essere la maggiore differenza rispetto al passato: essere ovunque, scuole comprese, ma in rete tra noi».
Quando è avvenuto il tuo incontro con il femminismo? Quando hai capito che volevi fare giornalismo femminista?
«Sono diventata femminista a partire da una parola, anche per questo mi stupisce continuare a sentir dire che le parole non servono a niente e che il linguaggio è qualcosa di irrilevante. Per me è stata proprio una parola pronunciata durante una lezione all'università a funzionare come leva politica. La mia insegnante di filosofia si rivolgeva alla classe usando sempre il femminile plurale e ogni volta si alzava un virile brusio di protesta. Alla fine della lezione chiese come mai quando usava il maschile sovraesteso non sentisse lo stesso brusio. Per me quello è stato il momento in cui un velo si è squarciato, ed è letteralmente cambiato il mio posizionamento nel mondo. Se guardiamo ai movimenti delle donne nella storia, la presa di parola, una presa di parola autentica, non più ventriloqua, ma necessaria per riconoscersi come i soggetti politicamente imprevisti della storia è sempre stata il momento iniziale della presa di coscienza e poi della lotta femminista».
Up and down del giornalismo femminista. Quali sono i lati più duri di questo mestiere e quali quelli più gratificanti?
«Riuscire a farlo, innanzitutto, e gli ostacoli non sono pochi con ricadute professionali ma anche sulla propria vita quotidiana. Il privilegio di avere uno spazio a disposizione comporta la responsabilità di usarlo in modo collettivo, generoso, senza cedere alla tentazione di concepire questo mestiere come un esercizio individuale o individualista, costruendo piuttosto le storie con le persone che ne fanno parte e con chi ne sa. Il senso delle relazioni costruite in questi anni con tutti questi soggetti, il fatto di raccontare le diseguaglianze strutturali delle nostre società perché un giorno smettano di esistere, il sentirsi parte delle lotte storiche e di quelle ancora da fare, sapere che prima e accanto a noi c'è qualcun altra è però una festa. E porta felicità, che è una delle misure della politica delle donne».
Lavorare per media non indipendenti può voler dire, a volte, sacrificare parzialmente alcuni ideali. Qual è il tuo rapporto con il (se c'è) compromesso?
«Capitalismo, individualismo e precarietà attraversano le nostre vite individuali. Non è facile stare in questa contraddizione, muoversi sulla soglia tra il fuori e il dentro del sistema. Accettare la contraddizione senza la pretesa di risolverla immediatamente, ma rendendo politico ciò che l'ha creata, senza applicare soluzioni già sperimentate in precedenza, che si riducono in sostanza a un adattamento, a un addomesticamento, a uno stare nel posto dove è previsto che stiamo. Come molte anch'io sento di aver accettato dei compromessi, ma consapevole di tale contraddizione, senza passività. Compromessi che sentivo comunque di poter reggere e che mi avrebbero permesso di avere un margine di resistenza. Altri non li ho accettati prendendo decisioni scomode, non semplici, ma il contrario non sarebbe stato possibile. Fare femminismo comporta dunque un prezzo a livello personale. Professionalmente, così come in ogni altro ambito della nostra vita. Ma, come diceva Carla Lonzi in Vai Pure, testo che raccoglie la registrazione in quattro giornate dei suoi dialoghi con il compagno Pietro Consagra, non vedo altra possibilità, per me, di una vita vivibile».
Domanda di rito: che cosa significa essere femminista e fare femminismo nel 2025?
«In qualche modo rivendico la metafora sulla "patente del femminismo". Intendo dire che, forse, una sorta di patente è necessaria: per non investire nessuna e per non andare fuori strada. Questo significa intanto sapersi collocare rispetto alla storia dei femminismi e sapersi orientare, forti di quella genealogia, rispetto ad alcune questioni che restano ancora oggi centrali. Faccio un esempio banale. Per prendere una posizione argomentata e critica rispetto all'affermazione «Meloni è la prima donna Presidente del Consiglio, questa è comunque una buona notizia» è necessario conoscere la differenza tra femminismo della parità e femminismo della differenza. Il primo è il femminismo delle istituzioni che fin dall'inizio hanno interpretato il movimento delle donne nel senso di una domanda femminile di parità: mette al centro della propria azione la spartizione del potere, considera le donne semplicemente come un gruppo sotto-rappresentato, vuole che arrivino là dove ci sono gli uomini, ma non produce idee né trasformazioni. E per alcune, me compresa, è parte del problema. Il femminismo della differenza, che ha oggi posizioni inaccettabili sulle persone trans e sulla gestazione per altri, ci ha però insegnato che non tutte le donne aspirano a diventare come gli uomini o ad avere quello che avevano loro: ma che desiderano vivere in nome della loro differenza. Non negando la parità dei diritti, ha lavorato sulla presa di coscienza della differenza dell'essere donna nella convinzione che per agire politicamente non fosse necessario cercare né i posti né i mezzi di quel potere. Il femminismo che per brevità chiamerò mainstream sembra invece fare a meno di una genealogia, si adatta alle dinamiche dei social utilizzati non come mezzo ma come fine, spesso non si inserisce nella lotta collettiva e in molti casi, purtroppo, capitalizza a uso personale le istanze più radicali del movimento stesso: è un rimasticamento, una sorta di megafono affollato di slogan precostituiti, di parole d'ordine e di cose che materialmente stanno accadendo altrove. Questo femminismo non produce idee, non modifica la realtà, non inventa nuove pratiche, non usa il desiderio come leva e difficilmente riuscirà a mettere al mondo un altro mondo. Fare femminismo oggi, significa dunque scartare tutto questo, metterci i corpi e ripensare le pratiche, anche guardando a chi ci ha precedute, per rimetterle al mondo».
Che cosa sogni per il giornalismo italiano? Sia in grande che nel concreto, in un futuro prossimo
«Vorrei che si interrogasse su sé stesso, che entrasse in uno stato di assemblea permanente e che usasse con responsabilità il potere di cui dispone. Concretamente, per arrivare a questo, deve essere messo sotto scacco. Desidero dunque che si creino sempre più collettivi dal basso, che si rafforzino quelli che già esistono e che si stanno formando e che tra tutti si formi una rete estesa, potente, che lavori in maniera coordinata. Perché insieme siamo più forti, ci proteggiamo. Perché diventa più semplice aprire conflitti, sottrarsi, scioperare, boicottare, denunciare, trasformare i rapporti di forza. E inventare pratiche e strategie che contribuiscano una volta per tutte, per dirla con le parole di Gisèle Pelicot, a far cambiare lato, anche in questo ambito, alla vergogna».








