Sembra un eterno ritorno che siamo condannate a rivedere in loop: una donna viene uccisa o scompare e poi la si ritrova morta: «Forse sono avvolta nelle lenzuola di un hotel, su una strada o in un sacco nero (Mara, Micaela, Majo, Mariana). Forse sono in una valigia o mi sono persa sulla spiaggia (Emily, Shirley)», si legge nella poesia di Cristina Torre Cáceres, molto condivisa in Italia dopo l'uccisione di Giulia Cecchettin. I particolari violenti vengono diffusi e analizzati, l'attenzione si sposta sull'omicida (Com'era? Era un bravo ragazzo? C'era da aspettarselo? Cosa dicono amici, parenti, vicini di casa? Cosa prova ora?). Ci si chiede - sempre, tutte le volte - «Perché non ha denunciato?» e «Avrebbe dovuto capirlo?». A volte vengono fatte delle promesse (quando se ne parla tanto, quando la vittima è giovane e cisgender e fa notizia). Poi cala il silenzio, e si ricomincia da capo.

Da gennaio il sito del ministero dell'Interno ha smesso di pubblicare i dati settimanali sui femminicidi nel Paese ma, nell'arco di 24 ore, abbiamo saputo che in Italia sono state uccise due ragazze: Sara Campanella e Ilaria Sula, entrambe 22enni. Sommando le loro età, non si arriva nemmeno a 45 anni, ed è molto difficile che dal caos mediatico riesca a emergere l'enormità di due vite in divenire, con i sogni, gli affetti, il futuro, che in un attimo, per volontà altrui, sono state irrimediabilmente fermate, improvvisamente declinate all'imperfetto.

«Un sistema che non previene»

Sara Campanella è stata uccisa lunedì pomeriggio per la strada, a Messina, era appena uscita dall'Università dove studiava Tecniche di laboratorio biomedico. I carabinieri hanno fermato il ventisettenne Stefano Argentino che, da quanto riferito dal procuratore Antonio D’Amato, da tempo rivolgeva alla ragazza «attenzioni, anche in maniera insistente e reiterata». L'ha raggiunta mentre era sola, c'è stata una discussione, poi l'ha accoltellata alla gola.

Ilaria Sula era scomparsa lo scorso 25 marzo a Roma e ora il suo corpo è stato ritrovato all'interno di una grossa valigia in fondo ad un dirupo nei pressi del Comune di Poli. Il ventitreenne Mark Antony Samson, ex ragazzo di Sula, ha confessato di averla uccisa a coltellate. Frequentava la triennale di Statistica all'università di Roma La Sapienza ed era originaria di Terni.

Come in una storia già scritta si parlerà di «motivi sentimentali», ci si interrogherà sul rapporto tra le ragazze morte - private di ogni possibilità di parola e azione futura - e i loro carnefici. Sulla «gelosia», sull'«amore non corrisposto», sull'indipendenza come gesto coraggio (mai come normalità), sui «campanelli d'allarme a cui stare sempre attente». Non si citerà, fuori dagli ambienti femministi, la mancanza di educazione affettiva (c'è una legge di iniziativa popolare che aspetta di esser discussa in Parlamento), l'incapacità dei giovani uomini di gestire la rabbia e il rifiuto, e nemmeno quanto questo ignorare il problema (focalizzandosi solo sulle punizioni dopo, quando è troppo tardi) ci stia costando. «Ancora una volta, davanti a un femminicidio, si sposta l'attenzione sulla donna, sulla sua presunta "incapacità" di riconoscere il pericolo, sulla sua mancata denuncia», scrive in un comunicato su Campanella la rete di centri antiviolenza D.i.Re, «Ancora una volta, davanti a un femminicidio, si evita di parlare di un sistema che non previene, che non intercetta, che non protegge. Quante volte dobbiamo ancora sentire parole che, invece di interrogarsi sull'assenza di strumenti efficaci di protezione, sottolineano ciò che la donna non ha fatto?».

A Messina migliaia di persone hanno partecipato a una fiaccolata per Sara Campanella e Non una di meno si sta muovendo per organizzare manifestazioni in diverse città. Nella galleria Vittorio Emanuele della città dello Stretto centinaia di persone si sono riunite per esprimere la propria rabbia. «Oggi abbiamo fatto rumore, per Sara, per tutt3, ma non basta» dicono in comunicato Non Una di Meno Messina, Udu e Rete degli studenti medi di Messina. «Siamo il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce» urlano le ragazze di Messina, con tutta le loro forze, ancora una volta.