Spazi femminili e femministi, presidi di accoglienza alle donne vittime delle molteplici forme di violenza di genere, i Cav (centri antiviolenza) sono l'emblema della lotta alla violenza di genere in netto contrasto con i proclami del 25 novembre, gli appelli dell'ultimo minuto e le iniziative di facciata. Lavorano ogni giorno per far sì che le donne vengano ascoltate, consigliate e accompagnate nel difficile percorso di accettazione e fuoriuscita da una situazione di violenza. In Italia l'intero sistema di sostegno e accoglienza delle survivor si regge sul lavoro dei Cav.

Eppure dei Centri antiviolenza si parla troppo poco: nei dibattiti sulle possibili soluzioni e sulla prevenzione alla violenza, ci si dimentica spesso che c'è chi da decenni lavora sul campo e ha maturato una conoscenza diretta del fenomeno. «In Italia abbiamo tanti Centri antiviolenza che, nonostante lo scarso sostegno e grazie al volontariato, svolgono un lavoro importante, non solo pratico ma anche di riflessione sul tema», ci spiega Alessandra Bagnara, presidente di Linea Rosa ODV, Centro antiviolenza per i Comuni di Ravenna, Cervia e Russi, «Anche la prevenzione è un punto centrale del lavoro dei Cav. Prevenzione a tutti i livelli ma principalmente prevenzione portata all’interno delle scuole di ogni ordine e grado». I Cav sono previsti per legge, eppure i fondi sono costantemente carenti, i meccanismi di finanziamento poco chiari e la presenza sul territorio insufficiente rispetto alla portata del fenomeno. «Sarebbe importante che i Centri venissero maggiormente ascoltati», spiega Bagnara, «che i dati che forniscono ogni anno venissero letti in modo accurato per impostare le politiche di lotta alla violenza con maggiore coerenza e competenza sul tema».

La presidente ci ha accompagnate a conoscere il Cav Linea Rosa ODV sostenuto dalla Fondazione Una Nessuna Centomila da cui ha ricevuto 25.000 euro di fondi raccolti tramite l’sms solidale e con cui collabora per i concerti e le attività di formazione.

Quando ci si può rivolgere al vostro Centro antiviolenza?

«Le donne possono rivolgersi al Centro antiviolenza anche semplicemente per fare chiarezza sul momento di disagio che stanno attraversando. Il nostro Centro è aperto tutti i giorni dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 19 e il sabato dalle 9 alle 12 ed è raggiungibile telefonicamente il sabato dalle 12 alle 15 e la domenica dalle 12 alle 18. Non sempre le donne sono pienamente consapevoli di essere vittime di violenza. Questo accade perché spesso la violenza familiare è progressiva e mano a mano che si alza l’asticella e le violenze diventano più efferate, le donne si “abituano” a questa condizione e non riconoscono i maltrattamenti che vengono loro inflitti».

Che tipo di esigenze e problematiche riportano solitamente le donne che vi contattano?

    «Non esiste un identikit della donna che si rivolge al Centro antiviolenza. Ma volendo analizzare i dati statistici possiamo dire che sono donne che appartengono a una fascia di età tra i 25 e i 50 anni e che il 70% di loro ha uno o più figli. Per quanto riguarda le condizioni socio economiche, abbiamo potuto constatare in 33 anni di attività l’assoluta trasversalità del fenomeno che coinvolge donne di qualsiasi ceto sociale e scolarità. Le donne che si rivolgono al Centro chiedono principalmente di essere ascoltate e credute. Chiedono un posto sicuro dove poter raccontare cosa sta accadendo e chiedono di essere accompagnate fuori dall’inferno che stanno vivendo. In alcuni casi approdano al Centro antiviolenza dopo molti anni di maltrattamenti e di richieste di aiuto non soddisfatte da parte di enti e istituzioni, oppure dopo aver cercato di affrancarsi dal partner violento senza aver trovato alcun sostegno da parte di familiari e amici».

    «Non esiste un identikit della donna che si rivolge al Centro antiviolenza»

    È frequente che vi contattino ragazze giovani che si trovano in relazioni tossiche?

      «Dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin abbiamo notato un aumento di ragazze sotto i 25 anni che si rivolgono al Centro antiviolenza per chiedere consigli rispetto alla relazione che stanno vivendo e all’interno della quale identificano comportamenti tossici da parte del partner. Chiedono conferma del fatto che le situazioni che le mettono a disagio possano effettivamente essere il preludio di una relazione violenta e, nella maggior parte dei casi, lo sono. Anche il lavoro che stiamo facendo con progetti dedicati nelle scuole agli adolescenti pensiamo possa essere motivo di riflessione e presa di coscienza per le giovani donne sul tema dell’abuso mascherato da amore».

      Capita che vi contattino anche persone preoccupate per amiche, sorelle o conoscenti? In tal caso come si agisce?

        «Capita spesso che veniamo contattate da amiche, sorelle, fratelli, padri e vicini di casa che segnalano una situazione di violenza. In questi casi esiste un unico modo di procedere e consiste nel sensibilizzare la vittima sull’esistenza del Centro antiviolenza e dei reparti dedicati delle forze dell’ordine. La violenza domestica è un tipo di reato molto difficile da dimostrare e molto difficile da denunciare da parte della vittima, è quindi necessario affidarsi a mani esperte e rispettare sempre i tempi delle donne. Fare pressioni o peggio ancora denunciare per lei o costringerla a denunciare non porta a buoni risultati e spesso interrompe il percorso di consapevolezza della vittima che non è ancora pronta ad uscire allo scoperto».

        In cosa consiste, nel giorno per giorno, il lavoro delle operatrici del Centro antiviolenza?

        «Il lavoro delle operatrici del Centro antiviolenza è molto complesso e tocca diversi ambiti per il sostegno delle donne nel percorso di uscita dalla violenza di genere. Le donne che si rivolgono al Centro per chiedere aiuto hanno innanzitutto la necessità di trovare una donna competente che le aiuti nella consapevolezza delle violenze che subiscono, che le aiuti a nominarle e che intraprenda con loro un percorso di empowerment e di presa di coscienza. Successivamente l’operatrice sostiene la donna in tutto l’iter per la riappropriazione della propria libertà che comprende il percorso legale, il sostegno alla genitorialità, l’accompagnamento al lavoro ed infine la ricerca di una casa per la completa autonomia».

        «Ci contattano ragazze sotto i 25 anni per chiedere consigli sui comportamenti tossici nelle loro relazioni»

        Come organizzate il servizio di ospitalità per le donne vittime di violenza?

          «Il nostro Centro antiviolenza dispone di cinque case rifugio. All’interno delle case le donne entrano in seguito a un percorso di “avvicinamento” che spesso può passare dall’ospitalità di qualche giorno o settimana in una struttura ricettiva. È evidente che in caso di pericolo è importante allontanare la donna e i bambini dalla situazione di violenza, ma è altrettanto evidente che il percorso all’interno di una casa rifugio, spesso in condivisione con altre donne, va scelto e ponderato. Non è semplice lasciare la propria casa e non è semplice convivere con altre donne e bambini quindi l’ingresso nelle case è preceduto dalla stesura di un progetto di ospitalità e una serie di incontri finalizzati a una scelta consapevole da parte delle donne».

          Come si svolge la giornata in una casa rifugio?

            «Le nostre case rifugio non prevedono la presenza di una operatrice al loro interno. Sono case autogestite dalle donne nelle quali le operatrici svolgono visite quotidiane, portano la spesa, organizzano la manutenzione ma lasciano le donne assolutamente libere di impostare la propria quotidianità. Alcune donne lavorano, altre studiano, altre ancora svolgono tirocini o corsi di aggiornamento. Si occupano della casa e dei propri figli e svolgono il percorso psicologico con l’operatrice che viene loro assegnata al momento dell’ingresso nella casa».

            «Spesso la violenza familiare è progressiva, mano a mano che si alza l’asticella delle violenze le donne si “abituano”»

            Prevedete anche uno Sportello Lavoro, come funziona e perché è importante?

              «Si tratta di uno sportello di accompagnamento al lavoro che è molto importante per i percorsi di autonomia delle donne. Inizialmente l’operatrice svolge un bilancio delle competenze della donna che in seguito si impegna in un inserimento o reinserimento lavorativo anche attraverso tirocini finanziati dalla Regione Emilia Romagna. Le donne vittime di violenza sono spesso vittime anche di violenza economica, è stato impedito loro per anni di lavorare oppure nel caso lavorassero non hanno potuto in alcun modo disporre del loro stipendio. Per questo è importante un approccio attento alla situazione per l’inserimento lavorativo. In molti casi sono donne che non hanno alcun aiuto per la gestione dei figli ed è quindi importante lavorare anche sulla conciliazione dei tempi di cura e lavoro».