Parlando con Giulia Minoli, Presidente della Fondazione Una Nessuna Centomila, nata nel 2022 con la volontà di sostenere i centri antiviolenza e promuovere la prevenzione e il contrasto della violenza di genere, ricorre una parola: rete. Nel raccontarmi delle iniziative in corso, dai concerti per raccogliere fondi, agli interventi nelle scuole, fino ai progetti nelle aziende come quello realizzato con Valore D che promuovere politiche aziendali efficaci contro la violenza di genere, l’obiettivo è sempre il contatto, la creazione di legami orizzontali, il tentativo di avvicinare voci e competenze diverse per dare vita a nuove sinergie. «L'operazione culturale è iniziata», mi dice, «Si sta producendo molto di più su questo tema, basti pensare a quello che è successo con C'è ancora domani di Paola Cortellesi. Però è importante non banalizzare e stare dentro la complessità di questo tema». Per questo la fondazione mette in comunicazione chi lavora sul campo con chi fa parte mondo dello spettacolo e della cultura: ha creato un laboratorio di artisti che lavorano a stretto contatto con le operatrici dei Cav per formarsi e lavorare con competenza alla prevenzione della violenza contro le donne.

Un esempio è la campagna #SeIoNonVoglioTuNonPuoi lanciata in questi giorni sul tema del consenso a cui hanno partecipato artisti come Amadeus, Massimiliano Caiazzo, Caterina Caselli, Paola Cortellesi, Anna Foglietta, Achille Lauro, Fiorella Mannoia, Ermal Metal, Giuliano Sangiorgi, Paola Turci e molti altri. Lo scopo è smantellare gli stereotipi che ancora condizionano il modo in cui percepiamo molestie e aggressioni sessuali. «Non possiamo pensare che soltanto con un evento o con il 25 novembre possiamo affrontare un problema così vasto», spiega Giulia Minoli, «Dobbiamo lavorare per superare le frammentazioni perché purtroppo il mondo delle donne vive spesso anche dentro una situazione frammentata. Quindi per noi è fondamentale l'alleanza, la rete, tra noi, con gli uomini e anche con pezzi di mondi che si pensano lontani da queste tematiche, che però, in realtà, toccano la vita di tutti».

una nessuna centomila la fodazione contro la violenza di generepinterest
Una Nessuna Centomila


Facciamo il punto sulla violenza di genere in Italia, com’è ad oggi la situazione?

«Per farlo dobbiamo partire dai dati, che sono pubblici, si conoscono, ma è importante ricordarli. E non parlo solo di dati che riguardano strettamente la violenza, ma dobbiamo osservare la condizione femminile. L'Italia, ed esempio, è scivolata dal settantanovesimo all’ottantasettesimo posto nella classifica mondiale secondo il Global Gender Gap, una donna su due non ha lavoro e abbiamo il tasso di occupazione femminile più basso in Europa. Solo due donne su tre hanno una fonte di reddito personale e una donna su tre non è titolare di un conto corrente personale. Il 70% delle donne vittime di violenza inserite in un percorso di fuoriuscita presso i centri antiviolenza non ha autonomia economica. Tutto questo ha un forte impatto sulla violenza di genere».

La Fondazione Una Nessuna Centomila lavora a stretto contatto con i centri antiviolenza. Come vi muovete per supportarli?

«La fondazione nasce grazie alla musica, grazie a quel grandissimo concerto che fu fatto a Campovolo nel giugno 2022 voluto da Fiorella Mannoia, che è la nostra presidente onoraria. Furono raccolti 2 milioni di euro per i centri antiviolenza. Abbiamo deciso di creare qualcosa che in Italia mancava, cioè una fondazione filantropica dedicata esclusivamente al tema della violenza contro le donne, quindi al supporto dei centri antiviolenza, alla visibilità del lavoro e delle operatrici dei centri e alla sensibilizzazione sui temi della discriminazione di genere e della violenza maschile contro le donne. In meno di due anni abbiamo stanziato 1.400.000 euro per supportare i centri antiviolenza.

In Italia c'è un grosso problema di fondi tanto che molte operatrici sono costrette a fare il loro lavoro come volontarie, mancano i soldi soprattutto in certe regioni e per ottenerli i Cav devono partecipare a dei bandi che comportano tempi lunghi di attesa, presentare un progetto e non avere certezze. Per questo noi diamo i fondi direttamente ai centri senza passare per i bandi, proprio perché sappiamo che è fondamentale sostenere quello che fanno, il loro lavoro giornaliero, le loro strutture. Al momento stiamo supportando soprattutto centri del Sud Italia perché hanno una particolare sofferenza».

La collaborazione, però, va oltre il finanziamento

«Per noi i centri antiviolenza non sono solo beneficiari dei fondi, le operatrici sono anche compagne di viaggio. Ci riuniamo con loro attraverso assemblee, definiamo le priorità e gli obiettivi insieme. Miriamo, grazie al lavoro prezioso di Lella Palladino vicepresidente della Fondazione, a creare un sistema di alleanze, una rete in tutta Italia. Invitiamo i centri antiviolenza presenti sul territorio ai nostri concerti per far conoscere il loro lavoro e collaboriamo con le operatrici per gli i​​nterventi culturali e formativi e i programmi di educazione».

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Quanto è importante l’educazione all’affettività nelle scuole?

«La prevenzione è fondamentale e la decostruzione degli stereotipi deve partire da quando si è bambini. Da qui nasce l'altro nostro ambito di intervento curato dall'altra vicepresidente fondatrice Celeste Costantino che è stata la prima firmataria della proposta di legge sull’Introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole del 2013. Purtroppo a oggi l'Italia rimane uno dei pochissimi Paesi nell’Unione Europea a non avere un’ora dedicata all'educazione all'affettività. La scelta quindi è lasciata alle singole scuole. C’è una grandissima necessità, soprattutto nell'età della preadolescenza, e servono fondi per pagare le formatrici: noi riceviamo molta più domanda rispetto a ciò che riusciamo a coprire. Cerchiamo di coinvolgere tante associazioni che lavorano su questo tema, è fondamentale creare alleanze».

In cosa consistono i vostri interventi nelle scuole?

«Ci sono formule diverse, dipende se si tratta di un intervento una tantum o se il progetto è più lungo. Per esempio abbiamo lavorato per un anno con una scuola di Napoli grazie al sostegno di Gucci. Solitamente c’è una prima fase con l’affiancamento dei professori che vengono a loro volta formati, poi i ragazzi lavorano da soli con le operatrici proprio per costruire un “cerchio di fiducia” dove si sentano liberi di far emergere eventuali situazioni di disagio. Si lavora con video, film, spettacoli teatrali. Spesso partiamo dalla musica, dai testi rap, per parlare di tematiche legate alla violenza. Organizziamo laboratori interattivi legati alle emozioni perché oggi i ragazzi fanno molta fatica a chiamarle con il loro nome».

Per avvicinare i più giovani è cruciale la presenza sui social, tempo fa è circolato molto su TikTok il dialogo tra Anna Foglietta e Massimiliano Caiazzo sulla violenza di genere messo in scena durante il vostro concerto all’Arena di Verona.

«È fondamentale creare contenuti di qualità che stimolino lo spirito critico in modo che la coscienza dei nostri ragazzi non sia appaltata ai contenuti che trovano scrollando. In quell’occasione abbiamo parlato a lungo con la Polizia postale e sono emerse numerose dinamiche psicologiche, situazioni che abbiamo poi trasformato in un momento teatrale a due tra Anna Foglietta e Massimiliano Caiazzo all'Arena di Verona. È diventato virale ancora prima che andasse in onda sulla Rai e in questo naturalmente ha un ruolo la collaborazione con artisti come Massimo Caiazzo che sono molto seguiti dai ragazzi».

Il legame con il mondo dello spettacolo è un elemento fondamentale della vostra fondazione, perché è importante?

«La violenza è prima di tutto un problema culturale e proprio per questo abbiamo deciso di avere una componente così forte e attiva di artisti che non sono solo testimonial ma fanno parte di un vero e proprio laboratorio artistico, sono parte attiva della Fondazione. Lavoriamo con loro anche per accompagnarli nella formazione su questi temi perché sono desiderosi di dare il loro contributo ma è necessaria molta cura per parlare di questi temi. Artisti come Caiazzo, Giacomo Giorgio o Ermal Metal o Marco Bonini, sentono la responsabilità verso i ragazzi e chiedono questo tipo di formazione per dare una direzione anche rispetto al loro lavoro fuori dal set. Creiamo ancora una volta un punto di contatto con chi lavora sul campo, con i centri antiviolenza, segnaliamo articoli, libri, film, momenti di dialogo e confronto, sia singolarmente che in gruppo. Al momento, ad esempio, si parla molto del ruolo degli uomini e di quanto è importante l'alleanza. Il 22 ci sarà un convegno a Firenze sul ruolo degli uomini nel contrasto alla violenza alle donne e all'infanzia e Marco Bonini porterà un suo monologo. Domenica sarò presente all'Eredità delle donne di Serena Dandini con Ermal Meta proprio per parlare dell’alleanza degli uomini».

Un altro esempio è la vostra ultima campagna, #SeIoNonVoglioTuNonPuoi. Com’è nata?

«Abbiamo scelto di affrontare la questione del consenso perché è una questione che spesso viene fraintesa o sottovalutata. Nominiamo delle situazioni in cui il consenso non può essere ignorato, quindi anche quando sono ubriaca, anche quando ti ho detto sì, ma poi ho cambiato idea, anche quando non ho urlato e sono rimasta immobile per paura. Questa campagna mira proprio a smascherare e superare gli stereotipi che ancora circondano la violenza di genere, promuovendo una cultura di consapevolezza».

Sul vostro sito web si parla di un approccio femminista. Che ruolo ha il femminismo nel vostro lavoro con Una Nessuna Centomila?

«Tutte noi fondatrici veniamo da un percorso femminista. Io personalmente ho avuto il mio primo incontro con il movimento alla Casa Internazionale delle Donne di Roma di cui sono stata vicepresidente. Lì ho conosciuto il movimento femminista per la prima volta e mi ha profondamente formata. Sempre lì nel 2018 ho incontrato Fiorella Mannoia e Paola Cortellesi che hanno risposto alla “Chiamata alle Arti” per salvare la Casa dallo sfratto. Se ci pensi, la storia dei diritti delle donne è una storia che non si studia a scuola, non tutte hanno occasione di conoscerla, di leggere Virginia Woolf o di avere una professoressa, una mamma, un'amica che gliene parla. Eppure noi riteniamo sia fondamentale perché porta a non dare per scontati i diritti che abbiamo. Vediamo quello che sta succedendo sull'aborto e su tantissimi altri temi, è importante conoscere le lotte che ci hanno portate a conquistarli».