È come in Fight Club: la prima regola del patriarcato è «non si parla del patriarcato». Il patriarcato prospera meglio se tutti pensano che non esista, e chi ne trae vantaggio può continuare a farlo indisturbato. Per questo non c'è da stupirsi che il ministro Valditara, proprio in occasione della presentazione alla Camera dei Deputati della fondazione dedicata alla memoria di Giulia Cecchettin, ci abbia tenuto a specificare che il patriarcato è finito da un pezzo. «Abbiamo due strade», ha detto in un videomessaggio, «una concreta, ispirata ai valori costituzionali, e una ideologica. Di solito i percorsi ideologici non mirano mai a risolvere i problemi ma affermare una personale visione del mondo. La visione ideologica è quella che vorrebbe risolvere la questione femminile lottando contro il patriarcato».
Non è chiaro quale sia la strada «concreta» che Valditara e l'attuale governo vogliono seguire per la lotta alla violenza di genere (la ministra Roccella ha detto che «Nessuna legge avrebbe potuto salvare Giulia») ma è evidente che si è scelto di non ascoltare chi da decenni si occupa di queste tematiche (come i centri antiviolenza) e di continuare a parlare dell'argomento senza formazione o competenze. Quando Valditara decide di dire la sua sul patriarcato, infatti, cita Massimo Cacciari, chiama in causa l'immigrazione irregolare, e conferma di ignorare il significato del concetto in ambito sociologico e degli studi di genere. «Cacciari indubbiamente esagera quando dice che il patriarcato è morto duecento anni fa», commenta infatti il ministro, «ma certamente il patriarcato, come fenomeno giuridico, è finito con la riforma del diritto di famiglia nel 1975 che ha sostituito la famiglia fondata sulla gerarchia con quella sulla uguaglianza».
Già questa informazione non è corretta dato che a livello giuridico sono molte le norme di stampo patriarcale rimaste in vigore anche dopo il 1975, come ad esempio il matrimonio riparatore (presente fino al 1981) o la violenza sessuale come reato contro la morale e non contro la persona (le cose sono cambiate solo nel 1996). Inoltre è chiaro che il Ministro sceglie di ignorare ciò che i movimenti femministi intendono, fin dagli anni 70, quando parlano di patriarcato. In ambito sociologico e degli Studi di Genere con questo termine non ci si riferisce infatti solo ai sistemi dove legalmente il potere è in mano al pater familias che lo trasmette ai figli maschi mentre le donne non godono di alcun diritto. Nella sua accezione socio-culturale la parola "patriarcato" indica un sistema sociale dove il maschile è ancora posto in una posizione gerarchicamente superiore rispetto al femminile. Questo ha conseguenze negli ambiti più diversi, dal gender pay gap al fatto che in Italia attualmente le sindache sono solo il 15,3% e le imprese a conduzione femminile il 27,6%, dal numero di neomamme che lasciano il lavoro rispetto ai neopapà, al fatto che i farmaci vengono ancora testati prevalentemente sugli individui di sesso maschile, dalla tampon tax sui prodotti per l'igiene femminile fino ai commenti sessisti in diretta Tv.
Il patriarcato è tutto questo e mantiene uno squilibrio di potere: gli uomini, rispetto alle donne, hanno più possibilità, più spazio, più risorse, più visibilità. Perché le cose non cambino è importante mantenere fissi i ruoli di genere con i loro relativi stereotipi: la donna che cura la famiglia, l'uomo al lavoro che guadagna, la donna che aspetta di essere corteggiata, l'uomo che ci prova, la donna emotiva, l'uomo forte e così via. Valditara dice che è preferibile parlare di «residui di maschilismo che vanno combattuti» e lo fa perché è più semplice pensare a del maschilismo isolato piuttosto che a un intero sistema di cui tutti gli uomini finiscono per beneficiare.
Riconoscere l'esistenza del patriarcato significa partire dal presupposto che tutti gli uomini stanno traendo dei vantaggi da un sistema che opprime le donne e che, per cambiare le cose i ruoli di genere vanno messi in discussione. In ogni caso, come ha osservato Gino Cecchettin in risposta al ministro, «Non è che se neghi una cosa questa non esiste. Il ministro ha parlato di soprusi, di violenze, di prevaricazione. È esattamente quello il patriarcato ed è tutto ciò che viene descritto nei manuali. Mi sembra solo una questione di nomenclatura. È la parola, oggi, che mette paura: ‘patriarcato' spaventa più di ‘guerra'. È un problema sociale, non ideologico. Quando ci riapproprieremo tutti del significato di questa parola, vorrà dire che avremmo fatto metà della strada».












