Ogni anno, quando si avvicina il 25 novembre, si comincia a parlare dei numeri dei femminicidi. Ci si conta (in Italia manca ancora un database istituzionale), non siamo mai tutte. Un anno ne mancano oltre 100, l'anno dopo più di 90. A volte si elencano i nomi, alcuni li abbiamo sentiti al telegiornale, abbiamo registrato qualcosa su com'è avvenuta l'uccisione o sull'età della vittima. Poi più niente. I numeri servono per quantificare il fenomeno, ma ci sono cose che non sono in grado di fare: generare empatia, qualificare la mancanza, esprimere il vuoto della perdita che invade il futuro. Come possiamo rendere presente quello che non c'è più? Come possiamo evocare un'assenza? Da un anno a questa parte Anna Bardazzi, autrice e traduttrice, ha cercato di rispondere a queste domande raccogliendo e registrando le storie e le vite delle donne uccise dalla violenza di genere in Italia. Il podcast, creato in collaborazione con l’avvocata Roberta Sandri, si intitola Ricorda il mio nome ed è un lavoro di archivio, di raccolta, una paziente pratica femminista di memoria che ci restituisce le vite cancellate. «Io penso che queste donne spesso muoiano due volte. Muoiono quando vengono ammazzate e muoiono perché diventano solo delle morte, come se non fossero mai esistite», spiega Bardazzi, «Sono state messe a tacere da vive perché hanno detto dei no e volevano essere libere, e vengono silenziate anche da morte. Per questo continuare a parlarne è un gesto potente. Se dimentichi che una persona esisteva finché qualcuno non l’ha ammazzata, se dimentichi che studiava come noi, mangiava come noi, rideva come noi, guardava la televisione come noi, allora puoi continuare a contare in eterno. Restano soltanto numeri».
Porre l'attenzione sulla vita delle donne uccise è un modo per chiedere giustizia e Ricorda il mio nome lo fa, insieme all'omonima newsletter, raccontando una storia al mese. Mariella Cimò, Lucia Bellucci, Carmela Morlino. Per il 25 novembre usciranno 7 episodi sull'uccisione delle sorelle Mirabal da cui deriva la ricorrenza della Giornata contro la violenza di genere. «Nessuna di queste storie è la mia storia, ma ci trovo sempre qualcosa di me», aggiunge Bardazzi, «Penso a Gilberta Palleschi ogni volta che mia madre va a camminare da sola. Gilberta aveva 60 anni e si godeva la sua indipendenza, un giorno è andata a camminare, un uomo ha cercato di stuprarla e l’ha uccisa a sassate. Penso a Michela Noli. Lei era fiorentina e aveva lavorato all'aeroporto di Firenze come addetta al check-in. Io nello stesso periodo vivevo all'estero e facevo continuamente avanti e indietro da Prato, che è la mia città natale. Mi chiedo spesso quante volte avrò fatto il check-in con Michela. Magari no, ma io mi sono convinta di sì».
Com’è nata l’idea di raccontare le vittime di femminicidio?
Io sono una bimba del True Crime, fin da ragazzina mi hanno appassionato le indagini, le storie da risolvere. Condivido questa passione con una mia carissima amica di lunga data che è l'avvocata Roberta Sandri e quindi ci confrontavamo sempre sui podcast che ascoltavamo, ma anche le storie che raccontavano in tv o sui giornali. Negli ultimi anni mi sono avvicinata sempre di più alle tematiche di violenza di genere. E così un anno fa ho detto a Roberta “Ma sai cosa manca? Manca un podcast che racconti i femminicidi”.
Il podcast, però, si discosta molto dal True Crime.
Ho capito fin da subito che non poteva essere un podcast True Crime e che non si poteva semplicemente raccontare i femminicidi senza fare un ragionamento. Poi, mano a mano che ragionavo sul progetto, mi sono resa conto che nessuno racconta mai le vittime. Due anni fa leggevo ancora dei titoli di giornali dove non veniva nemmeno riportato il nome della donna uccisa. Ora le cose stanno migliorando, ma dopo un attimo queste persone vengono dimenticate. Se la storia interessa, si parla del processo, delle indagini, ma non più della persona. Anzi, spesso davanti a un Alessandro Impagnatiello o a un Filippo Turetta, si parla di loro. A volte faccio ricerca e trovo addirittura articoli che titolano “Chi era Tizia” ma nel testo si parla solo dell’omicida. Questa cosa non mi dava pace.
Che linee guida ti sei data?
Innanzitutto non indugio mai troppo sui dettagli dell'uccisione, questa regola me la sono posta fin dall'inizio. Alcuni dettagli sono necessari per far capire davvero che cosa vuol dire morire di femminicidio, che non è semplicemente morire, ma morire con odio e crudeltà, tanto che spesso i colpevoli ricevono le aggravanti dei motivi abietti e futili. Tengo, però, sempre presente che dall'altra parte ci sono dei familiari, degli amici, dei figli, dei genitori che magari non hanno voglia di ascoltare per l'ennesima volta il modo in cui è stata uccisa la figlia, la sorella, la mamma. La parte dove parlo del femminicidio in sé è sempre quella più breve per lasciare invece spazio al racconto della persona: dov'è nata, com'era la sua famiglia, che studi ha fatto. Dopo l’incontro con l’aggressore e la ricostruzione del fatto, c'è una parte sul processo perché spesso, dopo l’interesse iniziale, si ignora come si sia concluso l’iter giudiziale. Io seleziono soltanto casi chiusi in Cassazione, quindi con una condanna definitiva.
Come lavori per ricostruire le storie di queste donne?
Cerchiamo di metterci in contatto con chi le conosceva, ma è veramente difficile. Serve molta cautela perché non tutti hanno voglia di essere contattati o di parlarne. Spesso è troppo doloroso e devi capire fin dove si può arrivare, anche a seconda di chi hai davanti. Scrivo sempre agli avvocati di parte civile, anche per avvisare di quello che sto facendo. A volte mi hanno risposto e mi hanno fornito del materiale relativo al processo mandandomi i ringraziamenti della famiglia. Altre volte non hanno risposto. Si tratta quindi di andare a sbobinare interviste su interviste, leggere articoli, guardare trasmissioni e incrociare i dati per scoprire la data di nascita di queste donne, la scuola che hanno frequentato, i gusti che avevano, e restituire un’immagine di chi erano.
Mi sembra una pratica estremamente intima.
Lo è davvero. Andiamo a guardare i profili social di queste donne per ricostruire com’erano, cosa facevano, dove abitavano, dove andavano. Cerchiamo di essere più accurate possibile. A volte si possono estrapolare dettagli anche dalle immagini. Mi ricordo che, ad esempio, con Gilberta Palleschi c'erano tante foto di lei in casa e si vedevano tantissimi libri e foto di viaggi. Siamo partite da questi elementi per parlare di lei e alla fine la famiglia è stata contenta e ci ha scritto per ringraziarci. Ormai per me sono tutte amiche. È così quando passi un mese a cercare informazioni su di loro, a guardarti le loro foto, a cercare di conoscerle. In ogni storia trovo qualcosa della mia storia e quindi della storia di ognuna di noi, sono piccole cose che fanno parte della vita di ogni donna.
Si crea una sorta di legame?
Alcune storie naturalmente possono avere maggiori punti di contatto con le nostre vicende personali. Io sono una donna di 42 anni con due figli adolescenti quindi magari mi sento più vicina a Maria Antonietta Gargiulo il cui ex marito era un carabiniere e ha sparato a lei, alle figlie e poi si è ucciso e lei sola è sopravvissuta. O magari posso identificarmi di più con Giovanna Zizzo, quando leggo di quello che faceva con la figlia, che l’ex marito ha ucciso, e delle abitudini che avevano insieme. Ma arriva con tutte un momento in cui ti dici “potrei essere io, potrebbe essere mia figlia, potrebbe essere mia madre”. Sempre, sempre, sempre: è la cosa più inquietante, perché ti chiedi “Come mai non succede a me?”.
Emerge chiaramente lo schema che si ripete?
Lo schema è davvero sempre lo stesso. Recentemente hanno dimostrato che attraverso lo studio dei dati si può capire qual è il rischio che ha una donna, in una determinata relazione con un uomo, di essere vittima di femminicidio. Solo che non siamo educate a renderci conto del pericolo. Consideriamo normali cose che non lo sono e dall'altra parte gli uomini non sono stati educati a gestire la frustrazione e la rabbia senza ricorrere alla violenza.
Quanto è faticoso il lavoro di recupero di queste vite spezzate?
I primi tempi è stato veramente difficile. Sono stata tantissimo tempo sulla prima storia, quella che poi è diventata l'episodio 3 su Carmela Morlino. Era come un incubo, pensavo sempre a quello, non mi ero ancora creata uno schermo protettivo. E poi erano i giorni del ritrovamento del corpo di Giulia Cecchettin. Il podcast è uscito per la prima volta lo scorso 25 novembre e ricordo che il 24 ero ad un book club e mi hanno chiesto di presentare il progetto. Io mi sono messa a piangere. Ora è diverso, so fin dove posso arrivare e mi sono costruita una piccola corazza per poter resistere, perché veramente è straziante. Sono donne qualunque, siamo noi.
Questo bagaglio emotivo emerge anche ascoltando il podcast, storia dopo storia
Ci sono alcune persone che mi scrivono per giustificarsi del fatto che non riescono ad ascoltarlo, anche se non è che ci siano dettagli macabri o altro. Mi ringraziano per il lavoro che faccio ma mi dicono “Io non ce la faccio”. Credo che traspaia molto quello che provo raccontando queste storie. Una volta pensavo fosse un segno di debolezza, che la mia scrittura non potesse venire considerata ad alto livello perché intrisa di emozioni e quindi troppo “femminile”. Siamo cresciute così, con l'idea che le emozioni e le cose considerate femminili andassero sminuite. Ora invece mi riapproprio anche di questo, della capacità non solo di esprimere i sentimenti, ma di far provare delle emozioni agli altri con quello che dico. Per me è un grande atto di rivoluzione.
Anche le emozioni possono avere valenza politica: credi che tutto questo dolore ce l’abbia?
Io ne ho fatto la mia piccola missione politica. Ormai lo sento come un dovere. Penso che ognuno possa fare la sua parte e io all'inizio non sapevo dove mi avrebbe portata questo progetto, ma ora so che questa per me è la strada, quindi non posso smettere. Mi sembra di fare qualcosa che nessuno fa e ricevo anche tanti messaggi in cui vedo un cambio di mentalità, nelle donne e negli uomini.
Dolore e ricordo sono intrinsecamente legati. Perché è importante coltivare la memoria delle donne vittime di femminicidio?
Sapere che le vittime di femminicidi sono davvero esistite, fa rabbia a chi nega il problema. Credo che la prova di questo sia ciò che è successo a Gino Cecchettin dopo la morte di Giulia. Il fatto che lui non sia stato zitto e abbia scritto un libro genera fastidio. È pieno di persone che dicono che ora vuole essere protagonista o che mi scrivono “Ah, però lui non mi piace”. Gino Cecchettin ha fatto esattamente quello che faccio io, cioè prendere la persona che è stata uccisa e renderla tridimensionale, rimetterla al centro della sua stessa storia. Se lui e sua figlia Elena non continuassero a fare tutto il lavoro che fanno, non ci sarebbe neanche più Giulia. Dobbiamo recuperare i dettagli di vita che rendono queste persone reali. Giulia Cecchettin era una figlia che collezionava cose strane in camera sua: io, leggendo Cara Giulia, me la sono vista davanti! Ma tutte le altre donne non le vediamo perché nessuno ce le racconta e quindi ce ne dimentichiamo subito. Un numero non vuol dire niente, è un conteggio e basta: 83, 97, ah, sono meno dell'anno scorso! Ma il punto è che io oggi respiro e domani non respiro più perché un uomo ha deciso per me.





