Non importa quanta discriminazione vivano le persone trans, i numeri sui tassi di suicidio tra gli adolescenti trans e le testimonianze di aggressioni e violenza, in molti continuano a pensare che si possa scegliere la transizione con leggerezza, per capriccio. Chi sostiene questa tesi porta spesso come prova i casi di "detransizione" sostenendo che ci siano molte persone, soprattutto molti adolescenti che, una volta iniziato il percorso di transizione, scelgono di interromperlo. Non è che le detransizioni (o forse sarebbe meglio chiamarle "ritransizioni" perché non si tratta di un semplice tornare indietro) non esistano, ma la questione è complessa e mancano ancora studi approfonditi sull'argomento.

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Una ricerca statunitense del 2015 che ha analizzato circa 28mila persone transgender ha rilevato come solo l’8% del totale abbia temporaneamente interrotto la transizione, smesso di assumere gli ormoni o ripreso a usare i pronomi assegnati alla nascita. Il 62% di queste, però, al momento della ricerca era già tornato a identificarsi con il genere diverso da quello assegnato alla nascita. Ora un nuovo studio pubblicato su JAMA Pediatrics si è concentrato nello specifico sugli adolescenti trans, sempre al centro del dibattito in questi anni (anche in Italia, dove si discute dell'uso dei bloccanti della pubertà). Ha analizzato le esperienze di 220 giovani transgender in transizione da almeno cinque anni tramite il TransYouth Project della Princeton University e ha scoperto che il 97% dei giovani trans non si pente della transizione.

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Catherine McGann//Getty Images

L'età media dei partecipanti allo studio era 16 anni, avevano mediamente iniziato a prendere i bloccanti della pubertà a 11 anni e a prendere gli ormoni per l'affermazione di genere a 13 anni. Di questi solo nove pazienti hanno espresso qualche tipo di rammarico riguardo i farmaci bloccanti e/o la terapia ormonale. Si pensi che, secondo una ricerca del 2020, solo l'intervento di sostituzione del ginocchio negli USA ha un tasso di rimpianto di circa il 20%. Di questi partecipanti, quattro hanno cessato le cure, uno sta pianificando di interromperle e altri quattro hanno scelto di proseguire.

«Non sono rimasta sorpresa dalla direzione generale dei risultati perché, quando abbiamo analizzato i dati, avevo incontrato così tanti giovani che si erano dimostrati soddisfatti delle cure mediche per la transizione», ha commentato Kristina R. Olson, principale autrice dello studio, «ma sono rimasto sorpreso da quante persone si sentissero così soddisfatte. Mi è diventato chiaro che non si trattava di una circostanza rara o eccezionale, ma che la stragrande maggioranza dei giovani che ricevevano queste cure ne era felice».

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Certo risulta importante anche capire le motivazioni di chi invece interrompe le cure. Le ragioni possono essere varie e possono non avere nulla a che fare con la propria identità di genere, ma essere legate a come si risponde ai farmaci, alla propria situazione familiare, alla propria salute psichica e fisica. Lo studio non ha approfondito le motivazioni ma, come sottolinea Olson, «alcuni hanno espresso rammarico per un aspetto del processo di cura, come un effetto avverso o un ritardo nello sviluppo rispetto ai loro coetanei». «I risultati», si legge nello studio, «suggeriscono che i giovani che accedono a bloccanti della pubertà e ormoni come parte dell'assistenza di affermazione di genere tendono a essere soddisfatti e a non pentirsi di tale assistenza diversi anni dopo». «Sebbene il rammarico sia stato raro», aggiungono però i ricercatori, «anche queste esperienze devono essere meglio comprese».