Il 28 settembre, nella giornata internazionale per l’aborto sicuro, quest'anno si guarda all'Ospedale Sant'Anna di Torino. In occasione della ricorrenza, il movimento femminista Non Una di Meno ha organizzato un presidio di fronte all'ospedale, luogo in cui, qualche settimana, fa è stata aperta la stanza per l'ascolto gestita da associazioni antiabortiste con fondi pubblici e diventata simbolo dei continui attacchi alla libertà di decidere del proprio corpo. La mobilitazione si è schierata contro le politiche regionali «che da anni sposano obiettivi antiabortisti, retrogradi e lesivi della libertà di scelta». Circa 400 persone si sono radunate davanti al Sant'Anna per chiedere la chiusura della stanza dell'ascolto e alcune sono riuscite a entrare nell'ospedale affiggendo alle finestre lo striscione «Sant'Anna occupato».
Aperta lo scorso 9 settembre, la stanza dell'ascolto è al centro del dibattito e di un ricorso al Tar per violazione della 194. Ufficialmente il suo scopo è «far superare le cause che potrebbero indurre all'interruzione della gravidanza» tramite un colloquio con dei volontari del Movimento per la Vita ma, secondo la Cgil che ha partecipato al presidio, «la stanza nei fatti non esiste, come il nostro recente sopralluogo ha dimostrato e ben documentato. Esiste la volontà di fare propaganda usando il corpo e la libera scelta delle donne». Le associazioni che si sono unite alla protesta hanno chiesto che i fondi pubblici vengano piuttosto destinati ai Consultori, a servizi concreti per la salute riproduttiva delle donne e la prevenzione e che le associazioni antiabortiste siano tenute fuori dagli ospedali. Alcune rappresentanti di Non Una di Meno sono riuscite a ottenere un colloquio con il direttore dell'Ospedale, Umberto Fiandra e con il direttore generale della Città della Salute, Giovanni La Valle. «Ci siamo confrontati, ma loro hanno continuato a dire che la stanza rientra nella 194 e che quindi non hanno intenzione di chiuderla», hanno fatto sapere le attiviste.
La protesta e l'occupazione simbolica dell'edificio ha rievocato una manifestazione del 1978 quando il movimento delle donne aveva occupato il Sant'Anna per pretendere la piena applicazione della Legge 194, da poco approvata. «C'è un filo rosso di sorellanza che ci lega con le compagne di quegli anni», si legge sulla pagina Instagram di Non Una di Meno Torino, «Perché se oggi non moriamo più a milioni a causa di procedure abortive pericolose e possiamo rivendicare un aborto con procedure sempre meno invasive è grazie a tutte quelle donne che hanno riempito le piazze, si sono autodenunciate e sono state processate per aver abortito, hanno aperto i consultori autogestiti, hanno condiviso saperi e pratiche e infine hanno ottenuto una legge, che seppur nelle sue limitazioni, ha riconosciuto il nostro diritto a scegliere e autodeterminarci, permettendoci ora di pretendere di più, in linea con le attuali tecnologie riproduttive».











