Nel 1987, la linguista Alma Sabatini redigeva per incarico della Presidenza del Consiglio dei ministri e della Commissione nazionale per la Parità e le Pari opportunità tra uomo e donna le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana. Di anni ne sono passati ma i nomi femminili continuano a essere argomento di dibattito. Non s0no tanto un problema a livello grammaticale, dato che, come spiegava già Sabatini, la lingua italiana prevede regole molto chiare per rendere le parole al maschile o al femminile. È piuttosto un dilemma culturale che, nell'ultimo periodo, sta emergendo soprattutto nelle aule del Parlamento, dove parole come "segretaria di partito", "sindaca", "ministra", "questora" sono ormai terreno di scontro politico.

Questo accanimento potrebbe quasi far sorridere, pensare che tra un decennio lo vedremo come uno dei tanti aneddoti sessisti, simile ai commenti dei deputati che si rifiutavano di accettare le prime donne in Parlamento. «Per sbagliare bastiamo noi. E sarebbe eccessivo che vi aggiungeste anche voialtre» diceva, ad esempio, nel 1945 il presidente del Consiglio Ferruccio Parri, tra i padri della futura Repubblica (frasi del genere sono accuratamente raccolte nel libro Stai zitta e va’ in cucina di Filippo Maria Battaglia). Oggi le donne in Parlamento hanno l'ardire di chiedere di essere chiamate con nomi femminili e un anno fa il Senato ha detto formalmente no, respingendo un emendamento che chiedeva la parità di genere nel linguaggio istituzionale. In questi giorni, poi, la Lega ha prima promosso e poi ritirato una proposta del senatore Manfredi Potenti dal titolo Disposizioni per la tutela della lingua italiana, rispetto alle differenze di genere. Si trattava sostanzialmente di un divieto in qualsiasi atto o documento pubblico di esprimere «il genere femminile per neologismi applicati ai titoli istituzionali dello stato, ai gradi militari, ai titoli professionali, alle onorificenze, ed agli incarichi individuati da atti aventi forza di legge». Era prevista anche una multa tra i 1.000 e i 5.000 euro.

La Lega, dopo una bufera mediatica, alla fine ha dichiarato che il disegno «non rispecchia in alcun modo la linea della Lega» e ne ha chiesto il ritiro, ma il panico da professioni femminili rimane. Lo scorso dicembre la deputata Maria Cecilia Guerra del Pd si è rivolta al presidente della Camera di turno Giorgio Mulè chiamandolo al femminile «Signora presidente», imitando i tanti che appellano le deputate al maschile. «Onorevole Guerra, avrei qualcosa da ridire. La mia identità è quella e se si rivolge a me lo faccia come presidente, non si può rivolgere a me come "signora presidente"», ha protestato lui. «Se è permesso rivolgersi a una donna con appellativo maschile, allora è consentito anche a me rivolgermi a lei al femminile», è stata la risposta di Guerra, «Lei tiene al suo genere, io tengo al mio».

Il dilemma scalda gli animi. Certo, nessuno ha da ridire quando si tratta di nomi di professioni tipo "cameriera", "operaia", "parrucchiera" o "maestra". A stridere sono sempre i femminili di quelle professioni che sono state aperte alle donne solo relativamente di recente: magistrata, ingegnera, avvocata, architetta. Si può dire che «suonano male», ma non che sono sbagliati grammaticalmente (nonostante dibattiti e voli pindarici sulle loro origini linguistiche si sprechino). L'unico modo per far sì che i nomi femminili vengano accettati è pronunciarli, ricordarsi di usarli, normalizzarli, farli entrare nell'uso comune e non solo per una questione formale. Negare alle donne il femminile nelle loro professioni è ribadire sottilmente che stanno ancora prendendo in prestito una posizione maschile. Al contrario «Nominare le donne, soprattutto le donne professioniste, può contribuire a cambiare anche la percezione nei loro confronti», spiega in un'intervista la linguista Vera Gheno autrice del libro Femminili singolari, «Ogni parola che usiamo è atto di identità individuale (racconta agli altri chi siamo), atto di identità collettivo (identifica la “tribù” alla quale apparteniamo) e indicazione della nostra visione del mondo (noi esseri umani concettualizziamo la realtà che ci circonda tramite le parole)».