Quando ho telefonato a Eleonora Bruni (40 anni), operatrice Emergency che da oltre 10 anni lavora tra l’Italia e il Centro di Maternità di Anabah, in Afghanistan, non pensavo che avremmo parlato tanto a lungo. Mi ci è voluto poco, però, per capire che quello che aveva da raccontarmi era tutt’altro che comune e che non avrei mai esaurito le domande.
Di donne e Afghanistan si parla molto, specie dal 2021 quando i talebani hanno ripreso il controllo del Paese limitando fortemente i diritti femminili a livello di istruzione e lavorativo, di libertà personale e di movimento, di salute riproduttiva. Spesso, però, le informazioni che circolano sono vaghe, lontane, nebulose. Il centro Emergency di Anabah nella Valle del Panshir, invece, offre un punto di vista unico, non solo perché dal 2003 fornisce assistenza ginecologica, ostetrica, prenatale e neonatale alle donne afghane (nel 2023 ha garantito oltre 4.000 parti sicuri e oltre 17.000 visite), ma anche perché è un polo formativo e lavorativo per decine di infermiere e ostetriche. «Abbiamo davvero un osservatorio privilegiato sulla situazione femminile», conferma Bruni, «e questo perché ad Anabah lavoriamo con le donne e per le donne ».
Chi lavora oggi nel centro di Anabah?
È un progetto di lungo termine e sono molto contenta di dire che il 99% del lavoro lo svolgono brillantemente le colleghe afgane. C'è ancora la presenza di due colleghe ostetriche internazionali che supportano le attività, ma il livello di autonomia sia clinica che gestionale è veramente buono. Negli anni precedenti al 2021 c’era stato un miglioramento sensibile a livello di formazione da quando le donne avevano potuto studiare e formarsi, ora vedremo cosa succederà. Al momento i corsi di ostetricia in Afghanistan sono l'unico corso di istruzione superiore che è stato mantenuto anche dal nuovo regime talebano.
Di questo, in effetti, non si parla molto.
L’ho scoperto anch'io l'anno scorso. Sono stata in Afghanistan per capire cosa stava succedendo nei vari ospedali della regione di Helmand. La figura dell'ostetrica è l'unica che è stata mantenuta sia a livello professionale che di formazione, infatti rimane una possibilità per le studentesse che vogliono studiare e lavorare e che magari prima erano iscritte ad altri corsi. Rispetto al regime di trent'anni fa qualcosa è stato salvato a livello governativo: gli ospedali almeno hanno le sale parto e c’è un po’ più di attenzione alla salute materna.
Le dottoresse già formate possono continuare a lavorare?
Per ora sì, le dottoresse già formate e abilitate possono lavorare, anche negli ospedali pubblici, ma la situazione è complicata. In generale dopo il 2021 tanti medici ne sono andati dal Paese, dottoresse comprese. È capitato anche ad alcune delle nostre. Ora a livello di formazione è stato tutto interrotto, perciò possono accedere ai nostri corsi specialistici le dottoresse già laureate, ma il grosso problema sarà quando questo bacino didonne che hanno studiato almeno fino a un certo livello si esauriràperché sono già quasi tre anni che la formazione secondaria è completamente sospesa.
Quante sono le ostetriche che lavorano con voi?
Sono quasi 70 e solitamente abbastanza giovani. Questo perché in passato, quando queste donne si sposavano e cambiavano casa o iniziavano ad avere figli, non sempre le famiglie continuavano a permettere loro di lavorare. C’era parecchio turnover perché magari la famiglia d'origine era molto favorevole a farle studiare e lavorare, ma poi col matrimonio non le vedevamo più. Ricordo una nostra collega storica: lei veniva da una famiglia dove il padre non aveva mai voluto che indossasse il burqa, e le aveva sempre permesso di uscire e recarsi al lavoro. Quando si è sposata, però, inizialmente i parenti del marito non volevano che venisse al centro perché comunque vuol dire stare fuori casa, fare le notti, non è scontato. Lei, pur di continuare, si è accordata con la famiglia del marito che in cambio si sarebbe messa il burqa.
Oggi le famiglie continuano a permettere loro di lavorare?
Oggi la situazione è diversa. L'Afghanistan sta vivendo una crisi economica enorme e tante delle nostre colleghe sono le uniche che guadagnano perché i loro mariti hanno perso il lavoro: questo permette loro di continuare a lavorare anche dopo matrimonio e figli. Hanno la responsabilità di sostenere l’intera famiglia.
Può essere una forma, per quanto estrema, di emancipazione?
Sì, lo vedi che per loro non è solo lavoro. Ho sempre percepito che il fatto di essere qualificate professionalmente e di avere un lavoro anche socialmente riconosciuto andasse al di là dello stipendio. È una risorsa enorme che dà loro più potere decisionale a livello personale, ma anche sui figli e sulla famiglia. E poi è una forma di riconoscimento: fuori dall’ospedale sono figlie, mamme o mogli, al centro hanno un ruolo professionale.
Le donne afghane non possono più circolare liberamente per le strade. Come fanno le vostre ostetriche a raggiungere l'ospedale?
C’è un bus apposito per lo staff di Emergency, ma ai punti di raccolta ci devono arrivare autonomamente. Prima del 2021 non era un problema, ma ora sì. Servono dei familiari che le accompagnino oppure devono rischiare di farsi trovare per strada da sole. Di buono c’è che Emergency è un'organizzazione ormai radicata e conosciuta sul territorio e non ha mai subito azioni violente o intimidazioni. Eppure alcune colleghe hanno effettivamente dovuto rinunciare al lavoro proprio perché non riuscivano più ad arrivarci.
Si indossa il burqa all’interno del centro?
No, abbiamo la regola per cui va tolto all’entrata. Lo portano per il tragitto e poi rimangono solo con il velo. Nei reparti di maternità gli uomini non possono entrare quindi è uno spazio dove le donne possono davvero essere loro stesse.
A livello di lingua come comunicate tra di voi?
Con lo staff parliamo in inglese come su tutti nostri progetti all’estero. A volte invece capita che anche noi internazionali grazie a pazienti e colleghe impariamo alcune parole nella loro lingua il che è utile per comunicare ad esempio durante il travaglio anche se in quei momenti non c'è bisogno di tante parole, e poi ci sono sempre le colleghe del posto a fare da tramite. Alcune ostetriche parlano ormai inglese in modo molto fluido, altre fanno un po' fatica, cosa che è fonte anche di grandi divertimenti: tra le varie storpiature escono delle vere perle! Insieme si vivono momenti forti, lacrime, ma anche tante risate. Si scopre che sono ironiche, che possono essere molto divertenti.
Che attività si svolgono nel centro?
Nel reparto maternità facciamo principalmente attività ostetrica, quindi di assistenza a tutto il periodo di gravidanza prima e dopo il parto. Abbiamo anche un'attività di ginecologia e chirurgia ginecologica. Le nostre attività si svolgono sia in cliniche sparse sul territorio, che al centro dove ci concentriamo in particolare sui casi più ad alto rischio.
È inusuale per le donne afghane partorire in ospedale?
Su questo abbiamo visto un grande cambio socio culturale grazie alla presenza dell'ospedale Emergency sul territorio. Tra il 2005 e il 2010 c'erano relativamente poche donne che venivano a partorire. Il centro non si trova in città, è in una zona montuosa, bisogna raggiungerlo appositamente. E poi il parto è spesso visto come una questione privata che si svolge in casa. Ci è voluto del tempo perché si fidassero di far ricoverare le donne, ma nel 2016 abbiamo inaugurato un nuovo edificio perché i numeri erano in crescita.
Oggi il centro è conosciuto nella zona?
Negli anni si è sparsa la voce, sempre più persone hanno visto che partorire da noi era sicuro sia per le donne che per i bambini. E poi Emergency garantisce tutto gratuitamente e questo è fondamentale soprattutto per le fasce di popolazione rurale e più povere che sono spesso anche quelle che hanno un livello di salute più basso. Quando ero Medical Coordinator del centro ricordo un incontro con un signore anziano, un capo villaggio che mi disse «Nel mio villaggio le donne erano sempre morte di parto, era un evento normale. A volte sopravvivevano, a volte morivano, punto. Da quando abbiamo iniziato a portarle da voi, invece, tornano tutte». Lui è stato uno dei promotori del nostro centro, figure del genere sono fondamentali per costruire un legame con la comunità, ma ora il rischio maggiore è quello di tornare indietro.
Cosa intendi?
Povertà e limitazione dell'autodeterminazione femminile influiscono sulla salute delle donne. La scelta di far venire le partorienti in ospedale è sempre stata legata alla volontà del marito e della famiglia allargata, ma fino a qualche anno fa capitava sempre più spesso che le puerpere arrivassero anche con 2 o 3 parenti donne se proprio mancava il marito o l'uomo di casa. A volte si portavano dietro dei figli o dei cugini piccoli che, essendo uomini, potevano fungere da accompagnatori. Ora è diverso. L'anno scorso una donna è arrivata al centro in fin di vita. Veniva da un villaggio rurale a quasi 3 ore di distanza in macchina ed era stata tenuta un giorno intero a casa con delle convulsioni dovute a una complicanza che si chiama eclampsia perché la famiglia del marito non voleva portarla in ospedale. Solo quando è andato a trovarla il fratello ha deciso di chiedere aiuto, ma era troppo tardi e non ce l’ha fatta.
Chi sono, di solito, le vostre pazienti?
La nostra utenza è molto varia. Oggi vediamo sia donne che vengono dalle città sia da paesi rurali da cui magari è la prima volta che escono, donne che non sanno leggere o scrivere e pochissime che, invece, parlano un po’ di inglese. Una cosa che ho notato dopo il 2021 è un aumento a livello di gravidanze molto precoci, adolescenziali: ragazzine di 13 o 14 anni.
Come mai secondo te?
Posso solo dare la mia interpretazione e credo che, con la povertà in aumento, le famiglie che hanno tante figlie scelgano più spesso di darle in spose per ricavare un guadagno. E poi prima del 2021 si poteva mandarle a scuola e investire su di loro sperando che trovassero un lavoro, oggi non c’è un’altra prospettiva e l'unica possibilità per le figlie femmine è il matrimonio e fare figli. L’emancipazione economica e professionale ha ripercussioni anche su questo.
Seguite le donne anche nel post parto?
Offriamo anche un servizio di cure post parto, anche se sono meno le pazienti che afferiscono dopo aver partorito, a parte quelle che hanno avuto maggiori complicanze e hanno quindi un recupero più complesso. In questi casi specifici la nostra raccomandazione medica è quella di una contraccezione di lungo termine, perché un'altra gravidanza sarebbe fatale.
In questi casi la contraccezione è tollerata?
È un argomento abbastanza delicato. Può venire accettata per quelle donne che hanno già avuto un certo numero di figli. Cerchiamo di passare il messaggio che possa essere utile non tanto per non farne più, ma per distanziare le nascite e tutelare la salute sia della mamma che dei bambini. In questo senso anche a livello governativo talebano nelle cliniche pubbliche è previsto il cosiddetto “family planning”. Magari viene proposto alle donne solo dopo cinque o sei figli, ma sono rimasta ugualmente stupita quando ho scoperto che non l’avevano completamente vietata.
Cosa ti resta quando torni dalle missioni dopo un periodo con queste donne?
Mi sento molto, molto fortunata e provo anche un grande senso di colpa. Il fatto che io possa uscire col buio, da sola, in città: ecco, le mie colleghe afgane non lo possono fare! Mi sento privilegiata anche solo ad andare a fare una passeggiata per fare la spesa, non dico necessariamente la movida più sfrenata, ma solo andare in bicicletta o al mare. D'altra parte, però, non va fatto l'errore di sentirsi tanto superiori: ai diritti delle donne bisogna fare attenzione ovunque, anche qui.

















