«Anche il mio primo Pride è stato a Milano. Avevo un'amica che viveva qui e sono venuto apposta per la parata. Sai, era una di quelle cose che senti sempre raccontare al telegiornale, ma finché non la vivi non capisci l'emozione». A volte sono i luoghi a testimoniare la chiusura di un cerchio o forse, semplicemente, le forme inaspettate che la vita assume, facendoti sorridere ad anni di distanza. Vale per Edoardo Zaggia che, quest'anno, a quello stesso Milano Pride sarà tra i conduttori del grande evento finale all'Arco della Pace, sabato 29 giugno insieme a Marta Pizzigallo, Francesco Cicconetti, Kaze e Fabrizio Colica. Il corteo partirà da piazza Repubblica alle 16 e si concluderà sul palco con artisti come Orietta Berti, i Ricchi e Poveri, BigMama, Beatrice Quinta, Gaia, Francesca Michielin e molti altri.

Comico e content creator, Zaggia è noto sui social (più di 200.000 follower su Instagram e quasi 400.00 su TikTok) per i suoi contenuti esilaranti, tra video sulle più brutte parrucche da trovare su Shein, hit generate con l'intelligenza artificiale (una dedicata a Luciana Litizzetto), consigli su come non provarci con una donna e ricordi più o meno traumatici delle lezioni di catechismo. Lui e il regista Alberto Sacco, compagni nel lavoro e nella vita, hanno lanciato il format Rubrichette nel 2020 salvandoci dalla noia interminabile della pandemia. Oggi tengono un podcast (Katia), hanno scritto un libro (Ho paura delle suore), condotto un programma su Comedy Central e dimostrato che il patriarcato eteronormativo è molto divertente da smantellare ridendoci su. «Al Pride dovrebbe andarci chiunque, non solo chi si riconosce in una determinata comunità», racconta Zaggia a Cosmopolitan, «È un'esperienza unica, un momento in cui ognuno può camminare sicuro per le strade della propria città: famiglie, gruppi di amici, persone da sole. Senti la gioia di esserci, di farsi vedere, di non doversi nascondere come era in passato e purtroppo, in alcuni casi, ancora oggi».

Se ti dico Pride Month?

«È il mese più bello dell'anno, è l'alta stagione, è la settimana della moda. Lo aspetto sempre con grande trepidazione. È un mese in cui davvero inorgoglirsi perché ci sono occasioni per trovarsi con le persone con cui stai bene in degli spazi safe e sentirsi più rappresentati. Il nostro lavoro, poi, cha portato me e Alberto a poter fare cose che, se ce l'avessero dette due, quattro o dieci anni fa, ci saremmo detti «Oddio, non succederà mai». Ad esempio quest'anno abbiamo avuto l'occasione di condurre il Padova Pride, che è un po’ la città in cui siamo cresciuti, ed è stato un grandissimo onore, un'emozione incredibile».

E sabato al Milano Pride ti vedremo sul palco tra i conduttori della festa finale, che effetto fa?

«Non vedo l’ora, sono emozionatissimo. Già ero su di giri per la conduzione di Padova, puoi immaginarti come può essere per Milano, che poi è la città di elezione in cui abbiamo scelto di vivere. Io credo che quest'anno ci siano ancora più motivi per scendere in piazza e per manifestare nel corteo del Pride, ed è un onore poter essere sul palco ad accogliere le persone che arrivano dopo una lunga camminata e avere l'opportunità di presentare le varie associazioni che si impegnano annualmente sul territorio e poter intervistare persone che arrivano anche da altri Paesi».

Facciamo un passo indietro. Com’è iniziato tutto?

«Io e Alberto Sacco ci eravamo da poco spostati a Milano, io stavo calcando i primi palchi di stand up comedy per farmi conoscere e lui aveva finito i suoi studi a Roma come regista. Abbiamo iniziato a fare contenuti online poco prima della pandemia e il nostro obiettivo era esprimere la nostra creatività. Non avevamo conoscenze e collegamenti con questo mondo, quindi ci siamo detti “Senti, internet è un posto democratico. Partiamo da lì e vediamo dove si arriva”. Lavoravamo in ufficio fino alle sei e mezza di sera e poi ci mettevamo a progettare e montare i video per Rubrichette: sono stati anni intensi. Oggi rimane l'obiettivo di passare anche ai media tradizionali, quindi la televisione e il cinema, ma è un percorso complesso e servono anni di gavetta per arrivarci. Nel frattempo stiamo già facendo quello che ci piace, quello che una volta sognavamo di fare».

Siamo a più di 150 puntate di Rubrichette, ne hai una preferita?

«Di solito sono quelle dove riesco a convincere Alberto Sacco a venire davanti alla telecamera. Ricordo una volta in cui l'ho trasformato in Lupo Lucio, personaggio della Melevisione, perché aveva i capelli che gli stavano crescendo. Quella mi ha fatto molto ridere. Anche alcune puntate sulle suore sono molto divertenti!».

Come nascono i vostri contenuti?

«Sai quelle idee che arrivano quando meno te l'aspetti, quando ti lavi i denti o stai portando giù la spazzatura? Di solito le nostre hanno sempre un po’ a che fare con il logorio della vita moderna, per fare una citazione. Poi c’è sempre un dialogo: io e Alberto ci sediamo - o stiamo in piedi e camminiamo per la stanza - e ci ragioniamo su. Partiamo da quegli aspetti della vita a cui siamo tutti abituati, ma se per un secondo ti fermi a guardarli dici “Urca, ma non è normalissimo!”. Un esempio: gli affitti a Milano».

Capita che qualcuno si senta offeso dai vostri video?

«Grazie a Dio no. Tranne mia madre, ovviamente! Ora piacciono molto i video in cui scherziamo sulle mamme e lei non è che li trovi offensivi, ma non si sente rappresentata. Mi dice “No, no, io non sono così!”. E ok che si spinge un po’ sulla caricatura, ma almeno un paio di uscite in ogni video dedicato alle madri sono cose che vengono da lei! La cosa bella è che nei commenti ci sono anche persone che ci scrivono «Ma questa sono io, mica mia madre!» alla fine sono abitudini che fanno sorridere e che possiamo avere tutti. Non si tratta mai di puntare il dito».

Vi date delle regole su questo?

«Quando creiamo dei personaggi o delle situazioni comiche, con Alberto cerchiamo sempre di non offendere nessuno: ci piace il punch up e non il punch down e quindi prendersela con chi magari ha bisogno di qualche critica. In questo ci affidiamo al nostro buon senso: viviamo la vita di tutti i giorni, leggiamo i commenti online, leggiamo notizie, cerchiamo di essere sempre informati e di avere il polso del sentimento comune».

C’è incompatibilità tra comicità e il cosiddetto “politicamente corretto”?

«Per me assolutamente no. Penso che nel 99% dei casi (lascio fuori un 1% che non si sa mai!), la comicità si possa fare senza offendere nessuno. Solo che è più difficile, più complesso e non può essere la prima battuta da bar che ti viene in mente perché magari deriva da un retaggio legato alla società in cui viviamo, di cui si è sempre riso ma che oggi, per fortuna, non fa più ridere. Ora si identifica come “politicamente corretto” un'attenzione che sarebbe dovuta esistere da sempre».

Cosa si risponde al “Non si può più dire niente”?

«Forse che certe persone non hanno più niente da dire. Che stanno dicendo cose su cui la risata non vince più. Magari qualcuno che ride ancora c’è, ma sono più le persone che non ridono e, anzi, si offendono».

Da dove nasce questa indignazione?

«Lo sento spesso dire da alcuni colleghi (passami il termine) che magari sono ben affermati e hanno avuto una carriera che è esplosa e cresciuta dieci, venti o trent’anni fa. Oggi si scontrano con la realtà che giustamente si è evoluta e magari fanno fatica perché dicono «Cavolo, io ho sempre parlato di determinate cose in un determinato modo e oggi se lo faccio c’è chi mi dice che non fa più ridere». Perché poi è semplicemente questo che succede! Non si sta togliendo la voce a nessuno: i comici possono continuare a fare qualsiasi tipo di battuta, però ci sono delle categorie di persone che dicono: “Attenzione, per me non fa ridere”».

Cosa significa per te “libertà”?

«È un concetto fondamentale, sia per me come comico che come persona in generale. Credo che la libertà sia un diritto fondamentale per tutti, ma per alcune comunità si tratta proprio ancora di libertà di esistere, di esserci, di farsi vedere».

Sono tempi complessi tra guerre, crisi e diritti negati, certi giorni è difficile trovare il modo di ridere e far ridere?

«A volte ti senti un po' in un campo di battaglia e ti dici "Ma, aspetta, ha senso qui fare il giullare? Magari sarebbe il caso di indossare elmo e spada e iniziare a combattere". Però nel modo in cui sia io che Alberto Sacco intendiamo la comicità, spesso ci piace far passare messaggi e valori in cui crediamo, anche attraverso il nostro essere giullari. Parliamo di temi che ci riguardano, di notizie che riguardano la comunità LGBT+ o i giovani o lo stile di vita in determinati posti d'Italia. Però non ti nego che ci sono giorni e momenti in cui ti dici boh, oggi è meglio che sto zitto, poi si tornerà a ridere, anche solo per alleggerire chi ne avrà voglia».

Può essere una forma di resistenza politica?

«Per me personalmente sì, ma non so se tutte le categorie di persone riescano a farlo. A me serve ed è sempre servito come scudo contro le cose brutte».

Quali sono i temi più importanti di cui parlare in questo Mese del Pride 2024?

«I diritti. Non è un periodo roseo, a Padova ci sono donne a cui è stata tolta la maternità dei figli dai registri, sono momenti complessi per la comunità. I diritti che sembrava si stessero concretizzando in momenti come questo sembrano più lontani. Ma dobbiamo continuare a lottare: per il matrimonio egualitario, per il diritto alle adozioni per le coppie dello stesso sesso e per una maggiore inclusione di qualsiasi tipo di diversità».

Manca poco a sabato, ormai. Ti stai preparando?

«Assolutamente! Ci stiamo sentendo con i miei colleghi e amici Francesco Cicconetti e Marta Pizzigallo e col team magnifico di organizzatori di tutto il Pride di Milano. E mi sto preparando a gestire l'ondata di energia e di amore che ci invaderà tutti al momento del ritrovo all'Arco della Pace».