Quando si discute di donne transgender nello sport risulta chiara una certa tendenza: se ne parla solo quando vincono, il problema sta tutto lì. Alle Olimpiadi di Tokyo la sollevatrice Laurel Hubbard è stata la prima atleta trans nella storia dei Giochi olimpici moderni e certo la sua qualificazione ha fatto parlare, ma tutto si è sgonfiato quando, una volta a Tokyo, Hubbard è stata una delle prime atlete eliminate nella sua categoria, e successivamente si è ritirata. Ben diverso è il discorso quando si tratta di atlete trans che competono per vincere e ci riescono anche piuttosto bene, come nel caso di Lia Thomas. La nuotatrice statunitense, infatti, è stata esclusa dalle Olimpiadi di Parigi dopo aver raggiunto notevoli risultati in alcuni tornei americani.
Thomas ha fatto causa alla Federazione internazionale di nuoto World Aquatics per via di un nuovo regolamento introdotto nel 2022: chiunque abbia attraversato «qualsiasi momento della pubertà maschile» non può più gareggiare nella categoria femminile delle competizioni d’élite tra cui le Olimpiadi. Questa regola, introdotta proprio dopo una vittoria di Thomas, di fatto esclude chiunque abbia effettuato una transizione di genere dopo i 12 anni dalla possibilità di partecipare a gare di nuoto di alto livello. Thomas è stata quindi esclusa dalle gare internazionali di nuoto e dal team olimpico degli Stati Uniti, ma sperava ancora di poter vincere la causa. Il tribunale arbitrale dello sport, però, qualche giorno fa si è espresso limitandosi a stabilire che Thomas non aveva i requisiti per fare causa a World Aquatics, senza entrare nel merito della questione ma mettendo un punto alla richiesta dell'atleta.
Nel 2021 il Comitato Olimpico Internazionale ha pubblicato un nuovo regolamento che stabilisce il rispetto della privacy e della salute dell’atleta, la non discriminazione, ma anche la correttezza delle competizioni, da valutare sulla base dei dati scientifici di anno in anno disponibili. Il punto è che sul tema c'è ancora molta confusione e mancano i dati scientifici necessari per indirizzare le decisioni delle diverse federazioni. Alcuni report parlano effettivamente di una conformazione fisica (densità ossea e muscolare, grandezza degli arti, capacità polmonare e cardiaca) dovuta dalla pubertà maschile che renderebbe le atlete trans fisicamente avvantaggiate rispetto alle atlete cisgender. Altri studi, però, la vedono diversamente: un paper commissionato dal CIO e pubblicato sul British Journal of Sports Medicine ha recentemente dimostrato che le donne transgender fisicamente attive ottengono risultati peggiori in alcuni test cardiovascolari e dimostrano meno forza nella parte inferiore del corpo rispetto alle donne cisgender. Inoltre i ricercatori hanno scoperto che, contrariamente a quanto affermato in precedenza, la densità ossea delle donne trans è equivalente a quella delle atlete cisgender e lo stesso sembra valere per i livelli di emoglobina nel sangue.
A tutto questo si aggiunge il fatto che nel mondo dello sport non sono nuovi i campioni con qualche caratteristica fisica o genetica che li avvantaggia. Si è parlato a lungo del caso di Caster Semenya, mezzofondista e velocista sudafricana che ha alti livelli di testosterone nel sangue e rientra nella definizione di intersessualità, ma anche Eero Mäntyranta, campione olimpico di sci di fondo, ha una rara mutazione del recettore dell'eritropoietina che si pensa l'abbia avvantaggiato. È difficile classificare i corpi in modo strettamente binario. Quello che sarà essenziale capire nei prossimi anni, dunque, è se l'intera categoria delle donne trans risulta o meno avvantaggiata, che impatto hanno le terapie ormonali e quanto pesa, invece, la transfobia insita nella nostra società.













