L'industria dei film di Natale non entra nel vivo a dicembre, quando la tv e le piattaforme di streaming si vestono a festa per offrire agli spettatori il palinsesto festivo più caloroso che può. Gli addetti ai lavori iniziano molto prima, anzi, si può ben dire che non si fermano mai: Hallmark Channel, la rete che sforna oltre 100 titoli originali l'anno a tema romance (con picchi tra Natale e San Valentino) è il massimo esempio della laboriosità di questa industria. I film di Hallmark - molti dei quali si trovano su Netflix, sono facilissimi da riconoscere grazie a un'estetica brillante e a titoli molto simili tra loro - costano poco, circa 800 mila dollari a pellicola, non hanno alcuna pretesa di veridicità o originalità, riciclano spesso gli attori e la loro produzione somiglia più a quella delle soap opera tipo Beautiful che non a quella di film veri e propri.
Dettaglio non trascurabile: le trame sono tutte uguali, rassicuranti e prevedibili. Insomma, lo sforzo sulla sceneggiatura è minimo: cambiano i nomi dei luoghi e dei protagonisti ma le dinamiche restano le stesse. Con una costante, perché c'è sempre una protagonista con una vita frenetica ma tutto sommato compiuta e soddisfacente in una grande città che torna a casa per le feste - tipicamente un adorabile paese di provincia, una specie di Stars Hollow di Gilmore Girls dove è sempre Natale - ritrova il suo primo amore del liceo solitamente vedovo con figlia smart a carico, rimette in discussione la sua vita e alla fine torna al paesello per sposare l'uomo che ama (e ha sempre amato, solo che non lo sapeva).
Le dinamiche di questi film, ovviamente, cambiano in base al budget e alla casa di produzione: Hallmark crea questo tipo di prodotti in serie, integrando generalmente lievi modifiche sulla trama (il papà non è vedovo ma divorziato, si crea attrito tra i protagonisti perché hanno due attività commerciali simili nello stesso quartiere, oppure uno dei due ha avuto una promozione che lo porterà lontano). I film sono godibili perché non succede mai niente di brutto: se muore qualcuno è sempre la nonna ottuagenaria che, prima di spegnersi, regala alla nipote l'insegnamento più grande, di solito «segui il tuo cuore»; se qualcuno sta male poi si riprende in tempo per la vigilia; ci sono sempre molta neve e molto vischio, gli imprevisti sono chiaramente superabili, i dialoghi semplici e superficiali e non c'è alcuna volontà di esplorare la psicologia dei personaggi oltre quello che ci serve per capire le loro scelte nel film. Una cosa, però, non cambia mai: alla fine la protagonista femminile rinuncia sempre a qualcosa, di solito a una carriera ben avviata e indipendente, per amore.
Rinunciare a tutto per amore: un cliché di Natale
Su TikTok le parodie dei creators americani sui film di Hallmark si sprecano: c'è chi riprende le frasi più gettonate che sono ovviamente sempre le stesse e chi rimarca questa incredibile ricorrenza di donne che, per amore, lasciano il lavoro, rinunciano a un'occasione importate dall'altra parte del Paese o a una promozione, mollano la vita da Carrie Bradshaw a New York per rifugiarsi nel posto da cui sono fuggite a 18 anni per diventare madri putative di bambini orfani e sorprendentemente arguti e mogli del panettiere del paese.
Per quanto sia interessante e pure divertente notare le somiglianze tra questi film indipendentemente dalla piattaforma che li manda in onda (non che quelli sfornati da Netflix in questi ultimi anni, tipo Falling For Christmas con Lindsey Lohan del 2022, siano poi tanto diversi: sono semplicemente più costosi), il cliché del cambiare vita con un downshifting che va sempre a discapito della protagonista femminile rimane saldo al suo posto. Anche riguardando le commedie romantiche più importanti dell'ultimo ventennio non necessariamente legate al Natale a vincere è sempre il motto "L'amore deve trionfare nonostante ciò che desidero": pensiamo alla Andy di Come farsi lasciare in 10 giorni (con Kate Hudson e Matthew Mcconaughey) che ottiene il colloquio della vita in un giornale importante sull'altra costa ma si lascia convincere dal suo nuovo amore a restare a New York. Titoli di coda, happy end.
Senza andare a ripescare tutti gli esempi della cinematografia di genere (sono troppi) possiamo dire tranquillamente che è non è mai l'uomo a rinunciare al suo lifestyle, è sempre lei che rivoluziona la sua quotidianità: la vita cittadina e tutto ciò che gli si può collegare (un lavoro importante ma frenetico, una vita sociale magari ridotta al minimo, zero relazioni importanti per i motivi di cui sopra) è sempre raccontata nei suoi aspetti più negativi. Così, per forza di cose, la rassicurante inerzia del piccolo paese cosparso di lucine in cui nessuno è mai cambiato - al massimo l'amore del liceo, da nerd qual era, è diventato un aitante taglialegna - e niente mai cambierà appare scintillante e appetibile. Anche a costo di rinunciare al proprio lavoro, alla carriera faticosamente costruita in tanti anni. L'amore deve superare ogni barriera, anche quella dell'ambizione personale. Forse poteva essere accettabile 20 anni fa, oggi questo tipo di epilogo ci fa giustamente storcere il naso.
Godersi questi film a Natale o in qualsiasi altro momento dell'anno, questo sia chiaro, non è peccato, anzi: potere alla frivolezza, che ci salva sempre. Ma farsi due domande su cosa cerchiamo oggi in un lieto fine, osservando con spirito critico quelli che ci vengono propinati sotto forma di buoni sentimenti, non è certo una cattiva idea. I miracoli di Natale, d'altronde, accadono solo nei film.











